Mathijs DeenLe autostrade europee hanno nomi orribili ma sono più affascinanti della Route 66

Intervista allo scrittore olandese che racconta i segreti delle vie del Continente nel suo nuovo libro “Per antiche strade” (Iperborea), in libreria da mercoledì 27 maggio. «Perché non nominare la E30 Napoleon Highway, la E40 Silk Road e la E65 Cortina di ferro?»

Ogni lunedì Europea vi porta alla scoperta dei più originali scrittori di successo in Europa, ma poco conosciuti in Italia.

Se qualcuno vi proponesse di percorrere la Route 66 subito vi immaginereste lande sconfinate, conquista dell’ovest e pellerossa a cavallo che vi accompagnano sul ciglio della strada mentre lo spirito di Jack Kerouac vi sussurra all’orecchio. Se invece vi si proponesse di percorrere la E80, l’unica cosa che vi verrebbe in mente sarebbe il tintinnare delle monetine del resto ai caselli autostradali. Eppure la prima attraversa otto stati, la seconda dieci; la prima si stende per 3700 chilometri, la seconda per più di 6mila, dal Portogallo alla Turchia.

«Le strade europee non sono protagoniste di una narrazione nazionale come quelle degli Stati Uniti»: la differenza sta tutta qui, come scrive Mathijs Deen, nella forza del mito creata attraverso la narrazione. Lo scrittore e giornalista olandese ha provato a rimediare con il suo “Per antiche strade” (Iperborea, traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo, in libreria da mercoledì 27 maggio). Un reportage storico-narrativo che dimostra come sulle antiche vie d’Europa la geografia, la Storia e le tante storie individuali abbiano lasciato nei secoli tracce per un’epica che nulla avrebbe da invidiare alla celebre Route 66.

«Sul suolo europeo ogni passo ne ricalca uno precedente. Sotto ogni strada c’è un sentiero, una traccia percorsa nel tempo da migranti, mercanti e conquistatori», scrive Deen, che ha selezionato tra questi infiniti sentieri e strade dieci itinerari che rappresentassero tutte le epoche e attraversassero tutti i Paesi. 

«Il lettore che si aspetta i personaggi storici noti potrebbe restare deluso», avverte Deen, «per me il percorso migliore nel passato è quello che segue le tracce della personalità minori o sconosciute, che testimoniano un mondo perduto. Mi piacciono le storie a margine della Storia, che permettono di focalizzare l’attenzione sul viaggio oltre che su chi lo compie». 

Quindi non Giulio Cesare ma il brigante Bulla Felix, che seminava terrore sulla strada tra Roma e Brindisi. Non Carlo Magno ma la pellegrina Gudrid, che dall’Islanda andò a Roma per incontrare il Papa. Non Napoleone ma il prozio del bisnonno dell’autore Coenraad Nell, che partecipò alla spedizione russa di Bonaparte. Protagonisti sono pellegrini e banditi, commercianti, corridori ed esploratori: le antiche strade d’Europa furono battute da loro più che da regnanti e papi, benché la storiografia privilegi questi ultimi.

 

«Poiché le fonti delle mie storie sono scarse», spiega Deen, «ho dovuto usare il paesaggio stesso come fonte, ma il paesaggio europeo è un archivio in se stesso. Con tutte queste figure storiche minori abbiamo in comune il fatto di essere umani, piccoli terrestri che guardano verso le montagne, seguono i fiumi, attraversano i mari». 

«Le altezze per noi e per loro sono le stesse, i sentieri di montagna pesano allo stesso modo sulle nostre gambe come sulle loro, i fiumi seguono più o meno gli stessi corsi, le onde scuotono ancora indifferentemente persone di tutte le età. Includendo nel racconto le dimensioni fisiche e geografiche con cui questi personaggi devono fare i conti, l’attenzione passa dalla loro biografia ai luoghi in cui si muovevano, cioè questa Europa che ancora condividiamo tra di noi e con loro».

Le ragioni per cui le strade europee non hanno nell’immaginario contemporaneo la fama di quelle americane o australiane sono molte: «Le strade europee esistono da migliaia di anni, conducono attraverso un continente frammentato, quindi non appartengono a nessuno in particolare, e i visionari che hanno voluto legare il loro nome a strade che sconfinavano in altri territori l’hanno fatto per conquistarli». 

È anche difficile affezionarsi a una E seguita da un numero. «In America ci sono per esempio la PanAmericana e la Lincoln Highway. L’Australia ha un nome per ogni autostrada: dalla Gunbarrel Highway alla World’s End Highway. Sarebbe grandioso dare nomi anche alle strade europee, magari legati al paesaggio e alle vicende della nostra storia condivisa». 

