No al pregiudizioPerché bisogna parlare di diritti Lgbti anche durante una pandemia

La commissaria europea all'Uguaglianza Helena Dalli scrive per presentare il primo Global Pride, evento online mondiale del 27 giugno. Dopo il Guardian e Le Monde, Linkiesta pubblica in esclusiva nazionale la sua lettera, firmata anche da importanti personalità come Elton John, Ian McKellen, Billie Jean King e Skin

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Tiziana FABI / AFP

Pubblichiamo in esclusiva in Italia l’editoriale di Helena Dalli, commissaria europea all’Uguaglianza in occasione dal primo Global Pride che sarà organizzato come evento online internazionale il prossimo 27 giugno. Questa lettera è stata cofirmata da Sir Elton John (cantautore) e David Furnish (regista), Billie Jean King and Ilana Kloss (ex tennisti professionisti), Sir Ian McKellen (attore), Skin (cantautrice), Edward Enninful OBE (direttore di Vogue UK), Frank Ocean (cantautore)

Giugno e gli altri mesi estivi si caratterizzano per la programmazione di un nutrito calendario di marce e di manifestazioni “Pride” in tutto il mondo, eventi che si propongono di combattere i pregiudizi e di portare alla ribalta gli altri problemi a cui deve far continuamente fronte la comunità LGBTI+. In queste manifestazioni pubbliche viene sollevato il problema delle discriminazioni e della disuguaglianza di ogni tipo e le comunità si uniscono in una riflessione comune.

Quest’anno, a causa della pandemia di Covid-19, non sarà così. Gli eventi “Pride” si svolgeranno online o non avranno luogo affatto, ma noi abbiamo ugualmente bisogno dello spirito di solidarietà, inclusione e accettazione che li anima. E questo ora, quando è il momento di intensificare la lotta. La pandemia ha accentuato vulnerabilità sistemiche già esistenti, con conseguenze sociali ed economiche che probabilmente si protrarranno per molto tempo e che sono nefaste per le minoranze. E al di là della pandemia, in un momento come questo in cui il mondo chiede cambiamenti, dobbiamo lottare per un futuro in cui le persone di qualsiasi razza, origine etnica, orientamento sessuale e identità di genere abbiano l’opportunità di vivere libere da discriminazioni, ingiustizie e maltrattamenti di qualsiasi tipo.

Negli ultimi decenni in diversi paesi si è riscontrato qualche progresso in questo ambito.

Dopo la depenalizzazione dell’omosessualità, un numero sempre maggiore di paesi ha introdotto leggi contro la discriminazione e l’odio e ora riconosce le famiglie arcobaleno e la diversità di genere. Malgrado tali progressi, in nessuna società è stata però ancora conseguita l’uguaglianza delle persone LGBTI+ e permangono discrepanze tra le norme di legge e la realtà vissuta da tali persone nel quotidiano. Occorre molto più tempo per affrontare pregiudizi, stereotipi e atteggiamenti e far sì che cambino. E c’è sempre il rischio che i progressi restino sulla carta. Si assiste infatti a un’inversione di tendenza guidata da movimenti contrari alla parità di genere e da paladini della “famiglia di tipo tradizionale”.

Per alcuni di noi, la casa non è un luogo sicuro. Non lo è per le donne e i bambini che si trovano a subire situazioni di violenza domestica, né per i giovani che devono vivere in famiglie ostili, omo/transfobiche che non li accettano e li maltrattano.

Per esempio, persone e ONG che lavorano nell’ambito delle comunità LGBTI+ hanno riferito di casi di giovani LGBTI+ che, durante il lockdown, sono stati vittime di maltrattamenti da parte di famiglie che non li accettavano e in alcuni casi addirittura cacciati di casa. Persone LGBTI+ più in là con gli anni, che non hanno mai fatto “outing” e risiedono in case per anziani, si sono sentite sole ed emarginate.

Le persone LGBTI+ che hanno vissuto i giorni del confinamento in ambienti ostili possono essere state costrette a nascondere la propria vera personalità per una forma di autodifesa. Questa ulteriore pressione le ha esposte a un maggior rischio di problemi di salute mentale.

