Non è colpa di FCA La proposta di PiùEuropa per disciplinare la concorrenza fiscale sleale nell’Unione

Il partito chiede di adottare regole comuni per determinare la base imponibile per la tassazione delle imprese. Agli stati resterebbe la libertà di determinare le aliquote, con una competizione trasparente, senza scappatoie

Nel settantesimo anniversario della “Dichiarazione Schuman”, che il 9 maggio 1950 segnò l’avvio del processo comunitario, PiùEuropa ha lanciato cinque petizioni federaliste, perché l’Ue avanzi nel processo di integrazione politica e economica, e un disegno di legge per far diventare Festa nazionale in Italia la Giornata dell’Europa, fissata proprio il 9 maggio. Questa settimana presentiamo la petizione per porre rimedio ai fenomeni di concorrenza fiscale sleale tra i Paesi membri dell’Ue.

Il dibattito sollevato qualche settimana fa dalla richiesta di accesso al prestito con garanzia pubblica da parte di Fiat-Chrysler Automobiles Italy ha riportato sul tavolo il tema della concorrenza fiscale tra stati europei. Il ragionamento che molti hanno fatto è stato: FCA ha scelto di essere una società di diritto olandese, perché dovremmo sostenere i suoi debiti con la garanzia pubblica italiana? In realtà, FCA Italy paga le tasse in Italia, ha un fatturato di circa 25 miliardi e un costo del personale in Italia superiore a 3 miliardi. Dunque, FCA Italy ha diritto alle condizioni previste dal cosiddetto “decreto liquidità”.

Altri hanno comunque sottolineato come la holding (che ha come “business” i dividendi delle varie partecipate) dreni risorse alle società controllate attive nei diversi Paesi e dunque sottragga base imponibile e gettito all’Italia. Da qui, l’accusa ormai sempre più frequente ai Paesi Bassi di essere un “paradiso fiscale” intra-europeo. È proprio così?

Tecnicamente i Paesi Bassi non sono un paradiso fiscale: non rientrano in nessuno dei parametri dei cosiddetti “tax havens” monitorati dalla UE e hanno una tassazione del reddito dal lavoro dipendente assolutamente allineata con i Paesi del Nord Europa (peraltro aggravata dall’obbligo di assicurazione medica per i residenti).

La cattiva reputazione dell’Olanda, come di altri paesi Ue, deriva essenzialmente dal regime di tassazione delle grandi imprese e dal relativo diritto societario, che, nonostante le evoluzioni degli ultimi anni, continua a offrire inequivocabili vantaggi per la domiciliazione delle sedi di grandi compagnie multinazionali. Ma è davvero un problema olandese o è forse anche responsabilità di quei Paesi che non riescono a offrire soluzioni altrettanto attraenti?

Bisogna tutti essere consapevoli che le tante proposte di armonizzazione del fisco per le imprese in Europa non si tradurrebbero mai nell’adozione dell’inferno fiscale italiano da parte di altri Paesi. Semmai, dovrebbe essere l’Italia ad alleggerire le sue pretese e semplificare le sue procedure.

D’altra parte, è anche evidente che le differenze molto marcate tra gli ordinamenti fiscali nazionali in materia di tassazione del reddito d’impresa rappresentano da decenni un ostacolo alla piena integrazione del mercato unico europeo. Quando poi si entra nel vivo del confronto sugli strumenti fiscali da adottare per l’emergenza sanitaria e il contrasto della crisi economica in atto, l’accusa all’Olanda di sottrarre gettito fiscale (all’Italia, ma anche a Francia, Germania e altri Paesi) fa il paio con la ritrosia olandese a una maggiore solidarietà con i Paesi più indisciplinati dal punto di vista finanziario e esosi dal punto di vista fiscale.

Gli interventi finora compiuti in ambito europeo, in termini normativi e giurisprudenziali, hanno corretto alcune storture (soprattutto riguardo alle imposte indirette). Tuttavia, l’evoluzione tecnologica e l’assenza di barriere alla libertà di circolazione dei capitali e di stabilimento nel territorio dell’Unione incentivano sempre più lo sfruttamento di vantaggi fiscali in un ordinamento o in un altro, l’arbitraggio normativo e l’erosione della base imponibile.

Tutto questo non solo crea tensioni politiche tra Paesi e opinioni pubbliche, ma contribuisce a ridurre la trasparenza dei sistemi fiscali e avvantaggia le imprese più grandi rispetto alle imprese di dimensioni minori, nonché le aziende dei settori immateriali rispetto ai comparti più tradizionali.

D’altro canto, come dimostra l’esperienza consolidata degli Stati Uniti, un certo grado di competizione fiscale tra gli Stati è un positivo fattore di efficienza politico-amministrativa e di moderazione delle pretese fiscali nei confronti dei contribuenti.

Per cercare di superare questa contrapposizione tra esigenze di armonizzazione e competizione fiscale nel campo delle imposte dirette, e superare l’indisponibilità dei Paesi a tassazione più bassa (che vedono ogni forma di uniformazione come una richiesta di aumento del carico fiscale e dunque di riduzione di competitività), una via mediana può essere l’adozione di una base imponibile per il reddito d’impresa determinata secondo regole comuni europee, che si sostituirebbero alle regole nazionali.

Ai singoli Stati resterebbe la piena libertà di determinare le aliquote di imposta, lasciando dunque in piedi un modello competitivo, trasparente e uniforme, che premia i Paesi capaci di tenere basse le imposte senza però creare fenomeni distorsivi ed elusivi sulle basi imponibili.

Va in questa direzione una proposta che PiùEuropa ha lanciato sotto forma di petizione e che il partito europeista intende condividere presto con parlamentari europei eletti in Italia e in altri Paesi. Con una proposta mediana, che consenta una sana concorrenza fiscale senza incentivare l’elusione fiscale, si può aprire un vero confronto in Europa. Demonizzare i sistemi fiscali altrui, dal pulpito di un Paese ad alta tassazione e a spesa inefficiente, non serve a molto.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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