PrioritàCapo di gabinetto

Cronaca semiseria di un incubo post-Covid, nel luogo che più di ogni altro rimane segreto e personalissimo: perché anche il bagno è parte del nuovo corso dei locali che visiteremo. Parola d’ordine, neanche a dirlo, sanificare

Foto di ganzarolisara da Pixabay

Viene per tutti, quel momento lì. Quando ti siedi a tavola, e magari è il tuo tavolo, del tuo ristorante, che ti aspettava da settimane, mesi. Una quarantena di sfarinamenti e fornelli e fattorini, e di aperitivi sul pianerottolo, e ora finalmente rieccolo, il tuo posto, riaperto, accogliente come lo ricordavi, in barba al coronavirus. Non è un piacere riservato ai gourmet, stiamo parlando del sacrosanto uso di godersi una cena fuori, ricaricato di emozioni dopo un tempo di privazioni che è parso infinito.

E il cameriere ha la mascherina, ma non lo fa pesare. E alla cassa c’è il dispenser del gel alcolico, e va benissimo, e il tavolo è un po’ più isolato di prima, e forse meglio. Magari il menu è solo raccontato, così non lo tocchi, e magari non serve perché se è il “tuo” posto, l’offerta la conosci già. Vai sul sicuro. Sei quasi commosso, e insieme un po’ scosso nel riprender confidenza con la banalità di questi gesti, quelli del mangiar fuori.

E poi arriva, quel momento imbarazzante, che guai se non capitasse – ma insomma proprio adesso che stavi per assaporare piaceri semi-dimenticati tipo la pasta allo scoglio un tantino scotta della pizzeria-ristorante “L’acquolina” sotto casa. Arriva, inesorabile. Devi andare in bagno. Per la prima volta, da mesi, non è il tuo bagno. Peggio ancora, è quello di un luogo aperto al pubblico.

Il primo pensiero è tentare stoicamente una resistenza ferrea. Strada che si rivela presto impraticabile. Il dubbio si insinua, perché intanto, in questi mesi, hai letto tutto e il contrario di tutto sul cornoavirus e sono rimaste lì, ben ancorate nella tua mente di neo-ipocondriaco, la ricerca di Lancet (o era Nature? Chi lo sa) sul maledetto esserino coronato che ancora non si è capito se sulle superfici ci rimane e per quanto e come, ma insomma quanto a liquidi corporei non c’è dubbio alcuno, non c’è lacrima o minzione che si possa considerare immune. Tutt’altro.

E allora la prospettiva di andare al bagno si tinge di funeste colorazioni, e quasi si recupera l’ancestrale terrore di quando, treenne o giù di lì, abbandonavi il pannolino e ti toccava prender coraggio e inerpicarti sul colossale (sembrava così, enorme e minaccioso) trono ad acqua che titaneggiava nel bagno di casa. Con qualche lacrima a contorno, alla fine tutto si concludeva e la tensione si stemperava, depotenziata, scaricata (non solo quella, in realtà) e sostituita da una nuova e leggera serenità. Ecco, ora uguale. Hai fifa. Temi l’accesso al luogo ricettacolo di germi per eccellenza.

Con quanti dubbi e timori tu, il neo-ipocondriaco affetto da infodemia al quarto stadio, approccerai quel bagno? Cosa puoi pretendere dal tuo ristoratore di fiducia? Santo cielo, in questa benedetta repubblica fondata sul Dpcm – purché sia prolisso e vergato in burocratese stretto – si saranno pure premurati di scrivere nel dettaglio quale livello di pulizia deve esser garantito per la sacra seduta del wc e per tutto il contorno, o no?

Qui termina la cronaca semiseria, inizia la noia delle norme e la certezza della scienza. Si legge in Gazzetta Ufficiale, pagina 108 delle 136 del Dpcm 17 marzo 2020, Allegato 17, “Linee guida per la riapertura delle attività economiche e produttive”, scheda tecnica “Ristorazione”: «Necessario rendere disponibile prodotti igienizzanti per i clienti e per il personale anche in più punti del locale, in particolare all’entrata e in prossimità dei servizi igienici, che dovranno essere puliti più volte al giorno». Che delizia, l’italica passione per l’imprecisione interpretabile. O, se vogliamo, la sempre malriposta fiducia nel buon senso.

Gianni Tartari, membro del consiglio direttivo di Afidamp (l’associazione dei fabbricanti di macchine, prodotti e attrezzature per la pulizia professionale), è fra gli esperti che stilano i protocolli di igienizzazione e i manuali per la riapertura. «So di ristoratori che hanno previsto una sorta di steward all’ingresso del bagno, che igienizza tutte le superfici di contatto ad ogni passaggio umano. Ma è un caso più unico che raro. Esagerati? Oggi sicurezza e igiene sono priorità assoluta nella mente del cliente, il ristorante non può assolutamente permettersi un bagno sporco».

Mettiamola così, giusto per dare all’ipocondriaco una buona scusa per preoccuparsi. In bagno, il frutto dei nostri sforzi più il microspray creato dallo sciabordio dell’acqua dello scarico generano un aerosol che porta in giro virus e batteri. Questi si depositano sulle superfici. Allora, se non c’è un incaricato che ad ogni passaggio – ogni singolo cliente che usa il bagno – igienizza maniglie, porte, rubinetti, wc e porta carta igienica, come fai a sentirti sicuro?

Un bel decalogo di buone pratiche di igienizzazione, c’è e c’era già prima del Covid-19. Firmato da Afidamp, Federazione pubblici esercizi, Confcommercio e Codacons. Diciamo che con tutti e dieci i punti rispettati, l’avventura ai servizi si può ragionevolmente affrontare senza troppi patemi.

  1. C’è la tabella con i turni di pulizia del bagno? Sono da effettuare almeno ogni 6 ore e con controllo dello stato dell’igiene ogni ora (ma questi parametri vanno adeguati alla frequenza media di utilizzo).
  2. Ci sono gli asciugamani monouso, in dispenser chiusi?
  3. C’è sempre la carta igienica, anch’essa in dispenser chiusi?
  4. C’è un cestino in prossimità del lavabo?
  5. C’è il sapone, preferibilmente in dispenser automatici?
  6. C’è un cestino fuori dalla porta, che permette di non avere contatto diretto con la maniglia (così si può maneggiare la porta con la carta in mano, buttandola dopo aver lasciato il bagno)?
  7. Lavandino e scarico water si azionano con sistemi automatici, senza contatto?
  8. Il dispositivo di aerazione (nei bagni ciechi) è funzionante e pulito?
  9. Il bagno è accessibile alle persone con disabilità?
  10. C’è l’area nursery con cestino mangia pannolino?

Con la speranza di raccogliere 10 “sì”, buon appetito.

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