Verso un autunno caldoDall’Ilva alle acciaierie di Terni, tutte le crisi aziendali irrisolte dai Di Maio e Patuanelli

Mittal sembra intenzionata ad abbandonare il polo siderurgico italiano. ThyssenKrupp ha annunciato di volersi liberare delle sue fabbriche in Umbria. Gli oltre 150 tavoli di crisi mai risolti al Mise sono pronti a esplodere

(Foto da Twitter)

La crisi dell’Ilva è già riesplosa. Dopo due giorni di agitazioni, gli operai degli stabilimenti di Genova e Novi Ligure manifesteranno anche oggi contro la decisione di ArcelorMittal di prorogare la cassa integrazione avviata con l’inizio della pandemia. E lo stesso faranno le maestranze di Taranto, che hanno annunciato un corteo per venerdì 22 maggio. Sono i primi scioperi della fase 2, dopo il “congelamento” imposto dall’emergenza coronavirus.

A poche ore dalla ripartenza, l’accordo raggiunto il 4 marzo tra governo e ArcelorMittal sembra ormai carta straccia. E il rischio ora è che, a poco a poco, riemergano una alla volta le oltre 150 crisi aziendali aperte da tempo al ministero dello Sviluppo economico e mai risolte.

Nell’elenco, aggravato da due mesi di lockdown, ci sono ancora tutte: dall’Ilva all’Ast di Terni, dall’ex Alcoa alla Whirlpool. Per un totale di oltre 250mila lavoratori a rischio. Mittal, dopo la crisi provocata dal Covid, pare intenzionata ormai ad abbandonare il polo siderurgico italiano. E anche ThyssenKrupp ha annunciato senza giri di parole di volersi liberare dalle acciaierie di Terni.

Lo stop imposto dall’emergenza coronavirus ha fatto venire ora a galla l’assenza di una politica industriale da parte del governo e le tante emergenze lasciate in sospeso, che ora rischiano di esplodere. Una volta finiti gli ammortizzatori sociali Covid e il blocco dei licenziamenti imposto per decreto, quello che si prospetta davanti al Mise è un autunno molto più “caldo” del 2019, dicono dai sindacati.

Sull’Ilva, lo stesso ministro Stefano Patuanelli pare abbia gettato la spugna. «Mittal sta facendo capire che non ha nessuna intenzione di restare», ha detto alla Stampa. La scorsa settimana era previsto il rientro di 630 operai in cassa integrazione, ma l’azienda a sorpresa ha fatto marcia indietro.

Il giorno dopo è arrivata la richiesta dell’ammortizzatore per altri mille dipendenti. Con molti operai che hanno scoperto di non poter rientrare in fabbrica solo quando il badge ai tornelli non ha funzionato. Il conto dei cassintegrati dell’ex Ilva sale così a cinquemila. Tanti quanti sono gli esuberi che Mittal propone ormai da mesi.

Il segretario della Fiom Cgil di Genova, Bruno Manganaro, ha consegnato alla Procura del capoluogo ligure un esposto sul presunto utilizzo illegittimo della cassa integrazione per il Covid-19. Ma il gruppo franco-indiano è in ritardo nei pagamenti dell’indotto, dell’affitto del sito produttivo e nel rispetto delle scadenze ambientali.

Da qui era arrivata la richiesta della garanzia pubblica su un prestito bancario di 400 milioni da inserire nel decreto rilancio per mandare avanti i siti produttivi colpiti, come tutto il settore dell’acciaio, dalla crisi. Proposta rispedita al mittente dal governo, non solo per la mancata presentazione del piano industriale di rilancio, ma anche perché Mittal non dava affatto rassicurazioni sulla volontà di rimanere. E così è stato.

Dopo l’accordo di marzo, in realtà, si è mosso poco o nulla. Né da parte del Mise, né da parte dei Mittal. Il governo ha agito sotto traccia, senza coinvolgere i sindacati. E questa modalità di gestione della vertenza, secondo le parti sociali, ha provocato solo danni.

Prima è andato in scena il balletto sullo scudo penale, poi nell’accordo di marzo è stata inserita la clausola che consente a Mittal il rilascio anticipato degli stabilimenti pagando una penale di 500 milioni.

E l’emergenza Covid potrebbe essere diventato ora il nuovo alibi per l’abbandono dell’Italia da parte del gruppo franco-indiano. Tanto che negli ultimi incontri i legali di Mittal, più che di rilancio, avrebbero già cominciato a discutere l’obbligo del pagamento dell’indennizzo per fare i bagagli.

