La politica dei gestiStoria del pugno chiuso, tornato in auge con le proteste di Black Lives Matter

Adottato in America dalle Pantere Nere, diventa quello che conosciamo nel Maggio francese, fino ad arrivare per discendenza diretta ai manifestanti di oggi. Liberato dalla connotazione “social-comunista” con cui era nato, viene salvato dal suo tramonto epocale e cerimoniale

Oli SCARFF / AFP

Il gesto politico del pugno chiuso, sollevato ben in alto, è nuovamente presente in ogni manifestazione corteo presidio flash mob. Riportato pienamente in vita dalle proteste d’Oltreoceano contro il razzismo, le stesse che innalzano il cartello “Black Lives Matter”.

Un dono militante, giunto fino a noi dall’America di Trump, onda politicamente tellurica determinata dall’assassinio dell’afroamericano George Floyd, terremoto presto propagato fin nelle piazze della Vecchia Europa, già tuttavia preparata su quel gesto espressamente politico.

A suo modo, si tratta, al momento, anche iconograficamente, del simbolo che scandiva i manifesti delle Black Panther negli anni Sessanta.

Le “Pantere nere” guarnite di ridondanti giacche di cuoio, basco, trono africano in vimini, frecce e lance impugnate come scettri, e infine proprio quel loro pugno sollevato, reso infine esemplare, poster, dagli atleti afroamericani sul podio alle Olimpiadi di Città del Messico, Tommie Smith e John Carlos.

Un po’ di filologia in questi casi, acclaratone il ritorno, appare doverosa, necessaria.

Posto che perfino nelle situazioni più radicalmente connotate, almeno qui da noi, negli ultimi decenni a scandire le proteste e gli slogan perfino da parte degli operai sembrava che il pugno chiuso fosse stato sostituito dal gesto ben più qualunquista: la mano innalzata a taglio, come nei cori delle curve calcistiche, cose assai poco connotate a sinistra, se non direttamente varianti del saluto neofascista.

Per rigore filologico e storiografico va detto che il saluto in questione viene formalizzato negli anni del Fronte popolare – Parigi 1936 – comunisti, socialisti e radicali sfilano da rue Saint-Antoine andando a place de la République, mostrando un pugno chiuso che mai si solleva al di sopra delle proprie teste, le foto dell’archivio Roger-Viollet lo testimoniano, senza bisogno di ricorrere a Robert Capa su “Life”, lo stesso pugno chiuso appare nelle parate ufficiali dell’Esercito popolare repubblicano spagnolo durante la guerra civile che risponde all’ “alzamiento” di Francisco Franco, lì trasformato in saluto militare. Un pugno serrato all’altezza della tempia destra piuttosto che il palmo aperto delle armate “borghesi”.

Affinché quel pugno si mostri come lo conosciamo tutti noi, braccio interamente teso, occorrerà attendere le barricate del Quartiere Latino di Parigi, conquistato dagli studenti vent’anni dopo, nel Maggio 1968.

Dimenticavo: ogniqualvolta il cinema ha chiesto alle sue comparse di avanzare recitando il ruolo della massa irata e pronta a brandire un pugno chiuso si è solo visto un gesticolio posticcio e ridicolo, valga come esempio la folla che sfila recitando la parte dei “rossi” ne “L’assedio dell’Alcazar” di Augusto Gemina, un classico della propaganda fascista girato nel 1939, e riferito per l’appunto alla guerra di Spagna.

Lì i villici figuranti, in testa il cappello di paglia da “campesino”, mai appaiono plausibili sia in termini di veemenza sia esattamente gestuali. Per non parlare dei fascisti pronti a parodiare il saluto dell’avversario mostrando un gesto che sembra piuttosto riferirsi all’atto sessuale.

Non prima di avere ricordato che pure Nelson Mandela riteneva proprio quel saluto, occorre ora precisare che la lotta del Black Lives Matter ha ridato chiarezza semantica a al pugno chiuso liberandolo dalla connotazione strettamente “social-comunista”, così salvandolo dal suo tramonto epocale e cerimoniale.

Un’era geopolitica è trascorsa dai pugni chiusi che accompagnavano i funerali di Palmiro Togliatti nell’agosto 1964, mostrati da muratori in canottiera, “l’umile Italia” di Pasolini, o piuttosto da donne anziane giunte dalla periferia romana fino a Botteghe Oscure, e ancora a punteggiare il percorso del corteo che dall’Altare della Patria si appresta a raggiungere piazza San Giovanni; gli stessi pugni chiusi vedremo replicati, nella medesima cifra simbolico sentimentale, vent’anni dopo per l’ “Addio” – così titolò l’Unità – a Berlinguer, in una Roma identicamente monumentale.

Sarà bene ancora ricordare, facendo un breve passo indietro, che nelle piazze del 1977, erano unicamente i comunisti del Pci a sollevarlo, quegli altri, gli “autonomi”, quelli che puntavano a “colpire il cuore dello Stato”, preferivano piuttosto mostrare le dita nel gesto della pistola, esatto, della P 38.

A ripensarci adesso, viene voglia di sorridere al solo pensiero del tragico e ottuso, velleitarismo rivoluzionario. Su tutto, per amore di filologia, resti questo ipotetico bugiardino di istruzioni per l’uso e l’abuso di un gesto politico tipico che dal “secolo breve” si è trascinato fino a noi.