Inside ZagabriaIl coronavirus ha sgonfiato la Croazia, ora la fase 2 rischia di essere tragica

Il Paese era arrivato al quinto anno consecutivo di crescita grazie al boom dei turisti. Ora il covid-19 mostra tutte le fragilità di uno Stato che ha poca forza lavoro, troppi emigrati e una potenziale bolla immobiliare

Con poco più di duemila casi di coronavirus, circa 80 decessi, 1.500 guarigioni e un numero decrescente di contagi ogni giorno, la Croazia sembra essersi lasciata alle spalle la prima ondata della pandemia. A partire da oggi, inizia dunque la seconda fase, con la riapertura di molte attività, tra cui parrucchieri e centri di bellezza (sottoposti ovviamente a nuove regole), mentre dalla prossima settimana toccherà ai bar e ristoranti che dispongono di spazi all’aperto. Ma se la crisi sanitaria pare superata, quella economica deve ancora iniziare e, in un paese che dipende ampiamente dai viaggiatori stranieri, i prossimi mesi si annunciano molto difficili.

La scorsa settimana, il governo di Andrej Plenković ha pubblicato le prime stime riguardo all’andamento economico della Croazia nel 2020 e 2021. L’esecutivo prevede un crollo del Pil del 9,4 per cento per quest’anno e un aumento del 6,1 per cento per l’anno prossimo (in Europa faranno peggio solo la Grecia e l’Italia, secondo il Fondo monetario internazionale).

Si tratta naturalmente di proiezioni che lasciano il tempo che trovano dato che non è ancora chiaro quali saranno le conseguenze a lungo termine della pandemia, se ci sarà una seconda ondata di contagi e quando potrà definirsi davvero chiusa la crisi legata al Covid–19. Tuttavia, le stime del governo croato ci offrono l’occasione per fare il punto sull’economia croata a pochi mesi dallo scoppio della pandemia.

Innanzitutto, un po’ di contesto. Il 2019 era stato per la Croazia il quinto anno consecutivo di crescita economica, «ancora una volta fortemente trainata dai consumi privati e dal turismo», come precisa il Fmi  nel suo ultimo rapporto sulla Croazia pubblicato il 19 febbraio.

Sostanzialmente soddisfatto, l’Fmi celebra nel testo la crescita dell’occupazione, l’aumento generale dei salari e del tasso di assorbimento dei fondi europei, con un budget statale che «ci si aspetta registri un piccolo deficit alla fine del 2020», in particolare a causa dei recenti aumenti degli stipendi dei dipendenti pubblici e di alcune agevolazioni fiscali.

Fino a questa primavera, la Croazia andava insomma nella buona direzione, come confermato anche dalla Commissione europea che sul suo sito indica ancora una proiezione di crescita del Pil croato del +2,6 per cento per il 2020 e del +2,3 per cento per il 2021.

Al netto dei dubbi che emergono leggendo questi rapporti (sulla loro capacità di prevedere il futuro, di prendere in considerazione l’eventualità di un imprevisto ecc.), gli studi dei vari istituti finanziari erano concordi nel descrivere un paese in crescita, ormai uscito dalla lunga crisi del 2009–2014 e destinato a raggiungere – più o meno lentamente – i livelli di ricchezza pro capite dei principali paesi europei.

Le fragilità della Croazia. La pandemia e il lockdown sono dunque innanzitutto una brusca battuta d’arresto in questo percorso. Ma i vari rapporti economico-finanziari sulla Croazia indicano anche i punti deboli del paese, che ora potrebbero venire accentuati.

Sorprendente a questo proposito è la frase che si trova in un rapporto del FMI  del dicembre 2019. Riferendosi alla crescita economica croata degli ultimi cinque anni, il Fondo ammette che «una buona parte di questa, può essere attribuita alla “fortuna”, ovvero a condizioni globali favorevoli che hanno permesso un boom turistico». Decisamente non un buon punto di partenza per affrontare ora delle condizioni globali decisamente avverse.

Veniamo dunque alle fragilità della Croazia. Innanzitutto, l’eccessiva dipendenza dal turismo, che nel 2018 ha contribuito a circa il 20 per cento del Pil croato. Si cita spesso la recente instabilità di diversi paesi mediterranei concorrenti (dalla Turchia al Nord Africa) per spiegare il successo della Croazia che dipende anche da fattori esterni. C’è poi lo sbilanciamento tra importazioni ed esportazioni, che rendono la giovane repubblica dipendente dall’esterno per molti prodotti (anche alimentari). E le difficoltà dell’agricoltura croata vanno inserite in questo contesto.

Il rapporto tra immigrazione ed emigrazione è inevitabilmente un buon indicatore dell’attrattività di un paese e la risposta in questo senso è senza appello in Croazia: il saldo tra chi arriva e chi parte è negativo da anni e l’Istituto croato di statistica  (Dzs) registra una perdita secca media di –20mila persone ogni anno.