La produzione di acciaio, già ai minimi nel periodo pre-Covid, in questi mesi ha subito un ulteriore tracollo. Dopo la chiusura dell’area a freddo di Taranto, Arcelor Mittal ha comunicato il fermo di altri due impianti, con la collocazione in cassa di altri 50 lavoratori.

Patuanelli ha convocato azienda e parti sociali lunedì 25 in videoconferenza, dopo che i sindacati hanno chiesto un «incontro urgente» al governo. Anche perché, fanno notare Fim, Fiom e Uilm, l’accordo di marzo prevede la scadenza del 31 maggio per la definizione del piano industriale e la conseguente attivazione della cassa straordinaria.

Dietro l’angolo si prepara l’intervento di Invitalia, il soggetto statale candidato a rilevare una quota del 40-45% dell’azienda. Ma con la nomina di Domenico Arcuri a commissario Covid, il dossier è rimasto in sospeso.

Mentre intanto si apre intanto anche un altro fronte: quello della Thyssenkrupp di Terni. I tedeschi hanno fatto sapere che l’azienda è alla ricerca di una partnership o di una vendita per il sito umbro.

L’accordo raggiunto nel 2019 con il governo prevedeva circa 60 milioni di euro di investimenti e il mantenimento dei livelli occupazionali. Ma già a settembre l’azienda aveva chiesto la cassa integrazione, lamentando un calo delle commesse.

La nuova strategia di riorganizzazione ora – hanno fatto sapere in un comunicato – prevede la costituzione di joint venture in tutte le divisioni, con «la ricerca di soluzioni nuove e più solide al di fuori di TK o in partnership, per diverse società del gruppo e impianti di produzione in diversi Paesi, tra cui Acciai Speciali Terni». Thyssen si focalizzerà sui business a più alta marginalità, in particolare quello dei materiali, dismettendo le attività in perdita, fra cui l’acciaieria di Terni.

Dall’acciaio all’alluminio, resta appesa a un filo anche la situazione dell’ex Alcoa di Portovesme. L’incontro convocato al Mise la settimana scorsa non ha portato alla attesa firma tra SiderAlloys ed Enel sul contratto per la fornitura di energia elettrica in forma agevolata e le relative garanzie finanziarie.

Uno slittamento inaspettato che alimenta, anche in questo caso, le preoccupazioni relative alla possibilità che la società svizzera possa usare il mancato accordo con Enel come alibi per sottrarsi all’impegno di rilanciare lo stabilimento sardo.

Così come è ancora in bilico pure la complicatissima situazione dello stabilimento Whirlpool di Napoli, che prima Di Maio e poi Patuanelli avevano annunciato di aver salvato. Anche qui il Covid potrebbe essere l’alibi perfetto per l’addio da parte degli americani, dopo la stima di un calo del 40% delle vendite nel settore del grande elettrodomestico.

«Non abbiamo nessuna novità positiva», dice Alessandra Damiani, segretaria nazionale della Cisl, responsabile del settore dell’elettrodomestico. «Non è cambiato nulla rispetto alla volontà dell’azienda di dismettere la produzione di lavatrici di alta gamma del sito di Napoli a fine ottobre. Il conto alla rovescia continua. Con gli ammortizzatori sociali Covid abbiamo recuperato qualche settimana, ma resta la volontà di liberarsi dello stabilimento».

E la paura ora si estende anche agli altri siti italiani del gruppo, che nel piano industriale 2018 aveva comunicato 800 esuberi in Italia. Giovedì è in programma il coordinamento dei delegati sindacali per sollecitare un incontro con il governo, che a fine gennaio aveva promesso l’intervento di Invitalia per la riconversione dello stabilimento e la ricerca di un compratore che garantisca il lavoro per i 400 operai.

Rispetto all’era Di Maio al Mise, i sindacati si dicono più contenti della gestione Patuanelli. Quantomeno, dicono, «perché riusciamo a parlare con il ministro, cosa impossibile all’epoca del suo predecessore». Ma nella sostanza, poi, non c’è niente oltre i tavoli di confronto e a gli annunci: tutte le vertenze sono aperte e non se ne è chiusa una.

La task force delle crisi industriali, guidata dal Cinque Stelle Giorgio Sorial, finora non ha portato alcun risultato. «Il ricorso alla cassa integrazione sta esplodendo, bisogna smetterla di pensare alle istituzioni, e al Mise in questo caso specifico, come una macchina della propaganda», ha scritto la Fim Cisl qualche giorno fa in un comunicato.

«L’area di gestione delle crisi va rafforzata, contrariamente a quanto fatto da questo governo. È sempre più frustrante portare i lavoratori al ministero e accorgersi che il lavoro di gestione delle crisi non viene più svolto».

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