PolibibiteQuando ci siamo rimessi a bere aperitivi antichi?

Avanti tutta! La rivincita dei cari vecchi e buonissimi drink all’italiana sull’insano happy hour è avvenuta. E ad uno spritz, di moda ma cattivo, abbiamo finalmente sostituito un corroborante vermut. Se è locale, ancora meglio

Italiani brava gente, Italiani farlo meglio. In questo caso, il motto è assolutamente calzante. Il negroni, il campari e il martini, il vermut e il Punt e Mes. Chi, soprattutto durante l’ultimo periodo, non si è cimentato nella mixology? Chi non ambisce, seppur in modo del tutto amatoriale, alla creazione di strabilianti cocktail fatti in casa?
E da qualche tempo, si è anche tornati alla tradizione. Alla semplicità degli elementi, alla qualità degli ingredienti e alla bellezza dei colori. Lo zucchero ha lasciato spazio all’amaro e le spezie hanno eclissato la frutta tornando a quella tipologia di cocktail e geniali polibibite preparate con miscugli autarchici come vini, vermut, amari e bitter.
Un passo indietro che ci porta dritti sull’asse Milano-Torino e la felice parentesi della “miscelazione futurista”, o quel periodo memorabile in cui la creatività dei miscelatori fu affiancata da quella di grafici e artisti come Fortunato Depero e Ugo Pozzo che fecero la fortuna di alcuni marchi come Campari.

La moda del bere bene è in Italia pratica diffusissima e, indiscutibilmente legata alle nostre tradizioni culturali e sociali: l’approccio conviviale con il quale, sin da piccoli, siamo stati abituati ad avvicinarci al genere umano ci porta inevitabilmente a trovare momenti di svago connessi ai rituali del cibo e del bere.
Il tanto citato aperitivo, ad esempio, trova le sue origini già all’inizio dell’Ottocento quando, nei più frequentati bar di Torino, Venezia e Roma, amici e colleghi si riunivano oziando ( nel senso più filosofico del termine) e disquisendo tra una coppa di Martini e un bicchiere di Negroni. Poi arrivarono gli anni Novanta e gli anni Duemila e distrussero secoli di eleganza e tecnicismi. Si passò dal gusto amaro a quello zuccherino lasciando spazio a sapori dolciastri e fruttolosi; il Negroni fu oltrepassato dai Long Island Iced Tea e dai cocktail sudamericani come i Daiquiri e i Margarita. Una parentesi limitata che rispecchiava l’approccio al cibo, tipico di quel periodo. Una poca attenzione al genere alimentare che non poteva non influenzare anche il mondo della mixology.

Ritornando alle avanguardie, quella italiana per i drink non è una moda, anzi! Già nel Settecento, a causa di politiche altamente controproducenti, gli italiani dovettero reinventarsi artigiani di misture alcoliche, fino alla maestosa scoperta di Antonio Benedetto Carpano che s’invento il Vermouth.
Riportando in auge vecchie usanze greche e romane, Carpano ottenne questa mistura addizionando a del Moscato di Canelli spezie ed erbe di qualsiasi genere, tra cui spiccava l’Artemisia maggiore (Wermut in tedesco, appunto).
Il Vermouth rappresenta quindi, in maniera perentoria, storia e mito del bere italiano. Simbolo della Belle Époque nostrana, esportato ed imitato in tutto il mondo, oggi viene riscoperto nei migliori cocktail bar della penisola italiana e non solo.

E non si tratta solo di una rivendicazione partenopea, ma citare le grandi miscele italiane, il vermut, le chine e gli amari significa sottolineare e avvalorare il sistema culturale e storico in cui si diffuse la produzione delle bevande “spiritose”. Quindi il Negroni fu inventato a Firenze per mano del Conte Camillo Negroni che trovava troppo leggero il suo classico bicchiere di Americano e chiese di aggiungere del gin. E, a partire da quest’ultimo, nel 1860, Gaspare Campari sperimentò uno degli indiscutibili cult italiani, il cocktail Milano-Torino o MiTo, composta da solo bitter e vermut rosso. E anche il movimento Futurista prese piede proprio qualche anno dopo, proprio in quei bar. Questi rappresentavano luoghi d’incontro, in cui gli avventori si scambiavano idee, opinioni e riflessioni.

Ed è anche divertente, ricordare come il movimento cambiò addirittura i nomi degli strumenti e dei protagonisti della miscelazione, lo shaker divenne l’Agitatore, il barman il Miscelatore, il cocktail La Polibibita, il bar il Quisibeve”, il menù il Catalogo o Lista vivande. Le miscele divennero autartiche cambiando la base alcoliche di partenza in grappe ed arzente e, aggiungendo come
aromatizzanti rabarbaro, genziane, assenzi, rosoli, ma sopratutto vini e vermut della tradizione italiana.

Il movimento futurista fu estremamente importante anche in relazione alle strategie di marketing e pubblicità con la creazione di etichette creative, innovative e colorate rivoluzionando per sempre il modo di fare pubblicità. Fino ad arrivare alla famosa bottiglietta iconica a tronco di cono del Campari Soda, progettata da Fortunato Depero nel 1931.
L’idea del “ready to drink” ha un origine piuttosto datata e, non è un caso, se oggi, quasi cento anni dopo, la casa Carpano ne progetta di nuovi, adatti per ogni esigenza. Ripensando al MiTo e al Negroni nelle iconiche bottigliette da 10 cl, con soli ingredienti Carpano: già miscelati e pronti da bere.

Niente di nuovo quindi; il trionfo dell’estetica vintage, con annessa ricerca di prodotti artigianali ed autentici ha riportato gli intrugli italiani alla rinascita. Un nuovo approccio e una più consapevole attenzione al prodotto contenuto nei bicchieri.
“Si pensa, si sogna e si agisce secondo quel che si beve e si mangia” citava Marinetti a proposito dell’importanza socio culturale che il cibo riflette sulla vita di ogni essere umano.

Bevuto on the rocks, a 12 gradi con due cubetti di ghiaccio, arancia e limone, il vermut rappresenta molto più di un semplice drink (antico). Una rivoluzione lunga quattro secoli che scandisce gli anni attraverso una delle più iconiche invenzioni italiane. Fondamentale e insostituibile, il vermut è l’ingrediente principale dei cocktail, a stampo tricolore, più importanti al mondo. Il Negroni (Vermouth rosso, bitter e gin), Americano (Vermouth bianco, bitter e soda), Negroni Sbagliato (Vermouth rosso, bitter e spumante), Manhattan (Vermouth Dolce, Bourbon e Angostura) e Martini Dry (Vermout Dry e Gin).

Sebbene oggi la mixology sia una pratica ampiamente diffusa e particolarmente in voga, il ritorno ai drink cosiddetti “antichi”rappresenta uno scenario particolarmente appealing.
Non solamente per la recente importanza data ai prodotti locali ma, anche e soprattutto perché si cerca di riscoprire in tutti i modi, l’essenza degli elementi.
Anche i drink rivendicano la loro storia, dunque ben venga la produzione artigianale e viva l’eccellenza italiana.

 

 

 

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