Contro l’uso del tafazzismoUtilizzare un lessico pigro da anni ’90 dice molto della mancanza di argomenti politici

La terminologia di Mai Dire Gol è sbarcata nelle cronache parlamentari un po’ per caso, ma da quel momento non se ne è più potuto fare a meno. Al punto che, a un certo punto, l’immedesimazione è diventata la regola: è la sinistra stessa ad aver sdoganato il linguaggio di cui è vittima da trent’anni

Foto di Steve Johnson da Pexels

Non vorrei esagerare, credo però che il primo a piazzare nel lessico politico corrente, e perfino nelle più paludate interviste sulle discese ardite e le risalite delle forze democratiche e di progresso, l’espressione “tafazzismo“ (ispirandosi all’omonimo personaggio del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, interpretato da quest’ultimo, Giacomo Poretti, comparso per la prima volta nella trasmissione “Mai dire Gol” nel 1995, un minus-eroe, che agisce la propria dialettica percuotendosi i testicoli con una bottiglia) sia esattamente stato il mondo della sinistra, un vezzo subito assecondato e accolto in certo vivaio intellettuale giovanile capitolino. L’Enciclopedia Treccani conferma la nostra convinzione da testimoni diretti facendo risalire il suffisso -ismo a un commento del giornalista Curzio Maltese apparso su Repubblica nel maggio 1996.

Tornando al presente, l’espressione sembra essere stata ribadita perfino in questi giorni sia da Zingaretti sia da altri. Quanto al segretario dem, si è così espresso: «Le alleanze intorno ai candidati sostenuti dal Pd che sono gli unici che possono fermare le destre, il resto è l’eterno ritorno di vizi antichi di una degenerazione della politica personalistica e autoreferenziale. Tafazzi non è stato inventato per caso. Questa è la verità». Altrove, Caldoro riferendosi a De Luca ha evocato lo stesso spettro.

Sono ormai trascorsi decenni, il boato delle macerie dell’Ulivo non ha mai smesso di risuonare, e tuttavia, anche in questi giorni, quel termine continua a persistere nei media, utilizzato da commentatori, opinionisti, dj e dagli stessi leader politici che evidentemente lo hanno fatto proprio tra Transatlantico, Sapienza e Bocconi.

Utilizzare la categoria del “tafazzismo” riferendosi, metti, alla cruciale incapacità da parte della sinistra di elaborare un pensiero sia di governo sia d’opposizione, almeno agli occhi di chi vorrebbe parole originali, suscita la stessa pena di chi ha come lemma subculturale le battute di “Amici miei”: “Supercazzola”, “Come fosse antani” ecc. Anche queste espressioni, sia detto a misura del tragico stato delle cose, sono state accolte nei dizionari. Dimenticavo: Mario Monicelli riteneva che quel suo film non meritasse alcun successo. Non è un caso però che i campioni della semplificazione globale ne facciano uso per concessione al pop, concepito come lingua del consenso diffuso.

Riflettendo in termini microstorici, di più, circoscrizionali, sarà bene sapere che quel tipo di lessico si è consolidato nel corso delle serate che certo coté artistico letterario politico offriva a se stesso tra Parioli, Collina Fleming e Trastevere, ragionando di mancati rigori concessi alla Juve, dell’avvenenza di Lippi o piuttosto guardando il Festival di Sanremo accompagnati da cipster e Coca-Cola, con la stessa attenzione che altri avrebbero riposto semmai nella lettura di Norberto Bobbio. Così fino a farsi essi stessi Tafazzi.

Senza bisogno di aprire una discussione sui massimi sistemi della sinistra votata a una prassi autolesionistica, masochistica, se non al facesitting politico, i medesimi campioni della “vocazione maggioritaria” avrebbero infine altrettanto citato Corrado Guzzanti-Bertinotti – «Cosa ho detto? Non ho detto un cazzo!»

Nell’assenza prolungata e ormai secolare di un congresso dirimente che risolva nodi e incertezze, restando a quei tre, resta in vita un frasario, se non proprio da nani e ballerine, preso in prestito ai celebri “bulgari”, accompagnati dalla presentatrice Natolia, perfetto per l’occasione anche il suo motto: «Rabbrividiamoooo, brrrrrrrr».

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Linkiesta Paper Estate 2020