Senza strategiaMinniti certifica il fallimento (non sorprendente) di Conte e Di Maio su Libia ed Egitto

In un’intervista a Repubblica, l’ex ministro dell’Interno affonda le scelte del governo su Tripoli (compreso l’errore di puntare su Haftar) e critica gli accordi conclusi con Al Sisi: bene vendere armi, ma all’interno di una visione che tenga in conto gli interessi nazionali. E invece l’Italia si sta trasformando in un’agenzia commerciale, perdendo posizioni nel Mediterraneo

Marco Minniti ha deciso di dare una bacchettata sulle dita a Giuseppe Conte e a Luigi Di Maio con una secca lectio magistralis illustrata in una intervista a Repubblica nella quale li critica radicalmente, pur senza mai citarli.

Il focus e il titolo dell’intervista sono incentrati sul caso Regeni, ma l’ex ministro dell’Interno va ben oltre, lo include in una complessa visione di dinamiche di forza e critica aspramente, sia pur con lessico e arte togliattiani, tutte le scelte di Conte e Di Maio nella crisi libica.

Tre sono i punti focali del suo ragionamento. Il principale, anche se enunciato quasi per ultimo, ribalta di 180 gradi la strategia del governo Conte sullo scenario mediterraneo.

Là, dove Di Maio ha sempre gridato al vento che «l’Italia non permetterà che in Libia vincano le armi» e che «non esiste soluzione militare», in perfetta sintonia con i velleitarismi verbali dell’Europa, Minniti sostiene l’opposto: «L’Europa deve cambiare postura, perché l’Europa è l’unica ad avere una stazza sufficiente a non restare schiacciata tra Mosca e Ankara. L’Italia, da sola, non può farcela. L’Europa deve mettere in campo un progetto di pace credibile per la Libia che non escluda un impegno militare sul terreno».

Questo è il punto cruciale: senza la disponibilità a mettere boots on the ground, a schierare la propria forza militare sul terreno in una logica di peace-keeping, non si incide in nessuno scenario di crisi.

Questo l’errore compiuto sinora. Soprattutto dopo che la dinamica della crisi libica con l’aprile del 2019, per volontà dell’Egitto, degli Emirati, dell’Arabia Saudita e della Russia (con l’appoggio ipocrita della Francia) con Haftar è entrata per intero in una spirale tutta di scontro militare, di una guerra per il controllo di Tripoli combattuta ferocemente, senza possibili mediazioni.

Dunque si tacciano le frasi pacifiste del governo Conte e si avvii un’intensa attività in Europa per offrire ai contendenti la garanzia concreta di un accordo di pacificazione (o forse anche di spartizione confederale del Paese), basata e rafforzata anche dal dispiegamento di un contingente militare europeo in Libia.

Il secondo passaggio del ragionamento di Minniti si basa sulla presa d’atto che oggi il generale Khalifa Haftar ha rovinosamente e ingloriosamente perso la battaglia per la conquista di Tripoli e che le sue armate sono in rotta.

Incredibilmente, di questo non si sono ancora accorti né Di Maio né Conte, che non hanno compreso che è azzoppato e probabilmente finito proprio, il cavallo libico su cui avevano puntato, che avevano ricevuto come capo di Stato a Palazzo Chigi, umiliando invece al Serraj che li aveva a sua volta umiliati rifiutando di incontrarli.

E Minniti, a differenza delle astruse analisi della Farnesina e dell’Europa, sa bene che con Haftar ha perso la guerra anche l’Egitto di al Sisi.

Sa anche che lo stesso Haftar rischia ora la poltrona, che vi sono potenti componenti del suo schieramento in Cirenaica, a partire da Aguila Saleh, presidente del Parlamento di Tobruk, che stanno tramando per deporlo, volente o nolente, e sostituirlo.

Sa che Haftar è addirittura impresentabile sulla scena internazionale e umiliato.

