Il dibattito de LinkiestaLa globalizzazione non è finita, come dimostra lo scontro tra Stati Uniti e Cina

Non si può parlare di fine del mondo globalizzato, i veri conflitti della nostra epoca avverranno tutti su scala planetaria. Questo perché interconnessione è sinonimo soprattutto di innovazione e di competizione per governarla

Trump Xi Jinping
Brendan Smialowski / AFP

Per ragionare sulla copertina dell’Economist sulla fine della globalizzazione, si può partire da un’altra immagine del settimanale britannico. Gennaio 2017: nell’articolo che descrive Xi Jinping come “nuovo uomo di Davos”, il presidente cinese è ritratto vicino a un panda di ghiaccio avvolto da bandiere cinesi e svizzere.

In quell’occasione, il presidente Xi cattura l’attenzione con la sua poetica difesa della globalizzazione economica. Parole ancor più appassionate vengono dall’ambasciatore cinese in Italia, nell’intervista rilasciata un mese fa a Repubblica. L’ambasciatore Li Junhua ricorda che tutte le catene della produzione sono integrate, e oggi dividere i mercati o “fermare la globalizzazione” è una forma di fondamentalismo.

La Cina, precisa l’ambasciatore, «è pronta a fare da guardiana dell’ordine mondiale, da riparatrice dell’economia globale e da contributrice allo sviluppo e alla prosperità del mondo intero». Nel discorso di Xi Jinping all’Organizzazione Mondiale della Sanità del 18 maggio, l’aggettivo “globale” ricorre 15 volte, anche per indicare il vaccino per Covid-19 come «bene pubblico globale».

Una diversa prospettiva caratterizza la dialettica di Donald Trump, il quale ama attaccare i “globalisti” e il “globalismo”, evocandone la fine. Forse Trump si riferisce all’estensione della globalizzazione di marca statunitense? Quel “globalismo” è un’infrastruttura che si fonda sul controllo militare dei mari in cui passa il commercio internazionale, sul primato nei cavi sottomarini in cui passano le telecomunicazioni, sulle basi militari, nonché sul ruolo egemone del dollaro. L’ultima volta che ho controllato, tutte queste cose erano ancora lì. La possibilità che possano essere rimosse da Donald Trump, o da chiunque altro, non sembra dietro l’angolo.

I due contendenti, Stati Uniti e Cina, usano quindi l’aggettivo “globale” per parlare soprattutto del loro scontro. Ma la globalizzazione ha un’altra dimensione essenziale: si esprime attraverso le organizzazioni internazionali, anch’esse investite dal conflitto tra Washington e Pechino. Non solo in materia di commercio e di sanità. Cruciale è, per esempio, la competizione sugli standard di telecomunicazioni, che influenza quel “potere di rete” in cui David Singh Grewal ha visto il segno della globalizzazione già nel 2008.

Se leggete Huawei Stories, i testi motivazionali dell’azienda cinese che ho analizzato nel mio libro Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina (La Nave di Teseo, 2020), questo punto è molto chiaro. Un ingegnere di Huawei, Dai Xizeng, racconta con orgoglio la scalata del gigante di Shenzhen nel 3GPP e nella International Telecommunications Union (ITU). Nel 2018 Dai Xizeng scrive: «Solo pochi anni fa, non avevamo nessun funzionario di Huawei nelle organizzazioni degli standard. Ora abbiamo novanta esperti e stiamo svolgendo un ruolo diretto nello stabilire gli standard mondiali». Dopo aver dormito un po’, è normale che a Washington se ne siano accorti e abbiano lanciato il loro whatever it takes per interrompere per sempre questa scalata. 

Si può immaginare un futuro della globalizzazione senza questi standard? No, ma bisogna considerare che la loro costruzione e gestione sarà conflittuale, di certo più del passato, perché investita dallo scontro tra Stati Uniti e Cina e dagli schieramenti contrapposti. 

Nel futuro della globalizzazione, gli standard continueranno ad esistere, ma la loro conflittualità si affiancherà a due altre tendenze generali: l’allargamento della sicurezza nazionale e il disincanto sulle catene del valore.

In primo luogo, siamo immersi in una corsa alla sicurezza nazionale globale. Implicita ed esplicita. Che ci piaccia o no, sempre più industrie e filiere sono denominate di sicurezza nazionale. Le decisioni sulla sicurezza nazionale – autorizzazioni sugli investimenti esteri, uso politico della finanza e della tecnologia, sanzioni – interrompono il flusso “naturale” dei mercati. Danno sempre più potere ad apparati burocratici, come il Committee on Foreign Investiment in the United States (Cfius) o il Bureau of Industry and Security (BIS).

È una tendenza di questa fase, che crea anche nuove dinamiche di mercato: per esempio, gli studi legali più quotati devono gestire le autorizzazioni di sicurezza nazionale con competenze e sensibilità adeguate, se vogliono assistere gli operatori nelle acquisizioni. Anche in Paesi come l’Italia, i percorsi di intelligence e di sicurezza entrano con maggiore frequenza nel governo societario.   

L’allargamento della sicurezza nazionale coinvolge la tecnologia. In Cina, è ovvio che giganti come Alibaba e Tencent operano in armonia col governo e, quando serve, al suo servizio. Negli Stati Uniti, l’appartenenza nazionale è sempre più importante per la propaganda delle aziende tecnologiche. Facebook dice al governo “fatemi fare ciò che voglio, perché sono un’azienda americana, la sicurezza nazionale sono io, altrimenti arrivano i cinesi”, Jeff Bezos si reca al Reagan National Defense Forum per dire ai militari che lo sviluppo tecnologico dipende dai “buoni”, cioè da sé. Altrimenti, arrivano sempre i cinesi.

La battaglia contro i monopoli crea nuove sensibilità politiche, anche al di là di faglie tradizionali: chi ha un’immagine stereotipata dell’Università di Chicago, deve oggi considerare l’importante lavoro diretto da Zingales sui giganti digitali.

L’altro elemento centrale è la fine dell’ipocrisia sulle cosiddette catene globali del valore. La crescente segmentazione della produzione ha portato a sottovalutare i suoi effetti politici, la sua capacità di creare vincitori e vinti sulla base della lunghezza dei processi e dell’inserimento nelle catene come “teste”, come “nodi”, o come tasselli facilmente sostituibili.

Non esistono le catene del valore in astratto, ma la capacità di esserne protagonisti e di riconoscerne le trasformazioni, attraverso la specializzazione, gli investimenti in ricerca e sviluppo, il presidio delle capacità tecnologiche emergenti, le aggregazioni e le politiche per la crescita dimensionale. Adesso è evidente che, anche per l’allargamento delle sfere di sicurezza nazionale, le catene del valore subiranno alcuni cambiamenti per ragioni geopolitiche, che è importante anticipare e valutare.

Chi saranno i vincitori di questo processo? Non è facile dirlo. Obama parlava di reshoring già nel 2012. E spesso si comincia pensando di rimpatriare la produzione in Occidente, e si finisce a foraggiare i nazionalisti indiani o il Partito Comunista Vietnamita.

Di certo, tutti dovrebbero comprendere l’impatto di queste tendenze, anche i Paesi europei, che hanno iniziato a lavorare sulle catene del valore strategiche, ma per ora si sono mossi con troppo ritardo e scarsa ambizione. È questo il mondo – globale e conflittuale – in cui individui, imprese e Stati devono prepararsi a operare.

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