La politica contro il sovranismoGentiloni e Gualtieri, le due G che possono salvare l’Italia

Oltre all’iniziale del cognome, il commissario europeo all’Economia e il ministro italiano hanno in comune anche una solida ed equilibrata formazione politica che li ha portati dove sono ora. Ovvero nella posizione di portare il nostro Paese fuori dal buio

gentiloni gualtieri
Martti Kainulainen / Lehtikuva / AFP, Kenzo TRIBOUILLARD / POOL / AFP

Ci sono due G che possono salvare l’Italia. Paolo Gentiloni e Roberto Gualtieri sono gli uomini che stanno disegnando la possibilità di sopravvivere al Covid senza tornare all’età della pietra della penuria, delle camorre e dell’assistenza utilizzando la Grande Crisi come leva per un costruire un Paese europeo del XXI secolo.

Altre G – Grillo e Giggino – in questi anni hanno tentato di imporre un’Italia seduta, manettara, incattivita e anti moderna e sono destinati a essere superati dalla Storia; e insieme a loro l’altra destra delle  piccole patrie di Meloni, Orbán e Salvini, una destra oggi – dopo l’annuncio di Bruxelles – afona, imbarazzata. Diremmo che la lezione è questa: se la Grande Crisi sta spiazzando il sovranismo lo si deve alla politica.

Prendiamo Gentiloni, che ha avuto un ruolo decisivo nella svolta della politica economica europea. Quando fu nominato commissario all’economia ci fu qualche sapientone che obiettò: «Ma non è un economista». Senza capire che l’economia si può imparare, la politica no, o la capisci o nisba. E lui ci capisce. È un totus politicus, lo è sempre stato.

Fin da ragazzo, studente del Tasso di Roma, lo chiamavano il compagni col loden, soprannome per quegli studenti di sinistra più a sinistra del Pci. In 40 anni di attività politica, da militante a premier, la cifra di Paolo Gentiloni è sempre stata quella del saper persuadere, complici anche una naturale bonomia unita a un’antica signorilità di modi. Mai estremista, mai, nemmeno nei caldi Settanta milanesi nelle file del Movimento studentesco.

Figurarsi dopo, una volta stabilmente approdato a una sorta di liberalsocialismo che mescolandosi con la passione per le esperienze del riformismo inglese e americano definiscono infine la cornice culturale del Nostro. Che poi è il nucleo del Partito democratico, perlomeno nelle intenzioni della sua fondazione.

Una volta a Bruxelles, Gentiloni ha ripreso il filo politico e anche personale dei rapporti maturati quando stava alla Farnesina prima e a Palazzo Chigi poi. Ha avuto chiaro prima del Covid, cioè all’epoca delle Europee di un anno fa, che fosse possibile dare un colpo, o comunque frenare, un sovranismo che pareva dilagare. Ora o mai più.

Era fondamentale ricostruire l’idea che l’Europa non fosse un cane morto, per usare l’espressione di Marx, che ci fossero una squadra e una voce sola, che gradualmente bisognasse rimettere al centro la politica e non più la ragioneria. E le Europee in effetti arrestarono la resistibile ascesa dei sovranisti. Sempre forti, ma non padroni.

Quando poi è scoppiata la pandemia si è accelerato tutto. Gentiloni ha capito che si era giunti alla prova del nove, per cui o l’Europa salvava se stessa, cioè gli Stati membri, o saltava definitivamente. A quel punto ha stretto i bulloni delle sue alleanze a partire da quella con Ursula von der Leyen con la quale il commissario italiano ha costruito un rapporto molto buono anche se non sempre facile. Superare vecchi e nuovi falchi non è stato semplice ma il tandem ha funzionato.

Dopo l’invenzione del Sure, costruito con i francesi, sostanzialmente dribblato il problema del Mes anche grazie a un nuovo rapporto con il falco Dombrovskis, il tema è diventato il più sostanzioso Recovery Fund: già, ma quanto sistanziodo? Gentiloni si è battuto puntando al super-obiettivo dei 1000 miliardi. Ci è andato vicino, spuntando una cifra complessiva di 750 miliardi, per l’Italia 172,7. Di questi 81,807 miliardi saranno versati come sovvenzioni e 90,938 miliardi come prestiti.

Una cifra enorme, potenzialmente in grado di mettere a posto molte magagne del Belpaese. C’è da aver paura pensando agli appetiti che una torta simile potrà scatenare.

Toccherà a Roberto Gualtieri, a meno di novità oggi imprevedibili, gestire la più mostruosa operazione di politica economica mai vista nella storia del nostro Paese. E anche a Gualtieri, quando fu nominato ministro, è toccata la stessa solfa che era stata suonata per Gentiloni: «Ma è uno storico, non è un economista». Personalmente, ricordo Andrea Orlando al Nazareno – era uno dei giorni delle frenetiche trattative per il Conte bis – salutarlo così: «Ecco il ministro dell’economia!», e ne rimasi sorpreso. All’economia, Gualtieri?

Già, anche per lui vale quello che abbiamo detto prima: l’economia s’impara, la politica no. E Gualtieri è un altro personaggio politicamente solido (oltre ad aver imparato a maneggiare la politica economica a tempi di record), anch’egli fin da quando guidava il circolo degli universitari della Fgci di Roma, molto persuasivo, razionale, strutturato. Per decenni ha studiato la storia del movimento operaio inserita nella vicenda nazionale, secondo il canone gramsciano, fino a diventare un’autorità in materia.

Un intellettuale con la passionaccia della politica, un uomo di sinistra, un convinto europeista: è sugli scranni dell’Europarlamento che fa il salto verso la grande politica. Così oggi Roberto Gualtieri è fra i pochissimi riformisti di governo che ha in mente una certa idea dell’Italia che verrà, l’annunciato taglio delle tasse fa ben sperare. Nella prevedibile Caporetto del sovranismo, come la definisce Bobo Craxi, fra il lassismo pentastellato e il traformismo contiano che ne è la presentabile appendice, le due G potrebbero portarci fuori da questa notte della politica. Forse.

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Linkiesta Paper Estate 2020