Il bollettino degli offesiIl supermercato morelliano supera Cremonini e la sua colf: benvenuti nell’era dell’instaindignazione

I cliché novecenteschi di Raffaele Morelli in una trasmissione radiofonica di Rtl hanno attirato le attenzioni di mezza Italia, forse tutta, fino ad arrivare a Michela Murgia. Il cantante bolognese invece è rimasto nel buio per quarantotto ore: senza uno screenshot galeotto e la trascrizione delle parole, ormai, non ci viene neanche voglia di perder tempo a seguire due minuti di boiate sparate in diretta tv

FRED DUFOUR / AFP

Forse l’unico possibile rifacimento di “Via col vento”, l’unica riedizione della scena del dottor Meade che arriva col bollettino dei caduti, e Melania e Rossella lo leggono temendo per Ashley, la cotta smaniosa ben più preoccupata della moglie, e Meade fa suonare la banda anche se nel bollettino dei caduti c’è uno dei suoi figli, e piange e dirige i musicisti, forse l’unica epica che si meriti quest’epoca squinternata è un bollettino degli offesi.

Di quelli che ogni giorno cadono sul campo della suscettibilità e non abbiamo abbastanza attenzione per tutti, cancelletti per tutti, sdegno per tutti.

Il bollettino di mercoledì è questo.

La mattina sul presto Raffaele Morelli – psichiatra, personaggio televisivo, altroecioè – interviene in un programma di quelli in cui puoi dire qualunque cosa purché tu stia nei due minuti e mezzo tra un disco e una pubblicità.

I conduttori – siamo su Rtl – la prendono altissima, ovvero che più middlebrow non si può: partono da Françoise Sagan (che sul sito della rete è chiamata Francesco, François, per farci capire che gran familiarità abbiano con lei), e da una frase attribuitale, «Un vestito non ha senso a meno che non induca un uomo a volertelo togliere di dosso»

Morelli dà ragione alla Sagan (sarebbe antipatico non farlo, anche perché l’hanno presentata come una delle scrittrici più importanti del Novecento, nientemeno): «Se una donna esce di casa e gli uomini non le mettono gli occhi addosso, deve preoccuparsi, perché vuol dire che il suo femminile non è in primo piano», sentenzia. Aggiungendo poi «La donna è la regina della forma» (che comunque mi sembra meno grave che essere la regina della casa), e finendo sull’erotismo: «Quando fai l’amore lo fai perché è capace di tramutarti da un chicco grano in una spiga» (qualunque cosa significhi).

Conclude dicendo che ci vuole una vita intera per accettare sé stessi (oddio, se sei un caso davvero clinico, forse), e quel punto uno dei conduttori conclude «C’è tempo per diventare di bosco e di riviera» (che tradotto dai codici gay vuol dire «per diventare bisessuali»; formulazione alternativa: da uova e da latte).

Quando il supermercato morelliano è già andato in onda ma l’hanno sentito solo gli habitué del programma, Cesare Cremonini – cantante, personaggio bolognese, altroecioè – instagramma un frammento della trasmissione in cui è stato ospite la sera prima, su Sky. Non l’aveva vista nessuno, rischiava di non offendersi nessuno, perché privare i suscettibili dei loro diritti?

Il frammento è quello in cui Cremonini racconta al conduttore che la donna delle pulizie che stipendia si chiama Emilia, in onore della sua terra, anche se in realtà lei è moldava, ma lui ritiene che quando una entra in casa tua e la paghi pure puoi chiamarla un po’ come ti pare (sintesi mia); nella prosecuzione della puntata, non presente nel brandello instagrammato, Cremonini canta una serenata e il conduttore risponde «ma io mi chiamo Svetlana», sia detto per completezza della gag.

Viviamo in un’epoca smaniosa d’offendersi e priva di senso del tono: se la gag l’avesse inscenata John Cleese, o un qualunque altro comico di mestiere, in grado di dire cose terribili con faccia serissima, sarebbe successo un casino lo stesso (mica quelli che si offendono per le battute si offendono solo se le battute sono inefficaci).

Cremonini fa il cantante e non il comico, la performance era quel che era, la costruzione del testo scarsa, la spalla come non avercela (quel programma è un covo di talenti, ma nessuno ha ancora capito in quale settore).

Ho pronosticato l’offesa collettiva per conto delle moldave vessate, delle domestiche non rispettate, dei dolori del mondo. È passata mezza giornata, e tutti parlavano solo di Morelli.

Perché Morelli e la sua seduzione obbligatoria vincevano in sdegno su Cremonini e la sua colf privata del diritto al proprio nome? Non eravamo più marxisti?

L’Italia si è dedicata per ventiquattr’ore a Morelli, donne che pur di risultare seduttive non hanno mai chiesto un aumento al capufficio né sono mai uscite senza reggiseno a balconcino hanno negato sdegnate ci fosse anche solo un frammento di verità nelle sue affermazioni; a sera è arrivata persino Michela Murgia, in quello che era chiaramente un provino per “Striscia la notizia”: con il piglio della più determinata ad attirare l’attenzione di Antonio Ricci, ha strapazzato il povero Morelli al telefono, il tutto mentre la telecamera dello studio di Radio Capital ne riprendeva la notevole scollatura, e nell’altra metà dello schermo un valletto muto faceva smorfie compiacenti.

E Cremonini ancora niente, neanche un cancelletto, un’indignazione, una minaccia di bruciare i cd piccina picciò.

Quarantott’ore dopo la messinonda televisiva, e trentasei dopo il frammento su Instagram, i giustizieri dell’internet si sono infine svegliati.

È successo grazie a qualcuno che si è messo lì, ha trascritto le battute di Cremonini&Cattelan, e le ha fotografate.

La prevalenza dello screenshot, nell’epoca in cui la gente ha fretta d’indignarsi, mica ha tempo di vedere due minuti di video (qualcuno davvero ingenuo si offra volontario per suggerire che veramente per criticare dovrebbero vedere un’ora intera di trasmissione: abbiamo tutti bisogno di ridere).

Lo screenshot ha causato l’effetto a valanga in cui spero gli autori di Cattelan sperassero (se hanno messo su quella gag senza cercare l’indignazione, qualcuno li iscriva a un corso di percezione del presente).

Nel momento in cui scrivo queste righe, la Murgia non ha ancora telefonato indignata a Cremonini. In compenso, anche dopo video conciliatorio di cantante e servitù (servitù affettuosa e allegra e dichiarante davvero la generalità di “Emilia”, ma certo potrebbe essere un caso di sindrome di Stoccolma, certo anche gli schiavi nei campi di cotone cantavano gli spiritual e potevano sembrar contenti), l’indignazione non ha sosta. 

La serie B delle celebrità giornalistiche si divide in chi parla di classismo, chi liquida la polemica come ridicola, chi – segugio – si chiede se sia vero che la donna si chiami Emilia. 

Quasi nessuno cita la residenza Covelli, la villa di Vacanze di Natale in cui i signori chiamavano indistintamente ogni colf Asunción o Concepción. 

Nessuno cita Prissy di Via col vento e i suoi diritti identitari e, inspiegabilmente, nessuno evoca Montanelli, chiedendosi se Emilia abbia avuto un figlio e l’abbia chiamato Cesare. 

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