Siamo tutti populistiL’impossibilità di regolarizzare i Cinquestelle

Il risultato nullo, controproducente o imbarazzante di ogni compromesso all’interno della maggioranza, dai migranti alle carceri, mostra che lì dentro non c’è più «spazio morale» per fare politica. A chi voglia combattere la demagogia resta, per ora, solo la testimonianza

ALBERTO PIZZOLI / AFP

L’esito della discussione sulla regolarizzazione dei braccianti immigrati che si sta profilando in questi giorni – un permesso temporaneo della durata di qualche mese, finché ci servono, e poi addio – è increscioso, politicamente e moralmente, ma non è diverso da quello di ogni precedente discussione all’interno del governo.

È andata così sul sovraffollamento delle carceri, sull’abolizione della prescrizione e la riforma della giustizia. È andata così sull’Ilva, su quota cento e su tutte le misure economiche del precedente governo. È andata così con tutto il fasullo dibattito su quanto e come si sarebbero cambiati gli atroci decreti sicurezza e gli ancora più atroci accordi con la Libia, che ovviamente non si sono cambiati affatto, e sempre grazie all’infaticabile e sempre encomiato lavoro di Luciana Lamorgese, il ministro dell’Interno che piace alla gente che piace, perché non indossa divise della polizia e non passa il suo tempo a farsi selfie, a differenza del suo predecessore, del quale ha in compenso elegantemente conservato e continuato le opere. Però dicendo bacini invece di bacioni.

Da primo governo «tutto populista» d’Europa (il Conte I, secondo la definizione della stampa internazionale) siamo diventati così, ormai da otto mesi, il primo sistema politico «tutto populista» del mondo. Un sistema in cui la pressione delle opposizioni, e prima ancora dei media, degli intellettuali e del mondo della cultura, principali responsabili dell’avvelenamento dei pozzi, va sempre nella stessa direzione, in una discesa verso il basso che non si ferma davanti a niente.

Un perenne, vorticoso, inarrestabile circolo vizioso in cui l’unica alternativa al cieco giustizialismo di un Alfonso Bonafede — quello che andava ad accogliere Cesare Battisti in aeroporto, con Salvini, entrambi in divisa da poliziotto, e metteva il video su Facebook con tanto di colonna sonora e commento ispirato: «Una giornata che difficilmente dimenticheremo» (quanto aveva ragione) — è l’übergiustizialismo di Nino Di Matteo.

Non c’è stato il minimo ripensamento nemmeno davanti a un viceministro all’Economia che straparla di titoli di debito senza scadenza e a tasso zero; a un presidente del Consiglio arrivato al potere grazie alle campagne del suo partito contro le banche e che ora, non sapendo che pesci pigliare, chiede loro un «atto d’amore»; a un senatore della Repubblica che diffondeva sul web i protocolli dei Savi di Sion (e ovviamente è sempre lì). Non uno dei compiti analisti, commentatori e sostenitori della cosiddetta evoluzione democratica e progressista del Movimento 5 Stelle ha avuto un brivido, un momento di esitazione, un dubbio.

Dalla politica economica alla giustizia, dall’immigrazione alla politica estera, che si tratti del Mes, dei gilè gialli o del franco coloniale, da anni il fior fiore del giornalismo e dell’intellettualità democratica assiste con compiacimento alla progressiva toninellizzazione della politica italiana. Hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato dibattito pubblico.

L’esito increscioso di ogni singola discussione all’interno del governo, il risultato nullo, controproducente o imbarazzante di ogni proposta di mediazione e compromesso, dimostra purtroppo come, al contrario di quel che dice Goffredo Bettini, in un sistema siffatto venga meno lo «spazio morale» non solo per appoggiare il governo (e non parliamo dell’opposizione), ma anche semplicemente per fare politica.

Del resto, il cinismo capace di mandar giù qualsiasi compromesso, indipendentemente dal merito, pur di conservare la posizione acquisita, è perfettamente speculare al fanatismo di chi è incapace di accettarne alcuno, per non sporcarsi le mani. Il risultato è lo stesso in entrambi i casi: il nulla.

Tutto quello che rimane, a chi non voglia ridursi a cantare vittoria perché agli schiavi nelle mani del caporalato offriremo un permesso di tre mesi invece che di due, o di sei invece che di quattro, è l’obiezione di coscienza, la ribellione individuale, la protesta e l’invettiva, come puro e semplice atto di testimonianza.

Tutto ciò che resta è l’assurda ostinazione di chi ancora voglia provare a piantare un seme nel deserto. Consapevole, se non altro, del fatto che i cicli politici si erano già fatti assai mutevoli prima della pandemia, e figuriamoci adesso. Se davvero questa crisi immane avrà almeno l’effetto di mostrare alle società occidentali i costi dell’antipolitica e del populismo al potere, passata la tempesta, chissà che da quanto si sarà seminato oggi, sia pure in pochi, non germogli qualcosa di utile per la ricostruzione di domani.

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