La peste sullo StrettoLeggere Dacia Maraini a Messina

Il nuovo romanzo epistolare della scrittrice di Marianna Ucrìa è la storia di due amiche e di un uomo ambientata durante la quarantena del 1743

Come nella Peste di Camus, il primo avviso è un topo morto. È il cinque maggio 1743 quando Agata, da Messina, scrive alla sua amica Annuzza a Palermo: «Io veramente non lo sapevo che i topi portassero la peste. L’ultima volta che c’è stata l’epidemia a Messina non ero ancora nata». Invece è proprio così, quando i topi escono dalle fogne vuol dire che sono malati, che portano con sé le pulci infette, che «saltano comu taddarite, si appiccicano all’ommu e lo fanno ammalare pure a iddu».

Pochi giorni dopo, Agata si sposta fuori, in collina, nella casa di Castanea. In città si moltiplicano i contagi, mentre nel borgo tutto sembra più sicuro, se solo si è attenti ai cibi (meglio non comprare certa frutta, meglio non toccare certo zucchero se vengono da carichi non sicuri), al cerusico, all’acquaiolo, allo speziale e al postino, che passano di casa in casa (tutto questo vi ricorda qualcosa?). L’ultimo, però, è prezioso: consente alle due amiche di scambiarsi delle lettere.

Così Dacia Maraini inizia il suo breve, intenso romanzo epistolare: in Trio. Storia di due amiche, un uomo e la peste a Messina (Rizzoli) vediamo una proiezione del nostro passato più prossimo, talmente prossimo da essere ancora il nostro presente, e finalmente non nei commenti della cronaca ma nella trasfigurazione letteraria. È con questo libro che possiamo iniziare a rispondere alla domanda: come ne scriveremo?

Qui non c’è un diario, non c’è una presa diretta, c’è una scrittrice cui il virus ha ricordato un vecchio racconto, nato da una costola di quel capolavoro che è La lunga vita di Marianna Ucrìa, a metà degli anni Ottanta. Mentre faceva le ricerche storiche per quel libro, Maraini si era imbattuta nella cronaca della peste di Messina del 1743, causata dall’arrivo di una tartana greca carica di tessuti e di marinai ammalati.

All’epoca la città era uno dei più importanti porti del Mediterraneo e viveva di commercio di sete preziose; quando alla conta dell’equipaggio gli uomini risultarono undici anziché dodici e il capitano disse che uno era morto per un malore, a terra erano abbastanza svegli da annusare la verità e i marinai furono messi in isolamento per quaranta giorni, purtroppo senza riuscire a evitare che la peste si diffondesse lo stesso.

Questa cronaca dello storico Orazio Turriano era fuori tema per il romanzo che Dacia Maraini all’epoca stava scrivendo, ma le piacque così tanto che la mise da parte e la riutilizzò per un racconto, oggi diventato un romanzo. E poiché, come spiega lei stessa, a quell’epoca stava vivendo un amore difficile, anche questo nodo è finito dentro la trama (l’introduzione a Trio è un manuale di scrittura letteraria, se volete sapere come nasce un libro, sbirciate qui quale alchimia è possibile tra fatti personali, esondazioni di precedenti opere, urti e stimoli dall’attualità, studio e ricostruzione storica e riscrittura.)

Per me, che ci sono nata, ogni libro ambientato a Messina è un’avventura. Non ho trascorso la clausura sullo Stretto, ma la letteratura serve a immaginare e stavolta anche a pensare che, qualche secolo dopo, ci è andata meglio: «Qui si raccontano cose terribili della peste a Messina. Gente che si butta in mare per non essere chiusa nel lazzaretto, gente che dà fuoco a corpi ancora vivi per paura del contagio, gente che approfitta della confusione per rubare qualsiasi cosa».

Quanto alle comunicazioni, Trio mi ha fatto venire invece nostalgia del Settecento e scambierei volentieri messaggi ed emoticon con quelle fitte lettere scritte a mano. In quarantena, fra l’isolamento, il crescendo della paura e dei contagi, la superstizione e le dicerie, Agata e Annuzza passano al microscopio vita, gli amori e la cosa più preziosa che hanno, la loro amicizia. Agata è sposata con Girolamo, per il quale entrambe provano dei sentimenti, ma la complicità, l’ironia, la sincerità con cui le due si scrivono indicano un sentimento più forte.

Trio racconta l’alleanza tra donne, la possibilità di parlare con franchezza e allegria, però senza far finta che non ci siano complicazioni: «Girolamo, lo sai, è incerto fra te e me. La moglie da una parte, la migliore amica della moglie dall’altra». E ancora: «Ma quando è entrato il bellissimo Girolamo nella tua vita? E nella mia, naturalmente, come l’anello di una catena imprevedibile».

Quando sono le donne a prendere parola, succede che la storia non sia più subita ma governata, riportata alla giusta misura. Caro, stavolta sono io che ti racconto – sottintende ogni donna che scrive di un uomo. Pensate quando a scrivere sono in due, e non si sono fatte imprigionare dalla trappola dei ruoli, pensate quanto felici e lontane dalla meschineria sono due nemiche che hanno scelto di non esserlo. Vedrete tutto il resto rimpicciolire, e loro due gigantesche.

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Linkiesta Paper Estate 2020