La strategia dell’ammuinaIl governo Conte sul caso Regeni non fa niente (e c’è da aspettarsi poco anche dal Pd)

Il governo di al-Sisi non ha ancora mandato segnali concreti di collaborazione sul caso del ricercatore ucciso nel 2016. E forse non lo farà: in Italia le proteste sono di facciata visto che anche il Partito democratico, ormai anestetizzato, sembra ormai aver perso voce sulla questione

A Fhami Street, sulle rive del Nilo, nell’ambasciata d’Italia al Cairo, gira in aria di cauto pessimismo circa l’esito della prossima riunione del primo luglio sul caso di Giulio Regeni tra le procure del Cairo e di Roma.

Pessimismo, perché la magistratura egiziana non è autonoma, è totalmente organica al regime e questi non ha sinora dato un segnale, non ha imposto una dimissione, uno spostamento di responsabilità che coinvolgano i cinque dirigenti dei Servizi egiziani indagati dal 2018 dalla Procura di Roma.

Né, dalle impenetrabili stanze della presidenza della Repubblica del Cairo, trapelano voci e indizi che facciano pensare che al-Sisi abbia deciso finalmente di far subire alle sue strutture di sicurezza un processo, per di più condotto dalla magistratura italiana.

Cautela nel pessimismo, perché al-Sisi per primo sa bene quanto gli sia preziosa una relazione intensa con l’Italia.

È l’Eni ad avere svolto un ruolo determinante nella individuazione dell’immenso giacimento metanifero di el Zohr (3 miliardi di metri cubi al giorno) e nelle più di dodici prospezioni metanifere in corso che si avviano a trasformare l’Egitto in una potenza energetica, risolvendo per questa strada buona parte dei suoi problemi di bilancio.

È Fincantieri ad offrire oggi alla flotta del Cairo due – un domani saranno sei – fregate Fremm dalla tecnologia senza pari, che saranno peraltro indispensabili a presidio dei pozzi metaniferi oggi insidiati dalla prepotenza della Turchia di Erdogan.

Non solo, al-Sisi ha platealmente perso la battaglia di Tripoli che il suo pupillo Haftar ha condotto disastrosamente e anche se il governo italiano ha sbagliato nell’ultimo anno tutte le mosse in Libia, sarà pur sempre attore non secondario nella trattativa in atto per ridurre i danni della perdente componente politica della Cirenaica sostenuta dall’Egitto.

Si vedrà dunque se al-Sisi, bilanciando vantaggi e svantaggi, in omaggio alla collaborazione con l’Italia, farà sì che la Procura del Cairo consegni o meno a quella di Roma quanto richiesto: il domicilio legale dei cinque dirigenti dei Servizi egiziani indagati, sì da permettere materialmente l’avvio del processo in Italia contro di loro, che sicuramente comunque saranno giudicati in contumacia.

Uno snodo procedurale apparentemente tecnico, ma dalle enormi conseguenze politiche perché permetterebbe finalmente l’avvio della definizione di una verità giudiziaria sull’omicidio di Giulio Regeni.

Va detto che ad oggi si registra lo stesso pessimismo sul tema anche nel Partito democratico, nel quale il caso Regeni è stato occasione di una complessa manovra politica.

La componente ex renziana, infatti, è uscita allo scoperto una decina di giorni fa con l’autorevole prestigio di Marco Minniti, per chiedere sostanzialmente al segretario del Pd di fare forti pressioni su Giuseppe Conte su due piani: imporre all’Egitto una “partnership esigente” e abolire sostanzialmente i Decreti Sicurezza voluti da Matteo Salvini (e dallo stesso Conte).

Per quattro anni Minniti, che ha frequentato intensamente gli ambienti di governo egiziani sia da Autorità Delegata ai Servizi, che da ministro dell’Interno, che ha “terminali” di rilievo negli apparati egiziani, non si è espresso sul caso Regeni.

Ora invece, ha deciso di chiederne con fragore mediatico una rapida soluzione giudiziaria, ma il fatto che contemporaneamente abbia chiesto l’abolizione dei Decreti Sicurezza dimostra anche altro.

Insofferente della politica di subordinazione del Partito democratico a Conte e ai 5 Stelle, la componente ex renziana ha fatto pressione sulla segreteria per una svolta politica sensibile nella gestione del governo (mentre Giorgio Gori criticava il segretario del Pd).

Nicola Zingaretti, ben cosciente dei risvolti e delle tensioni interne ai democratici, ha avuto buon gioco per aderire alla richiesta per quanto riguarda il caso Regeni ed è uscito con una ferma lettera a Repubblica nella quale sostanzialmente faceva sue le posizioni di Minniti e ne ha parlato con Conte.

Dopo di che… nulla.

È vero che Luigi Di Maio ha chiesto formalmente che la Procura del Cairo fornisca alla Procura di Roma il domicilio legale degli egiziani inquisiti, ma non si ha traccia di nessuna forte pressione italiana sul governo del Cairo (e la vendita senza condizioni delle due fregate Fremm all’Egitto è stata formalmente autorizzata dal Consiglio dei Ministri).

Così come è agli atti che i Cinquestelle si sono irrigiditi nel chiedere un ulteriore rinvio della discussione sui Decreti Sicurezza (sui quali Zingaretti non ha preso posizione). Dunque, le due richieste di Minniti hanno trovato a Palazzo Chigi il solito muro di gomma.

La sensazione che continui da parte di Conte “la strategia dell’ammuina” è sempre più netta. E il Pd di Zingaretti non è capace di fermarla.

Purtroppo, anche sul drammatico caso di Giulio Regeni.

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