“Un singolo passo”Il graphic novel che racconta perché l’Erasmus ti fa innamorare dell’Europa

In libreria da giovedì 18 per Tunué la storia di un ragazzo che va a studiare a Porto dopo un amore finito: «Una cosa è beneficiare di Schengen per trascorrere un weekend da turista, tutt’altra cosa è vivere una città europea da cittadino: solo così si forma un sentimento europeo»

“Qui è tutto più veloce perché sai che a breve finirà. E non è che le cose hanno meno peso, anzi sono pure più intense… il bello dell’Erasmus è questo: che finisce”. Il graphic novel “Un singolo passo” di Lorenzo Coltellacci, Niccolò Castro Cedeno e Enrico Gabriele Rollo, in libreria e fumetteria da giovedì 18 per Tunué, raccontando un Erasmus li racconta tutti. Chi non l’ha fatto leggerà una bella storia, chi l’ha fatto vi leggerà la propria.

La fine di una relazione ha appena lasciato il protagonista in un torpore rassegnato. Nulla sembra poter cambiare le cose, neanche un biglietto di sola andata per Porto. Ma nel frattempo la domanda per l’Erasmus è stata fatta: “Non so neanche perché… neanche ci speravo che mi prendessero”, confessa il protagonista, “volevo solo mettermi alla prova, superare i miei limiti, uscire dal mio guscio… Come se volessi dimostrare qualcosa a qualcuno. Ma a chi poi?”. 

Quell’Erasmus, all’inizio duro e spiazzante, diventa l’esperienza che cambia tutto: l’unico modo per crescere davvero. È bastato un solo passo, che all’inizio sembrava un passo nel vuoto, ma a posteriori si è rivelato essere stato uno dei più importanti che si siano mai fatti, «l’esperienza che mi ha formato di più», come dice Lorenzo Coltellacci, autore della sceneggiatura.

Classe 1992, triennale in lingue a Roma Tre, magistrale in Cooperazione internazionale alla Sapienza, Coltellacci ha fatto il suo Erasmus a Porto l’ultimo anno della triennale. «L’Erasmus è il modo migliore per toccare con mano un mondo nuovo. Funziona un po’ come è successo adesso con la quarantena: è come se fino a quel momento avessi vissuto solo dentro casa, vedendo il mondo dalla finestra o attraverso i racconti altrui, e lì cominciassi a viverlo davvero», racconta. 

«Una cosa è beneficiare di Schengen e della libera circolazione delle persone per trascorrere un weekend da turista, tutt’altra cosa è vivere una città europea da cittadino: solo così si forma un sentimento europeo».

Oltre alle emozioni dei nove mesi trascorsi a Porto, alcuni dettagli di quell’esperienza sono entrati senza soluzione di continuità in “Un singolo passo”: «Il personaggio di Fa’, l’amico saggio del protagonista, è piuttosto fedele a ciò che ho vissuto», racconta Coltellacci. «Così come l’oceano avvolto dalla foschia in agosto, con le persone che nel frattempo prendono il sole, è un’immagine che non dimenticherò mai, e che è entrata nel racconto».

La scoperta più inaspettata legata alla cultura portoghese? «I portoghesi sono molto calorosi, al contrario di quanto molti pensino. E la cucina: credo che quella portoghese, esclusa l’italiana, sia la migliore che abbia mai mangiato. Tutt’oggi un paio di volte al mese mi cucino il bacalhau à Brás, un modo di fare il baccala che ho imparato dal coinquilino portoghese». 

È più tornato? «Si ma non a Porto. Ho sempre avuto pensieri molto contrastanti su questo: da un lato, come dice Sorrentino, molto spesso è inutile tornare nei luoghi in cui siamo stati felici, dall’altro lato sarei molto felice di rivedere una città che ho amato profondamente».

La vicenda di “Un singolo passo” è semplice e la narrazione sa giocare sapientemente con i silenzi, la potenza dei gesti, l’importanza del non detto, con tutto il suo portato di tenerezza e rimpianto. A scandire i momenti della vicenda ci sono le rasature del protagonista, che da un certo momento in poi si lascia crescere un paio di baffi sotto il naso. A quel punto tutto sta già cambiando, e ci vorrà poco prima che sotto quei baffi compaia anche un sorriso.

Niccolò Castro Cedeno, illustratore, classe 1992, non ha fatto l’Erasmus e non ha mai visto Porto: «Mi ha aiutato aver vissuto qualche settimana a Lisbona: avevo in mente le architetture, i paesaggi. Poi ho utilizzato Google Earth e le descrizioni e fotografie di Lorenzo».

Dopo la scuola di fumetto Comics a Roma, frequentata per tre anni in parallelo con l’Università («disegno industriale: l’impostazione per disegnare design e architetture viene da lì»), Castro Cedeno ha proseguito studiando illustrazione per l’editoria all’Istituto superiore per le industrie artistiche di Urbino. Ha creato la fanzina Kandeggina e ora sta cercando un editore per il suo nuovo fumetto “Il re delle rane”, in cui la non fiction scientifica (la storia dello scienziato settecentesco Luigi Galvani) incontra il fantasy fiabesco.

«All’inizio mi interessava lo stile sporco, quello di Corrado Mastantuono, Jordi Bernet, i fumettisti argentini, per questo ho imparato a usare il pennello», racconta. «Poi ho scoperto di preferire altre direzioni e ho iniziato a studiare gli autori della linea chiara: da Vittorio Giardino al russo Ivan Bilibin. Ora prediligo questo stile, i colori piatti, un po’ quello delle stampe giapponesi, benché non le abbia mai seguite particolarmente». 

La linea chiara realizzata con il pennello si adatta bene alla vicenda di “Un singolo passo” perché «crea uno stacco tra i paesaggi e l’ambiente circostanze, e si adattava alla dinamicità della vicenda, dal momento che i personaggi si muovono molto».

La colorazione è opera di Enrico Rollo, classe 1985, diplomato in grafica editoriale all’Accademia di Belle Arti di Lecce, grafico per i Negramaro e colorista per diverse case editrici. «Volevamo modulare i colori sugli stati d’animo del protagonista», spiega Rollo, «quindi piuttosto che una palette naturalistica, realistica, abbiamo fatto una scelta espressionistica, con tinte piatte e piuttosto forti».

Se le emozioni del protagonista sono tanto chiare da colorare e disegnare anche ciò che lo circonda, il suo volto invece non si vede mai integralmente: sempre di tre quarti, leggermente coperto dalle mani proprie o altrui o parzialmente escluso dall’inquadratura. Non ha neppure un nome. 

«Non volevamo raccontare la storia di un Erasmus, ma dell’Erasmus», spiega Coltellacci. «Credo che in questo modo sia più facile per chiunque abbia vissuto questa esperienza identificarsi». E ricordare che all’origine di quei mesi che hanno cambiato le loro vite c’è sempre stato solo un singolo passo.