In Italia c’è l’Autostrada del Sole, per esempio. «Anche in Francia c’è una Route du Soleil, che va da Lione a Marsiglia. Poi naturalmente ci sarebbero i vecchi nomi romani come la Via Appia in Italia e la Via Egnatia in Grecia (E90). Ma perché non nominare la Aurora Highway (E75), la Napoleon Highway (E30), la Silk Road (E40), la Cortina di ferro (E65) e la Antecessor Highway (E5)».

Pochi sanno che l’attuale rete stradale europea è il risultato di un progetto di unificazione viaria iniziato subito dopo la Seconda guerra mondiale e non ancora completato che fa capo alla Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite, con sede a Ginevra. Dall’incontro di Deen con Eva Molnar il direttore della divisione Trasporti della Commissione, emergono tutti gli ostacoli che questo progetto ha incontrato nel tempo.

«Oggi penso che la maggior parte delle strade pianificate sia stata realizzata, anche se non tutte rispettano i requisiti delle Nazioni Unite: la E6, quando ho attraversato la Norvegia otto anni fa, aveva ancora alcuni tratti in ghiaia, per esempio. Ma questo è secondario: il vero problema non è nelle carenze dell’infrastruttura, ma nella mancanza di consapevolezza. Belgio, Scandinavia e Italia sono molto fedeli all’idea della rete stradale europea. Germania e Francia invece raramente mettono la denominazione comune (la E) sui segnali stradali. Il Regno Unito quasi mai».

Eppure la rete stradale comune è stato un tassello fondamentale dell’unificazione, necessario a dare concretezza all’apertura dei confini nazionali. «Sono cresciuto a Twente, vicino al confine, ma raramente abbiamo visitato la città tedesca vicina», racconta Mathijs Deen. «Quando l’abbiamo fatto, siamo passati da Enschede e poi Glanerbrug fino a dove la strada si deteriorava, le macchine erano allineate e dovevamo aspettare che i doganieri guardassero nell’auto con sguardi severi. Silenzio. Niente scherzi. Una volta di là abbiamo guardato fuori dai finestrini, sperando nelle montagne. Eravamo all’estero!».

«Ora i miei figli non se ne accorgono nemmeno quando attraversiamo un confine. Io non posso fare a meno di commentare: ecco la Germania ragazzi! Alzano lo sguardo dai loro telefoni, cercando di capire perché penso che sia così speciale da doverli disturbare. Guardano fuori per un po’. È tutto uguale a prima. Perdono ogni interesse. Allora provo a guardare con i loro occhi. Hanno ragione loro ovviamente».

Tutt’altro effetto su Deen aveva il padre quando da piccolo lo portava dai nonni a Utrechtse Heuvelrug, e sulla strada commentava: «Questa è la E8, che va da Londra a Mosca». Quel piccolo viaggio familiare assumeva una dimensione molto più grande e avventurosa.

 

Anche quella strada dell’infanzia è entrata nel libro, benché non sia la preferita di Deen: «Sono meno affezionato, stranamente, alla E30, la vecchia E8, perché quando viaggi dai Paesi Bassi verso est i cambiamenti sono graduali  e facili, la strada continua all’infinito senza il brivido del cambiamento culturale o geografico netto. Quando viaggi a sud invece i cambiamenti sono improvvisi e plateali».

Qual è quindi la strada europea che ama di più, che potrebbe tener testa alla leggendaria Route 66? «Per me è la E25, che da Hoek van Holland, vicino a dove vivo, attraversa Belgio, Lussemburgo, Francia, Corsica, Sardegna e infine Palermo. La E25 ti porta da nord a sud, dalla famiglia di lingua germanica alla famiglia di lingua latina, dalla cucina al burro a quella all’olio d’oliva, dalla regione della birra alla regione del vino, dalla pioggia al sole, dai freddi maremoti del nord alle limpide acque calde del Mediterraneo, dalle distese di fango pigro del delta del Reno ai rumori tettonici dell’Etna, dalle notti fredde e silenziose ai grilli, da un’estremità della penisola europea all’altra. In questa strada ci sono i traghetti notturni, che adoro, improvvisi cambiamenti nell’architettura, valli fluviali e catene montuose».

«Ma la mia strada preferita è sempre la strada verso casa, come nella canzone di Tom Waits. Viaggiare significa trovarsi tra la partenza e l’arrivo, che è uno stato felice senza preoccupazioni. Assomiglia alla sensazione di quando noti che il treno inizia a muoversi, o il traghetto si libera dalla banchina. Tutte le grandi domande su perché e come dobbiamo vivere sono rinviate, perché c’è un percorso, un viaggio davanti, e le responsabilità non pesano più. Ma questo può avvenire solo se sai che alla fine del tuo viaggio, all’orizzonte, c’è un posto che puoi chiamare casa, dove sei il benvenuto e a tuo agio».

 

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Linkiesta Paper Estate 2020