Conte out, subitoL’Italia cambi premier e riconosca di aver flirtato per 30 anni con il populismo

Finché non faremo una grande riflessione sulla nostra colpa morale collettiva, la cui data d’inizio è il 1993, sarà difficile risollevarsi e ricostruire dopo la pandemia. Intanto, per favore, dateci un nuovo governo

Giuseppe Conte è il premier che ci meritiamo. Mica è colpa sua se non è capace. La responsabilità semmai è nostra. Conte e i suoi imbarazzanti ministri grillini, per non parlare dell’opposizione più impresentabile del pianeta, sono la fotografia perfettamente a fuoco dell’Italia di questa epoca, un paese svilito da campagne orchestrate dalle élite intellettuali e finanziarie che dal 1993 giocano all’apprendista stregone come scorciatoia per il potere, ogni volta illudendosi di poter domare il fuoco populista che loro stessi hanno acceso.

«Avete scommesso sulla rovina di questo paese, e avete vinto» è la frase finale del film ”Il capitale umano” di Paolo Virzì che rappresenta meglio di ogni altra cosa trent’anni della nostra storia (grazie al Post per averla ricordata), ma con una differenza sostanziale: questi maldestri shortisti dell’Italia non hanno vinto, in realtà hanno perso, perché è vero che hanno mandato in rovina il paese, soffiando sul fuoco del populismo anticasta e della via giudiziaria contro la prima Repubblica e poi contro la seconda, contro il sistema dei partiti, contro ogni tipo di riforme, non solo quelle costituzionali, ma soprattutto quelle del lavoro e della previdenza sociale, e poi contro Matteo Renzi, contro l’Europa, contro la globalizzazione e contro l’occidente in generale, ma al potere non sono andati loro, al potere c’è andato prima Silvio Berlusconi, una specie di John Fitzgerald Kennedy rispetto ai babbei di oggi, e ora gli avvocaticchi associati o quegli altri in felpa o in orbace. 

Finché l’Italia non farà una grande riflessione sulla sua Kollektivschuld, la sua colpa morale collettiva, sarà difficile risollevarsi e ricostruire. È anche vero che ormai c’è poco da demolire, anche a causa del virus, ma senza un riscatto nazionale fondato sul riconoscimento di quanto è davvero successo in questo trentennio l’esito purtroppo è già scritto: svendita degli asset strategici ai cinesi, tappeti rossi ai russi, smantellamento di filiere produttive essenziali, cessione delle aziende meccaniche e manifatturiere ai tedeschi e ai francesi, impossibilità di sostenere il debito e cacciata, più che uscita, dall’euro. 

Prima ancora di espiare la colpa morale collettiva, va però sostituito subito Giuseppe Conte, il premier che a fronte della sua palese inadeguatezza viene ogni giorno lodato dai giornali importanti. Va sostituito intanto lui, e il suo gruppo, anche mantenendo la stessa maggioranza, ma meglio ancora se i voti parlamentari fossero più larghi e più nazionali rispetto ad adesso anche per liberarsi più facilmente di Di Maio, di Bonafede, di Azzolina, di Catalfo, di Spadafora, di Di Stefano e, visto che ci siamo, anche dei consiglieri economici di Palazzo Chigi come Mariana Mazzucato che propone di far decidere allo Stato, a Patuanelli, su cosa e come le imprese dovranno investire se vogliono essere aiutate dallo “Stato padrino” per non cedere al virus.

Soltanto ieri Giuseppe Conte ha creato un assembramento sotto il ponte di Renzo Piano a Genova – che qualcuno vorrebbe intitolare a Danilo Toninelli, si spera come memento mori – per sfruttare l’opportunità di una bella foto con caschetto da operaio che magari nelle intenzioni di Rocco Casalino avrebbe dato l’opportunità fotografica di ritrarlo come George W. Bush con il megafono sulle macerie del World Trade Center, ma che invece ha ricordato il povero Mike Dukakis con l’elmetto di due misure più grandi a bordo di un carro armato, la cui figura ridicola è diventata l’icona della sconfitta elettorale del 1988 contro Bush padre.

Subito dopo, Conte ha chiesto alle banche «un atto d’amore» che non è né Catullo né un piano dettagliato per aiutare le aziende né un’interpretazione autentica del decreto liquidità, semmai un’ulteriore prova che in questi due mesi di quarantena forzata il suo governo non ha fatto niente per preparare una riapertura (c’è da aspettarsi, a breve, una presa di distanza da parte di Vittorio Colao). Ma l’errore, di nuovo, era aspettarsi qualcosa di serio da un gruppo dirigente in lockdown mentale altrimenti noto per l’uso spensierato dei congiuntivi e ora anche dei congiunti.

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