La pietra d’inciampoL’attacco di Gori a Zingaretti svela che il problema non è Zingaretti, ma la linea politica

Il sindaco di Bergamo ha messo in discussione le scelte del segretario. Non otterrà un congresso, perché visti i tempi l’ipotesi è inverosimile, ma pone un problema politico non da poco: la strategia di alleanza strutturale con il Movimento 5 stelle non piace a molti, e i malumori cominciano a essere espressi ad alta voce. Girotondo tra i dem che non vogliono morire grillini

ANDREAS SOLARO / AFP

Apriti cielo, al Nazareno: Giorgio Gori ha chiesto una discussione politica e facendolo ha messo il piede su una pietra d’inciampo che non perdona, quella della messa in discussione del segretario. Infatti lui stesso per non scivolare ha chiarito che il problema non è il Congresso – effettivamente con questi chiari di luna sarebbe arduo fissare un appuntamento di questo tipo -, il problema è la linea politica. 

La questione della leadership non viene prima, caso mai viene dopo. Anche se non sfugge a nessuno che per la prima volta dalla sua elezione (marzo 2019) Nicola Zingaretti vede messa in discussione la sua poltrona.

Inutile girarci intorno. L’opinione che il segretario non abbia fornito e non stia fornendo una prova smagliante magari è minoritaria ma circola. L’alternativa a Zingaretti ha un nome secco, quello di Stefano Bonaccini.

Il quale prudentemente non sale sul ring e lancia però una proposta che ha una sua forza: «Serve che si irrobustisca il gruppo dirigente, serve un Partito democratico con un gruppo dirigente attorno a Nicola Zingaretti più robusto, fatto di una più forte rappresentanza dei territori». 

Una rassicurazione al segretario, il cui “cerchio magico” è andato subito in fibrillazione e che peraltro pare non sia unitissimo al suo interno, che non rischia la leadership. A patto che apra le porte del Nazareno, per esempio agli amministratori come Bonaccini stesso, Gori, Nardella, De Caro: tutta gente che però con il zingarettismo c’entra ben poco. Ma è una mossa nuova.

Quello che colpisce è la durezza della reazione del gruppo dirigente (il segretario non risponde, barricato al Nazareno o alla Pisana, sede della Regione Lazio), ma ha mosso le sue pedine chiedendo, e ottenendola, la sua blindatura ai grossi calibri come Dario Franceschini, Goffredo Bettini, Andrea Orlando, tutti pronti a fare i “mazzieri” del sindaco di Bergamo, e anche a Roberto Gualtieri, che in verità è in tutt’altre faccende affaccendato.  

Evidentemente il sindaco di Bergamo ha toccato un nervo scoperto se la chiusura un po’ da anni Cinquanta di Bettini e le pesanti ironie del vicesegretario e del capodelegazione al governo sono state molto vicine all’accusa di sabotaggio dell’azione del partito, reazioni rese più indispettite dal sospetto di un incrocio non casuale fra l’esternazione di Gori, l’uscita di Marco Bentivogli dalla Fim-Cisl e la conseguente sua possibile discesa in campo in politica e persino la scelta di Ivan Scalfarotto di provare a rompere le uova nel paniere di Michele Emiliano in Puglia sostenuto da un Calenda che su Twitter si becca insulti dagli ex renziani Andrea Romano e Alessia Morani.

Un fantasmagorico quadro che ha del parossistico, come se la mai sopita attitudine della sinistra di litigare con se stessa fosse riesplosa appena cessata l’emergenza del Covid-19 e dunque fosse saltato il tappo sulle contraddizioni interne. Perché tutti sanno che i dubbi e le critiche di Gori e non solo di Gori non sono nate ieri ma datano almeno dal momento in cui il Partito democratico scelse l’alleanza con i grillini, alleanza che col passare dei mesi è diventata addirittura strategica (Franceschini, Bettini) senza che il leader abbia chiarito la sua opinione in merito.

Ora vedremo cosa succederà. È certo che molte cose dette dal sindaco di Bergamo sono condivise anche all’interno della maggioranza che regge Zingaretti, in particolare proprio la critica alla subalternità o come minimo timidezza nei confronti dei grillini tocca la sensibilità non solo nell’ala “riformista” ma anche in quella di Matteo Orfini e persino – ci risulta – di esponenti di governo.

Il sottosegretario alle Infrastrutture Salvatore Margiotta, uno dei più “liberi” nell’affrontare le questioni, dice a Linkiesta: «La discussione seria deve essere su come rendere il governo più forte e all’altezza della sfida dei prossimi mesi. Se ciò implica – e probabilmente è così – anche una riflessione sul rapporto con i 5stelle e sulla linea del Partito democratico, ben venga. Altrimenti è dannosa». E quindi? «Per parte mia, concentrerei ogni sforzo sulla necessità immediata di dire sì al Mes – i soldi servono – e di offrire all’Europa e agli italiani idee concrete e immediate per la ripresa. Finiti gli Stati generali, bisogna correre, e sciogliere tutti i nodi. Tutto il resto lo misureremo su questo. Altrimenti, tutto il resto è noia..».

Infatti c’è tutta un’area preoccupata del modo troppo poco incisivo di stare al governo. Spiega Lia Quartapelle: «Io l’ho detto anche a Giorgio Gori, è chiaro che non è possibile aprire una crisi di governo. Però anche io penso che si debba essere più chiari, più esigenti, più efficaci su tanti temi: dalla politica estera a quella sul lavoro e la scuola, dove ci sono due ministre del Movimento 5 stelle sulle quali forse bisognerebbe aprire una discussione». Un atteggiamento, questo, molto pragmatico e per nulla ideologico. Come quello di Gori, in fondo. 

Anche Gianni Cuperlo sostiene che il problema dell’autonomia del Partito democratico si pone: «Temo che senza una più marcata autonomia politica nella sua delegazione di governo, le contraddizioni dentro la maggioranza possano esaltarsi». Il crinale è stretto. Giovedì c’è un’altra riunione della direzione, la battaglia è appena cominciata.

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