Da questa presa d’atto della grave sconfitta politica e militare in Libia non solo di Haftar, ma anche in prima persona del suo convintissimo sponsor al Sisi, tipica di un attento e veloce realpolitiker, Minniti parte per criticare duramente la scialba e indifendibile pretesa di Di Maio e Conte di trattare su due piani separati e non interdipendenti la vendita per 10 miliardi di euro di una flotta all’Egitto e il caso Regeni.

Facendosi portavoce di una intolleranza nei confronti della sciatteria di Conte e Di Maio a fronte di un Egitto oggi indebolito, intolleranza che coinvolge palesemente non solo una consistente parte del Partito democratico, ma anche di quella consistente componente dell’apparato dello Stato che agisce nel nome dell’ésprit républicain, Minniti è tranciante.

Inizia col dire che «il trasferimento di sistemi d’arme per 10 miliardi non è una questione tecnica. È un passaggio di estrema rilevanza politica e diplomatica», per proseguire con «il compito della politica è conciliare principi e interessi, magari senza dimenticare che i primi hanno la precedenza».

Una stoccata feroce a Di Maio e Conte che precede la proposta di una strategia alternativa e di grande forza nei rapporti con l’Egitto: «Compito della politica è dimostrare all’Egitto che si può essere partner leali e insieme esigenti. Una partnership esigente».

Avvezzo alla concretezza, Minniti articola con precisione la sua proposta: «Una rotta non negoziabile: subordinare ogni passo politico-diplomatico a un passo del Cairo nella direzione della cooperazione giudiziaria».

Dunque, sì alla vendita d’armi ma «si impone al Cairo una risposta che metta la nostra magistratura nella condizione tecnico giuridica di esercitare la giurisdizione nei confronti degli indagati egiziani dalla Procura di Roma. Ad esempio disponendone il processo affinché venga data risposta a una imprescindibile domanda di verità e giustizia».

Ma non solo. Minniti si fa portavoce di quella parte consistente dell’apparato dello Stato, assolutamente bipartisan, che riconosce in lui un punto di riferimento e che teme i contraccolpi ai nostri interessi nazionali della sciatteria del governo Conte e della loro scelta pro Haftar, subordinata all’Egitto e anti turca: «Sconsiglierei di dare anche solo l’impressione di un Italia che si muove in uno schieramento anti turco. Sarebbe miope. (…) Anche qui è necessario uscire dalla condizione di rassegnata accettazione che l’Europa, e dunque anche l’Italia, hanno sin qui mostrato di fronte ad avvenimenti considerati sino ad un anno fa inimmaginabili».

Infine, ma non per ultimo, per comprendere il peso di queste strategie e di queste parole, non si deve dimenticare che solo sei mesi fa il vice presidente della Commissione Ue Frans Timmermans aveva dichiarato che «per la Libia serve uno come Minniti» e che per alcuni giorni non pochi hanno auspicato che proprio l’ex ministro dell’Interno venisse nominato Alto Rappresentante dell’Unione europea per la crisi libica.

Proposta prontamente e alacremente affossata da Conte e Di Maio per le ragioni che in questa intervista appaiono chiare.

Minniti ragiona sulla medio-lunga distanza, non è prigioniero del day by day mediatico, conosce come pochi in Italia, anzi, come nessuno, i protagonisti della crisi libica e le cancellerie del Cairo, della Russia e della Turchia.

E ritiene oggi che debba essere fermata la discesa verso il nulla nella crisi libica e sulla scena mediterranea impressa dal duo Conte e Di Maio.

Ma sa anche di non essere solo, di non essere isolato, di avere sintonia su queste sue posizioni con una forte componente del Pd (non certo con Nicola Zingaretti, che sul tema è di una provinciale estraneità olimpica) e soprattutto dell’apparato più efficiente e moderno dello Stato.

Sa di potersi proporre per un ruolo attivo nella crisi libica. E con questa intervista lo fa, avendo ben chiaro che ci sono in Europa e in Italia, orecchie che lo ascoltano con ben più che interesse. Un problema non da poco per Palazzo Chigi e la Farnesina.

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