E questi dati sottostimano largamente il fenomeno, dato che chi si trasferisce all’interno dell’Unione europea spesso non dichiara il proprio spostamento. Sul breve termine, questo porta a un problema di mancanza di forza lavoro in diversi settori (turismo, edilizia), ma sul lungo termine, causa problemi molto più gravi, a cominciare dalla tenuta del sistema pensionistico.

Infine, le criticità dell’amministrazione pubblica sono una costante in Croazia sia dal punto di vista economico che politico (con la questione del nepotismo e del ruolo dei partiti nella selezione del personale). Senza entrare nell’ambito di questo secondo punto, basti dire che la Croazia, un paese di circa 4 milioni di abitanti, conta 576 enti locali tra i vari livelli decisionali, impiegando nella Pubblica amministrazione il 18 per cento di tutta la forza lavoro disponibile nel paese (secondo le stime del prof. Ivan Koprić  dell’università di Zagabria, in un recente studio per la Commissione europea).

A questi squilibri strutturali, si aggiunge il fatto che la crescita registrata in Croazia negli ultimi anni è avvenuta in modo poco omogeneo, favorendo alcuni settori e alcune aree del paese, a discapito di altri. Il turismo ha ad esempio trainato il mercato immobiliare e con esso i mutui e, a questo proposito, è interessante l’avvertimento dell’Fmi a fine 2019.

«I prezzi degli immobili stanno crescendo nella capitale e nella aree costiere. Anche se non ci sono motivi immediati di preoccupazione, è importante assicurarsi che questi sviluppi non portino a problemi futuri. Il mercato immobiliare deve essere monitorato costantemente onde evitare che ci sia un eccessivo indebitamento delle famiglie, che potrebbe avere un impatto negativo sulle fasce a basso e medio reddito».

Le prime avvisaglie della crisi: il mercato immobiliare. Le notizie di questi giorni sembrano già rispondere alle preoccupazioni del FMI. In un recente articolo, Jutarnji List  avverte che «i prezzi degli immobili crolleranno in tutta la Croazia». Il quotidiano, che ha intervistato agenti immobiliari ed esperti del settore, azzarda una previsione di calo dei prezzi tra il 10 per cento e il 30 per cento nei prossimi mesi. In causa, sia il terremoto di Zagabria (in seguito al quale sono stati rimessi sul mercato edifici danneggiati e a prezzi scontati), sia l’atteso crollo del turismo, in funzione del quale sono stati costruiti nuovi appartamenti.

«Il mercato immobiliare al momento è fermo, è presto per parlare di calo dei prezzi. Ora, vende solo chi proprio deve», assicura a Jutarnji List il presidente dell’Associazione delle agenzie immobiliari in seno alla Camera di commercio croata, Dubravko Ranilović. Ma lo stop del mercato non è sinonimo di normalità. Cosa succederà nel mercato immobiliare croato quando riprenderanno le transazioni? I livelli di prezzo raggiunti negli ultimi anni erano salutari o nascondevano una bolla che si appresta a scoppiare?

Il settore turismo col fiato sospeso. C’è poi la grande incognita della stagione turistica. Quando saranno riaperti i confini in Europa? Quando e come si potrà ricominciare a viaggiare? E chi vorrà davvero farlo? Il ministro croato del Turismo, Gari Cappelli, ha detto la settimana scorsa di aspettarsi «un terzo dei ricavi rispetto all’anno scorso». «Possiamo ancora ragionare sugli arrivi di luglio, agosto e settembre», ha assicurato il ministro, che sta ragionando con i paesi confinanti su come organizzare dei “corridoi turistici” per permettere ai viaggiatori di raggiungere la Croazia in macchina.

Uno sguardo ai dati del 2018 aiuta a inquadrare le aspettative del ministro. Innanzitutto, luglio e agosto rappresentano il 46 per cento degli arrivi annuali (e il 59 per cento dei pernottamenti), uno squilibrio stagionale di cui si discute da anni, ma che non è stato risolto. Perdere quei due mesi equivarrebbe insomma a perdere tutto il 2020.

Dall’altro lato, cercare di assicurare l’accesso alle coste croate ai “vicini” interessati è una buona strategia: Germania, Austria, Slovenia, Italia e Polonia sono i primi cinque paesi per provenienza dei turisti in Croazia. Assieme rappresentano oltre 6 milioni di viaggiatori, su un totale di 16,6 nel 2018 (l’Europa tutta intera vale 14 milioni di turisti).

Infine, Cappelli spera anche di poter contare sul turismo interno e per questo, dal 1° giugno, sarà lanciata la “CroCard”, una tessera che permetterà ai datori di lavoro di dare ai propri dipendenti un bonus da 2.500 kune (320 euro circa) da spendere in strutture ricettive e della ristorazione in Croazia. Difficile dire, in questo contesto, quante imprese decideranno di avvalersi di questo strumento e quale sarà il suo impatto.

Una cosa è certa: il turismo interno è rimasto praticamente fermo negli ultimi vent’anni e sul volume totale dei flussi turistici conta poco o nulla. Oggi, i croati rappresentano il 12 per cento dei turisti e l’8 per cento dei pernottamenti. Difficile che possano salvare la stagione 2020.

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