Antropologia d’emergenzaResponsabili e altruisti. Ecco chi sono quelli che indossano la mascherina

Se la portassimo tutti saremmo difesi dal contagio. Mettendola si manda un messaggio semplice e inequivocabile a chi si incontra: io sono attenta, non c’è bisogno di attraversare la strada

MARCO BERTORELLO / AFP

Mascherine sì, mascherine no. Sono utili, sono inutili, sono un po’ utili. Ne abbiamo sentite di tutti i colori, sia dall’Organizzazione mondiale della Sanità, sia dalla Protezione civile. Il picco è stato raggiunto da Angelo Borrelli con l’orgogliosa dichiarazione: «io non la porto».  Poi la curva ha preso a discendere. Oggi prevale l’idea che siano un po’ utili, tanto che in Lombardia sono obbligatorie sempre, nel resto d’Italia in alcune circostanze particolarmente a rischio.

Ma allora servono? Io le porto da quando le ho trovate, e prima mettevo una bandana. Non sono né medico né virologo, ma penso, scusatemi se sono presuntuosa, che se le hanno sempre messe chirurghi e dentisti ci sarà una ragione. Non proteggeranno al 100%, ma almeno in parte certamente proteggono.

Allora perché tanta difformità di comportamenti? Sull’uso delle mascherine si può fare una vera antropologia. Ci vorrebbe Gadda, o forse Campanile, ma io ci provo lo stesso. Girando intorno al mio supermercato in queste lunghe settimane ho fatto le seguenti osservazioni.

Intanto, c’è una prima osservazione di tipo culturale: a Monteverde Vecchio, quartiere mediamente colto e di sinistra, un po’ all’antica, sono molto diffuse. Poi ci sono altre stratificazioni, per esempio di genere e di età. Senza dubbio le donne le portano molto più degli uomini.

Si sa, sono più responsabili, si curano della famiglia e del bene comune; e sono anche più obbedienti. Ragazzi e ragazze le portano di rado. Si sentono inattaccabili? Pensano che il virus non li riguardi? Sono abituati a sfidare le avversità?

In fondo sono gli stessi che si ostinano pervicacemente a fumare, come se l’elevatissimo rischio del fumo non li riguardasse. Ecco, è lo stesso atteggiamento. Poi ci sono i marcantoni di qualunque età, che ti sfiorano con aria strafottente con l’aria di dire: io non ci casco. Io sono giovane e atletico, non mi ammalo.

In Italia, si sa, si è giovani sino a cinquant’anni, salvo trovarsi improvvisamente anziani a sessanta, grazie al coronavirus. Gli immigrati generalmente le portano, o perché fanno lavori che gliele impongono (come le consegne) o perché vogliono affermare anche così di essere bravi cittadini.

Infine ci sono i padroni di cani (so che non si dovrebbe dire padroni, ma come li vogliamo chiamare, accompagnatori?). Quasi tutti, senza distinzione di età e di sesso, fin dall’inizio e ancora oggi senza mascherina.

Io amo gli animali e i cani, ma mi fanno arrabbiare moltissimo. Pensano che il cane li immunizzi dal contagio? Più probabilmente, si sono adagiati nell’incredibile privilegio di poter uscire anche tre volte al giorno. Ma i privilegi dovrebbero renderci più responsabili, non meno.

Infine, passando a un tono più serio. La mascherina chirurgica, quella dei medici, quella più diffusa e più comoda, è stata definita, in un divertente video, altruista, perché ha la caratteristica di difendere gli altri dall’eventuale contagio di cui noi saremmo portatori; non difende noi dal contagio che può essere diffuso dagli altri.

Non dovrebbe essere difficile capire, però, che se la portassimo tutti saremmo tutti difesi dal contagio, nella misura in cui la mascherina funziona. Che, come abbiamo detto, non sarà il 100 per cento, però… Dunque portiamola, per responsabilità, ma anche per quello che chiamerei, parafrasando un famoso filosofo politico, dovere di civiltà, o di cortesia.

Una persona dotata di mascherina manda a chi incontra un messaggio semplice e inequivocabile: io sono attenta, non c’è bisogno di attraversare la strada. Non sono una persona irresponsabile, non sono una che se ne frega degli altri, non sono una che non prende sul serio il pericolo del virus. Io mi preoccupo. Ti puoi fidare.

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