A ciò va aggiunto il fatto che, in alcuni paesi, l’accesso all’assistenza sanitaria fondamentale, per esempio per la terapia dell’HIV e i trattamenti ormonali, è stato limitato o considerato “non essenziale”, a scapito della salute degli interessati.

Le persone appartenenti a minoranze etniche e i neri sono sempre stati membri molto attivi della comunità LGBTI+ e il loro ruolo nei moti di Stonewall è stato fondamentale. Tuttavia, anche la comunità LGBTI+ può e deve fare di più per essere pienamente inclusiva. Le manifestazioni “Pride” rappresentano un importante momento di riflessione sul modo in cui la comunità può affrontare i divari di disuguaglianza al suo interno e un’occasione per festeggiare tutti i colori dell’arcobaleno, in tutte le loro sfumature.

Le reti di aiuto alla comunità che operano nell’ambito di “Pride” costituiscono un’ancora di salvezza per coloro che ogni giorno devono confrontarsi con l’isolamento. Laddove mancano altri servizi a intervenire è la comunità LGBTI. Ora però i centri della comunità sono chiusi, le manifestazioni annullate ed è in pericolo l’esistenza stessa delle organizzazioni che lottano per accedere a finanziamenti, sostenere le comunità e continuare a fornire i loro servizi.

L’Agenzia dell’Ue per i diritti fondamentali ha pubblicato il secondo sondaggio sulle persone LGBTI+ negli Stati membri dell’Ue a cui hanno partecipato 140 000 persone LGBTI+. Dalle loro risposte, fornite prima della pandemia di Covid-19, emerge un aumento dell’isolamento, della vulnerabilità e dei rischi associati al fatto di essere LGBTI+. L’indagine ha rivelato che, nonostante l’ampia diversità che caratterizza i membri di queste comunità, ad accomunarli sono le esperienze per quanto riguarda la discriminazione.

Le diverse forme di esclusione a cui sono esposti scaturiscono dalla combinazione di identità e circostanze individuali. Ad esempio, le donne, i giovani, le persone con disabilità e gli anziani sono esposti a un rischio maggiore. Anche i trans, i non binari e gli intersessuali soffrono di livelli molto alti di esclusione, persecuzione e violenza. La nostra risposta deve pertanto essere inclusiva e trasversale.

Spezzare le catene del silenzio e dell’isolamento è fondamentale per favorire l’affermazione positiva delle vite delle persone LGBTI+. I governi devono sostenerle e infrangere la stigmatizzazione sociale che li circonda. L’adozione di leggi in materia di uguaglianza e antidiscriminazione, di strategie nazionali di azione per la diversità e l’inclusione e la creazione di spazi sicuri riveste un’importanza cruciale e non può essere differita. Dovrebbero essere introdotti anche programmi di sostegno per i genitori di giovani LGBTI+.

II piani di ripresa dalla crisi dovuta alla pandemia di coronavirus dovrebbero pertanto riconoscere e affrontare le disuguaglianze e i pregiudizi sistematici che questa crisi ha portato drammaticamente a galla.

Bisogna agire tempestivamente. La nostra missione collettiva dovrebbe consistere nell’affrontare la discriminazione e i suoi effetti a lungo termine nelle nostre società con la stessa determinazione con cui stiamo combattendo questa pandemia. Spezzare le catene del silenzio e dell’isolamento che circondano le comunità LGBTI+ è fondamentale per l’inclusione dei loro appartenenti che durante questa crisi sono stati spinti ai margini della società.

Il nostro messaggio per tutti coloro che festeggiano il “Global Pride” questo 27 giugno è: siamo con voi! A tutti gli altri diciamo: possiamo fare la nostra parte semplicemente ricordando che siamo quel che siamo.

Nessuno sceglie come e dove nascere e nessuno ha il diritto di discriminare, né di esprimere pregiudizi.

La diversità è una forza, celebriamola!

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