CrimeaLe sanzioni dell’Ue contro la Russia funzionano soltanto se non funzionano

La pandemia ci ha fatto scordare che sul suolo europeo si sta combattendo un conflitto armato che negli ultimi sei anni ha prodotto due milioni di sfollati e 13mila vittime tra militari e civili. Per uscire dallo status quo Bruxelles dovrebbe rivedere la propria strategia

Afp

Due milioni di sfollati, 13mila vittime tra militari e civili negli ultimi sei anni e un’attenzione mediatica che, in Europa, va e viene. L’identikit è quello della Guerra del Donbass (o Ucraina orientale), scoppiata nell’aprile del 2014.  In effetti, nel bel mezzo della crisi del COVID-19, è  facile scordarsi che sul suolo europeo si sta combattendo un conflitto armato. Del resto, in più di un’occasione, lo scontro è stato identificato come una guerra “dimenticata”

Eppure, come spiega Olga Oliker, esperta di Russia e Europa orientale presso l’International Crisis Group (ICG), nell’ultimo episodio del podcast War & Peace, il conflitto continua ad avere effetti «devastanti» sulla popolazione. «Sebbene, oggi, [la guerra] non sia dura come una volta, le persone continuano a morire». 

Si può uscire dallo status-quo? Forse sì, ma, secondo l’ICG, anche l’Unione europea dovrebbe rivedere la propria strategia. 

Il ruolo dell’Ue nella crisi tra Ucraina e Russia. Fin dall’inizio del conflitto, l’Unione europea ha giocato un ruolo di primo piano nel conflitto tra Ucraina e Russia. Nel 2014, i paesi membri dell’Ue si accordano infatti sulla definizione di alcune sanzioni economiche contro Mosca, legate, in realtà, soprattutto all’annessione della Crimea al territorio della Russia. 

Tali misure sono ancora in vigore e vengono “rinnovate” ogni sei mesi dagli stati membri. Fino a quando? Difficile dirlo. Teoricamente all’infinito. Quel che si apprende dai comunicati ufficiali, sul sito del Consiglio dell’Ue, è quanto segue: “Il Consiglio europeo ha associato la durata delle sanzioni alla piena attuazione degli accordi di Minsk, prevista entro il 31 dicembre 2015. Dal momento che ciò non è avvenuto, le sanzioni sono rimaste in vigore”.

Effettivamente gli accordi Minsk – un protocollo per ottenere la fine del conflitto, negoziato tra il 2014 e il 2015 – sono lettera morta da anni. Ovviamente, ciò dipende soprattutto dalle strategie politico-militari dei governi di Russia e Ucraina. E non certo dall’Unione. Ma il punto è che, allo stesso tempo, anche le sanzioni Ue non hanno permesso di ottenere passi in avanti nella soluzione del conflitto. 

Più nel dettaglio, secondo Oliker, oggigiorno è inutile fare ancora riferimento all’accordo di Minsk. Perché? «Non può essere rispettato, perché, letteralmente, prevede un iter con scadenze che, di fatto, risalgono a cinque anni fa». 

La strategia europea è deficitaria? «L’Unione europea dovrebbe considerare un cambio di strategia per quanto riguarda la policy delle sanzioni. L’approccio attuale rispecchia infatti una filosofia del “tutto o niente”», visto che sono legate a stretto giro al rispetto degli accordi di Minsk, spiega ancora Oliker. 

Una strada poco allettante secondo l’ICG che invece, invoca una strategia di security-dialogue (“dialogo-sulla-sicurezza”). «Gli stati europei dovrebbero mostrare volontà di sedersi a un tavolo – sottolineando le loro prerogative, certamente -, ma anche per ascoltare quelle russe. [Un tale atteggiamento] potrebbe apparire come un segnale per Mosca». 

Ma perché l’Ue dovrebbe mostrare un’apertura di fronte all’intransigenza russa, dimostrata dall’utilizzo continuato della forza militare nel Donbass?

Al di là del caso-Crimea, se l’obiettivo è quello di far cambiare atteggiamento a uno stato, «la storia delle sanzioni dimostra che, queste ultime funzionano meglio quando hanno un certo grado di flessibilità», sostiene Oliker. Più nel dettaglio: «Sarebbe intelligente togliere alcune sanzioni per ottenere, in cambio, progressi nell’interesse dell’Unione». E, più in generale, del Continente europeo e dell’Ucraina, probabilmente.

Ben inteso, ciò non vuol dire annullare le sanzioni, le quali, «devono continuare a sussistere finché la Russia rivendica le regioni della Crimea». La tattica, invece, è di lanciare un segnale che si traduca nel messaggio: «Le sanzioni possono essere alleggerite». 

Comma 22. Eppure – diranno i critici -, ammesso e non concesso che gli stati dell’Unione riescano a formulare un’apertura del genere (ipotizziamo una qualsiasi allegerimento delle sanzioni, per l’appunto), chi può assicurare che Mosca non ritratti immediatamente dopo un primo assenso? 

Un tale repentino cambio di posizione creerebbe un problema non da poco all’Ue, perché sarebbe difficile tornare a ottenere un pieno consenso da parte di tutti i paesi Ue su un nuovo aumento delle penalità contro la Russia. Infatti, nel corso degli ultimi sei anni, l’Ue ha sì rinnovato le sanzioni contro in maniera regolare. Ma lo ha dovuto sempre fare all’unanimità. E la condizione è stata sempre conseguita proprio perché il posizionamento era legato a una serie di parametri – come, per esempio, il pieno rispetto degli accordi di Minsk. 

In altri termini, di fronte a una strategia comunitaria chiaramente definita, nessuno stato membro si è sognato di deviare dalla linea tracciata – nemmeno l’Italia del governo giallo-verde, per intenderci. 

Tale unità di intenti, però, non sarebbe di certo garantita qualora, dopo una prima distensione – basata, di fatto, sull’annullamento della clausola di Minsk – , la Russia ritrattasse. Perché, tecnicamente – e anche politicamente – “non deviare da un accordo condolidatosi da sei anni”, non equivale a “essere d’accordo a aumentare nuovamente le sanzioni”. 

Ma, allora, – come spiega Oliker -, la logica sottostante a una mancata de-escalation (cioè allo status-quo attuale) da una prospettiva Ue si basa, essenzialmente, sull’intransigenza russa stessa. Detto in altro modo: «La strategia sulla Crimea dell’Ue, funziona soltanto se non funziona». 

L’intervista intera con Olga Oliker nella puntata di War & Peace all’inizio del pezzo. War & Peace è una serie podcast del network Europod ospitato da Linkiesta. Potete seguire Europod anche su Facebook e Twitter.

 

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