C’erano una volta i grilliniLe cinque cose del piano Conte che un tempo i Cinque Stelle non avrebbero mai approvato

Dal reato di abuso di ufficio alle detrazioni fiscali, dalla velocità dei processi a Industria 4.0. Nella lettera del presidente del Consiglio al Corriere molti passaggi sarebbero stati antitetici con i principi del Movimento

Afp

In una lettera al Corriere della Sera, Giuseppe Conte ha spiegato il suo piano di riforme per far ripartire l’economia italiana ma si è dimenticato di essere un esponente del Movimento Cinque Stelle. A scorrere la lista, dalla A alla G, ci sono alcuni punti che stonano con la storia politica dei grillini. Certo, modificata la regola dei due mandati, finita l’ossessione per i rimborsi, rinnegata la cultura del dimettersi al minimo sospetto al Movimento è restato ben poco dei suoi totem politici. 

Ma mai avremmo pensato di leggere in una dichiarazione dei portavoce del Movimento una frase del tipo: «I funzionari pubblici, pur in un’ottica di rigore e trasparenza, devono essere incentivati ad assumersi le rispettive responsabilità. Faremo in modo di evitare che sui funzionari onesti gravi eccessiva incertezza giuridica, ad esempio circoscrivendo più puntualmente il reato di abuso d’ufficio e la medesima responsabilità erariale». 

Ma come, il partito anti casta scopre le sfumature del diritto? E dire che esattamente un anno fa l’ex capo politico del Movimento, Luigi Di Maio, aveva scritto nel Blog delle Stelle: «È un reato in cui cade spesso chi amministra, è vero, ma se un sindaco agisce onestamente non ha nulla da temere. Non è togliendo un reato che sistemi le cose. Ma che soluzione è? Il prossimo passo quale sarà? Che per evitare di far dimettere un sottosegretario togliamo il reato di corruzione? Sia chiara una cosa, per noi il governo va avanti, ma a un patto: più lavoro e meno stronzate!».

A proposito di amenità è sembrato un paradosso l’appello del presidente del Consiglio per velocizzare i processi italiani, alla lettera F: «È necessario abbreviare i tempi della giustizia penale e della giustizia civile». Peccato che proprio il Lodo Conte Bis sulla prescrizione, per cui scatterà il recupero del periodo di prescrizione bloccato dopo la condanna in primo grado, potrebbe portare a rifare tra i 12 e 14mila processi, secondo il Sole 24 Ore. 

Nel punto G del suo elenco, Conte promette: «Dobbiamo avere il coraggio di riordinare il sistema delle deduzioni e delle detrazioni: l’equità e la progressività del sistema tributario passano anche da questo intervento. Dobbiamo fare pulizia, distinguendo i debiti recuperabili da quelli che non lo sono e rendere più trasparente la giustizia tributaria». 

Ma per l’ex capo del movimento Di Maio le detrazioni fiscali erano intoccabili. A ottobre del 2018 assicurava che la revisione e la razionalizzazione avrebbero riguardato «solo le banche e i petrolieri» e che non sarebbero state «toccate le detrazioni di cui godono i cittadini». Altri tempi, altre parole d’ordine. 

E che dire del passaggio su industria 4.0, alla lettera B, la riforma voluta dal governo Renzi. Per Conte bisogna «rilanciare misure già introdotte con successo come ACE e Impresa 4.0, rendendole strutturali». Eppure nel programma del Movimento per le elezioni del 2018 c’era scritto che bisognava trovare nuovi modelli di welfare per attutire l’impatto sociale della rivoluzione industriale: «La politica deve essere conscia che se da una parte l’Industria 4.0 crea nuovi posti di lavoro e opportunità, dall’altra comporterà pesanti conseguenze sull’occupazione a causa del largo impiego di soluzioni di robotica».

Oppure, al punto C, Conte scrive: «Le opere pubbliche vanno sbloccate anche per mezzo di un intervento normativo a carattere temporaneo, su cui il Governo sta già lavorando. Avremo cura di salvaguardare i presidi di legalità e i controlli, per contrastare gli appetiti delle organizzazioni criminali, ma dovremo accelerare le procedure e gli iter autorizzativi». 

Ma il presidente del Consiglio non si ricorda delle proteste del 5 Stelle Nicola Morra, uno dei grillini più ortodossi, che a dicembre del 2018 aveva attaccato la norma voluta dalla Lega per alzare da 40mila a 150mila euro la soglia per l’affidamento diretto degli appalti. Una mossa che avrebbe permesso ai Comuni di far partire opere tra i 6 e 7 miliardi. «Con appalti senza gara a 150mila euro si sottovaluta il rischio di favorire le organizzazioni mafiose», disse Morra. Per il M5S di un tempo non esistevano compromessi

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