Tra proteste e focolaiLa difficile ripartenza dello sport americano

A differenza dei campionati europei, negli Stati Uniti le principali leghe professionistiche non riescono a tornare facilmente in campo. C’entra l’emergenza sanitaria che sta ancora colpendo diverse aree, ma anche le manifestazioni antirazziste degli ultimi giorni

Chris Elise / NBAE / Getty Images / Getty Images via AFP

Per lo sport professionistico è difficile immaginare un momento più delicato di quello attuale. In Europa, con la ripartenza dei principali campionati nazionali, il calcio ha risposto per primo all’emergenza sanitaria tornando in campo quasi ovunque, seppur tra mille precauzioni.

Negli Stati Uniti la situazione è ancora più complessa. Le principali leghe sportive americane – Nba, Mlb e Nfl – stanno ragionando ormai da settimane su come ripartire ma, a differenza delle federazioni europee, non hanno un solo problema con cui fare i conti: oltre al dissesto economico causato dalla pandemia devono anche tentare di arginare il terremoto sociale provocato dall’assassinio di George Floyd.

Una combinazione che ha portato a galla i problemi e le contraddizioni che da anni rimanevano nascoste sotto la superficie scintillante del prime time.

L’Nba è la lega che più di ogni altra in questi anni ha saputo espandersi a livello globale. La straordinaria esposizione mediatica dei giocatori (oltre alla tradizionale attenzione della lega nei confronti della comunità afroamericana) ha permesso ad alcune delle sue star di assumere un ruolo di primo piano nel dibattito sui diritti civili, diventando – per citare le parole di LeBron James – «more than an athlete».

Ed è proprio questa assunzione di responsabilità dei giocatori ad aver complicato la ripresa della stagione, programmata per il 31 luglio. Alcuni di loro credono infatti che il modo migliore per contribuire alla causa di Black Lives Matter sia non riprendere a giocare in modo da permettere all’opinione pubblica di rimanere concentrata sulle proteste.

Il rischio, secondo Kyrie Irving, sarebbe quello di tornare a parlare solo di ciò che succede sotto i tabelloni sottraendo spazio mediatico alle manifestazioni. Un punto di vista legittimo, che però non convince tutti. Molti giocatori (tra cui Austin Rivers e, soprattutto, Lbj) hanno manifestato pubblicamente il loro desiderio di tornare sul parquet per aiutare la causa con la forza del gioco.

Una posizione condivisa dal commissioner Adam Silver che potrebbe però essere costretto a rimettere in discussione uno dei pochi punti fermi della ripartenza. Il Walt Disney World Resort di Orlando – la location scelta per concludere la regular season e per disputare i playoff – si trova in Florida, uno degli hotspot dell’emergenza Covid.

Oltre al numero crescente di nuovi contagi, a preoccupare i giocatori e gli staff delle squadre sono i protocolli di sicurezza poco chiari a cui dovranno attenersi i dipendenti della Disney che lavorano all’interno del complesso. Una situazione complicata, da cui però l’Nba sembra poter uscire grazie alla comunione d’intenti tra commissioner, proprietari e la maggioranza dei giocatori.

Una volontà comune che manca all’Mlb, alle prese con una polemica salariale così clamorosa da mettere in secondo piano la questione sanitaria e che rischia di rovinare l’immagine del baseball professionistico americano. Dopo aver discusso per mesi su come e quando tornare in campo, il commissioner Rob Manfred e il sindacato dei giocatori, la Mlbpa, hanno improvvisamente interrotto i negoziati a causa del mancato accordo sul numero di partite da disputare per concludere la stagione.

La richiesta dei giocatori di percepire uno stipendio “pro rata” (cioè proporzionato al numero di partite disputate) non è stata accettata dai proprietari e, soprattutto, viene considerata irrispettosa dai tifosi, che chiedono un sacrificio all’altezza del momento drammatico che il paese sta vivendo.

Manfred ha accusato apertamente i giocatori di voler boicottare la stagione per tutelare i loro interessi economici. I giocatori hanno risposto dicendosi disgustati dalle accuse del commissioner. Uno scontro che – oltre a mettere in discussione la stagione attuale – rischia di condizionare negativamente anche le trattative per il prossimo Collective Bargaining Agreement (Cba) previsto al termine del 2021, con conseguenze devastanti come il lockout o uno sciopero dei giocatori. La cui immagine, a differenza di quella dei colleghi dell’Nba, non appare irreprensibile.

Un tema, quello della percezione pubblica, con cui l’Nfl deve fare i conti da troppi anni. A differenza di quanto accaduto nel basket e nel baseball, la stagione del football si è conclusa regolarmente prima che l’emergenza sanitaria squassasse gli Stati Uniti. L’Nfl ha avuto più tempo delle altre leghe per pensare a come tornare in campo ma – nonostante sia difficile da credere – il principale argomento di discussione oggi non è tanto la pandemia quanto invece la questione razziale.

Un tema aperto dal 2016, quando l’allora quarterback dei San Francisco 49ers Colin Kaepernick si inginocchiò durante l’inno americano in segno di protesta per la disparità di trattamento tra bianchi e neri, iniziando una polemica che ne ha di fatto provocato l’allontanamento dai campi di gioco.

La scorsa settimana, intervistato da Espn, il commissioner Roger Goodell ha sorpreso tutti dicendo di voler rivedere al più presto Kaepernick in Nfl. Una dichiarazione inaspettata, visto che pochi mesi fa proprio Goodell aveva detto di considerare chiuso l’argomento.

Con un’inversione di rotta improvvisa, Goodell ha invece fatto sapere che «apprezzerebbe molto se Colin ci aiutasse ad affrontare argomenti complessi, rimasti sul tavolo per molto tempo». Questa nuova posizione testimonia quanto le proteste delle ultime settimane siano riuscite a influenzare anche uno sport tradizionalmente conservatore come il football, molto vicino a Donald Trump e al suo elettorato.

Persino una lega reazionaria come l’Nfl ha dovuto prendere atto che l’aria è cambiata. Quattro anni fa Goodell aveva deciso di non intervenire nella polemica tra l’attuale presidente degli Stati Uniti e Kaepernick, facendo “scomparire” il giocatore perché controverso e, di conseguenza, bad for business. Ora invece l’Nfl (così come buona parte delle più importanti aziende americane) ha deciso di prendere posizione e – per la propria sopravvivenza – ha deciso di riabbracciare Kaepernick.

È un’ulteriore dimostrazione di quanto gli sportivi possano contribuire a formare la nuova coscienza collettiva americana. Aiutati, paradossalmente, dall’emergenza sanitaria che ha messo impietosamente a nudo l’inadeguatezza di chi per anni ha fatto finta di non vedere.

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