BurpChe cosa dicono i giornali internazionali

Cuochi che scrivono divinamente e cuochi che se la prendono con certi colleghi, il presente e il futuro dell'agricoltura, un libro da leggere (“I mangia a poco”), riflessioni sulla catene britanniche e sul mindful drinking

Michael_Mc_Nelis

My Restaurant Was My Life for 20 Years. Does the World Need It Anymore? – The New York Times Magazine, 23 aprile

Gabrielle Hamilton non è “solo” una cuoca newyorchese. Nel 2011 ha pubblicato un memoir che Anthony Bourdain definì «il miglior memoir mai scritto da uno chef», e nel 2015 è stata premiata ai James Beard Awards nella categoria giornalismo per un articolo sul vino siciliano. Insomma, oltre a saperci decisamente fare in cucina, come dimostra il successo raggiunto dal suo ristorante Prune, è anche quella che definiremmo una penna felice. E in effetti questo articolo lo dimostra: oltre a mettere a nudo le difficoltà che il settore della ristorazione americano sta vivendo in questo periodo, dimostra una spiccata sensibilità nel racconto dei rapporti con i dipendenti, e descrive con slancio emotivo le sfide che il mondo a cui appartiene sta affrontando.  Il tutto con un retrogusto un po’ amaro, quel retrogusto che avvertono coloro che stanno soffrendo e ancora non vedono la luce, ma anche con la consapevolezza di essere sopravvissuti ad altre crisi (9/11, l’uragano Sandy, la recessione del 2008, per esempio) e con la speranza di riuscire a rialzarsi ancora una volta: «lascerò riposare il ristorante, nella sua bellezza, facendolo respirare appena, in letargo. Con i conti da pagare. E vedremo come sarà al risveglio – così riposata [Gabrielle usa per il suo ristorante il femminile she,  NdA], di nuovo giovane, in una città che potrebbe non riconoscerla, volerla o averne bisogno».

The Chefs I Used to Admire Aren’t the Leaders We Need Right Now – Eater, 24 aprile
Un altro cuoco americano, il proprietario di Addo Eric Rivera, ha scritto questo articolo per denunciare la mancanza di sensibilità e l’incapacità di leadership degli chef e dei ristoratori (o perlomeno di alcuni di loro) rispetto alla posizione dei loro dipendenti, negli Stati Uniti perlopiù licenziati e avviati al sussidio di disoccupazione. Anche se il primo maggio non è la festa dei lavoratori da quelle parti (si celebra il primo lunedì di settembre) lo è qui da noi, e la discussione sul lavoro salariato e sulle piccole imprese di ristorazione cade a fagiolo. Eric sostiene, con tono a tratti rancoroso, che molti celebrity chef interpellati in queste settimane pandemiche avrebbero potuto fare molto di più per i propri dipendenti, considerato che in realtà vivono anche, o forse sarebbe meglio dire prevalentemente, di introiti provenienti da altre attività, dalle sponsorizzazioni alla tv, dai libri alle consulenze. Insomma, il j’accuse è netto: vi state facendo belli piangendo miseria ai quattro venti, ma non avete lottato per salvare i salari dei vostri collaboratori, quel vasto mondo di invisibili che vi ha permesso di diventare ciò che siete, pur avendone in molti casi la possibilità. Una riflessione attuale se pensiamo a come la solidarietà di filiera, anche in Italia, sia ancora di là da venire (e forse non verrà mai). Ma soprattutto una riflessione che evidenzia come non sia sufficiente pregare e aspettare gli aiuti statali: nei momenti di crisi bisogna anche rimboccarsi le maniche e, laddove possibile, reinventarsi.

Tre articoli sul presente e sul futuro dell’agricoltura, dal tema della sovranità alimentare a quello della forza lavoro nei campi:

In attesa di tornare nei ristoranti divisi e con le mascherine, rileggiamo “I mangia a poco” di Bernhard, un libro necessario – Pangea, 27 aprile

Tra le tante letture stimolanti che si possono fare in questo periodo c’è senz’altro anche il libro qui segnalato da Cosimo Mongelli. L’autore è quel Thomas Bernhard, uno dei più grandi scrittori in lingua tedesca del Novecento, che ha vergato anche un altro libro controintuitivamente adatto a questo periodo, “Camminare”. I mangia a poco del titolo sono quattro amici, più il protagonista Koller, che per anni nei giorni feriali hanno mangiato a poco prezzo dal lunedì al venerdì presso la Cucina Pubblica Viennese. Non si tratta ovviamente di un libro di taglio gastronomico, ma è pur sempre un’opera che racconta sfaccettature dello stare insieme a tavola che possono diventare di profondo interesse, ancora di più in questi tempi. E di libri così ce n’è molti, in giro, spesso non considerati nelle liste di libri sul cibo da leggere, ma che nondimeno hanno la capacità di aprire squarci di riflessione per nulla banali.

Chain reaction: the ups and downs of Britain’s high street stalwarts – The Guardian, 26 aprile

Visto che abbiamo iniziato a seguirlo fin dagli esordi, anche questa settimana diamo spazio alla riflessione settimanale di Jay Rayner, noto critico gastronomico britannico rimasto orfano dei ristoranti (e della materia di cui scrivere) a causa della pandemia. È il turno delle catene, e del ruolo che queste hanno avuto, a suo avviso, sul panorama gastronomico britannico. Astenersi anti-catene per principio: qua e là c’è anche del buono.

Cos’è il mindful drinking e perché potrebbe aiutare la tua salute mentale – Munchies, 29 aprile

In tempi di mangiate e bevute compulsive, consolatorie e ricreative, dopo aver coccolato a lungo la comfort zone, forse è arrivato il momento di ritrovare un po’ di equilibrio. E qui Giorgia Cannarella racconta cosa potrebbe regalarci un approccio più misurato agli alcolici.

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