Che fine ha fatto Valentina Cuppi?Il Partito democratico ha un notevole problema con le donne

Provenzano ha rifiutato di partecipare a un convegno di soli uomini, ed è un’ottima notizia, ma il Pd è il partito meno femminista d’Europa e non basta certo qualche operazione di “pink washing” come il Women New Deal di Zingaretti a risolvere la questione

Wikimedia commons

Magari diventerà una moda. Magari, dopo il No Grazie del ministro Giuseppe Provenzano al convegno di soli maschi, i ministri e i capi di sinistra cominceranno a disertare la convegnistica women-free, a cominciare dagli Stati Generali di Villa Pamphili dove le “menti brillanti” finora in carnet sono tutte maschili (Massimiliano Fuksas, Renzo Piano, Oscar Farinetti).

Magari bisognerà alzarsi e andarsene pure alla prossima direzione del Partito democratico, che ha una presidente donna – Valentina Cuppi – ma l’ha lasciata in cantina persino durante la malattia del segretario Nicola Zingaretti, affidando la sostituzione in video e in audio al vice Andrea Orlando (formalmente affiancato da due vice femmine, Anna Ascani e Deborah Serracchiani, pure loro blindate nei sottoscala).

Magari diventerà una moda e alle prossime consultazioni al Quirinale, al prossimo summit di governo, al prossimo vertice sulla riforma elettorale ci sarà un Provenzano che dirà: non ci sono donne, io non vengo. Magari questo Provenzano prossimo venturo finirà anche lui in un editoriale di Michele Serra dove si stronca “l’omo-sessualità del potere”, e cioè l’abitudine irrimediabile di chi “si cerca, si trova, si capisce”, al limite si scanna, solo all’interno della “dimensione arcinota” del maschilismo.

Magari questo Provenzano immaginario si accorgerà che il solo ruolo scoperto da mesi nell’organigramma del Partito democratico è quello di portavoce della Conferenza delle donne. Magari prenderà atto che per vedere 11 eccellenze femminili inserite nei mega-comitati governativi dell’emergenza Covid è stata necessaria una petizione con oltre cinquantamila firme.

Magari andrà così. Magari no. La sinistra italiana, e il Partito democratico in particolare, ha un palese problema con le donne, un problema del quale non si accorge neppure specchiandosi con le performance senza dubbio migliori della controparte di destra (un capo partito donna, la prima donna presidente del Senato, due capigruppo parlamentari donne).

L’immagine-choc di quel problema è una foto di tre anni fa a un importante convegno nella città di Sulmona con tutti uomini sulle poltrone – il governatore emiliano Stefano Bonaccini, il presidente dell’Abruzzo Luciano D’Alfonso, l’allora ministro Claudio De Vincenti e altri notabili – e le signore in piedi, a sorreggere grandi ombrelli per proteggere dalla pioggia i loro dirigenti. La scena fece scandalo. I protagonisti reagirono stupiti: nessuno si era accorto del paradigma servile della scena.

Di ombrelli non se ne sono più visti. Qualcosa è stato concesso negli organigrammi. L’estetica è stata salvata. Un paio di giorni fa Nicola Zingaretti ha annunciato un altisonante Women New Deal in risposta alle sollecitazioni del Coordinamento delle Democratiche: dovrebbe «innervare l’azione del partito» e «riprogettare l’Italia a misura di donne e di uomini». E qui c’è un altro “magari” da piazzare – magari funzionerà, magari stavolta è quella buona – perché queste storie di uomini che blandiscono le donne, che se ne fanno paladini, che ne sbandierano il valore di innervamento, sono tutte appese allo stesso “magari”.

Magari è vero, magari è solo una verniciatina rosa, pink washing come dicono gli americani, per evitare di finire inchiodati alla realtà dei fatti: il progressismo italiano resta il più maschilista d’Europa, il solo che non è riuscito a esprimere una donna leader o quasi-leader, il solo che si scorda sistematicamente le donne nei comitati, nelle nomine degli Amministratori delegati e ovunque sia in gioco il potere reale, l’unico con un considerevole Pantheon di icone femminili – da Nilde Jotti a Rita Levi Montalcini, da Margherita Hack a Tina Anselmi – peraltro tutto sotto terra, celebratissimo e mai più replicato, amatissimo e mai più riprodotto.

E qui aggiungerei un altro magari, stavolta esclamativo: magari fosse solo un problema loro! È un problema di tutte, perché è dalla cultura teoricamente progressista che ci si aspetta uno scossone allo status pietrificato del Paese, e se neanche lì riesce a nascere un’idea di parità più evoluta stiamo fresche, meglio rinunciarci, meglio tornare a casa e imparare a rammendare i calzini.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta
Paper

Linkiesta Paper Estate 2020