Le imposte degli altriSi possono usare i fondi dell’Europa per abbassare le tasse?

Da decenni si propongono riforme del sistema fiscale, con scarsa efficacia. I finanziamenti in arrivo dall’Unione europea potrebbero essere l’occasione per una svolta, ma non è detto che la politica affronterà una riforma che può scontentare in molti

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«Confermo l’obiettivo della riforma fiscale. È fondamentale» (Giulio Tremonti, 4 maggio 2010). «Il governo Monti dà una secca accelerata sulla riforma fiscale» (La Repubblica, 20 febbraio 2012). «Oggi inizia anche il confronto con le parti sociali, dove non è escluso si parli di un intervento di riordino delle aliquote e degli scaglioni Irpef» (Blitz Quotidiano, 7 ottobre 2013). «Interverremo sugli scaglioni Irpef nel 2018» (Matteo Renzi, 13 settembre 2015). «La pace fiscale si farà: è imprescindibile. Così come, con gradualità, attueremo la flat tax» (Giuseppe Conte, 19 settembre 2018).

Anche quest’anno, un po’ in ritardo rispetto al solito, è arrivato quel momento in cui i ministri dell’economia e i giornali si mettono a discutere di riforma dell’Irpef. Annunci e dibattiti che tuttavia – almeno negli ultimi vent’anni – non hanno portato a interventi consistenti.

Ma c’è chi sostiene che il 2020 potrebbe essere l’anno giusto, per via della necessità di riforme che rimettano in moto il Paese, e anche grazie all’iniezione di risorse che potrebbero arrivare dalla Commissione Europea.

Il giorno stesso dell’annuncio del piano Von der Leyen, Luigi Di Maio aveva detto che una delle priorità per quei fondi doveva essere il taglio delle tasse, per poi fare marcia indietro: adesso il Movimento 5 stelle vorrebbe utilizzare quei soldi per agevolare le imprese, e non per ridurre le tasse sugli individui.

In 24 ore però l’altra gamba del governo, il Partito democratico, aveva frenato all’ipotesi anche perché le regole europee – non ancora definite – sembrano prescrivere le spese al finanziamento di riforme strutturali e investimenti.

E soprattutto, dovrebbero richiedere che l’utilizzo dei fondi sia coerente con le raccomandazioni semestrali della Commissione europea ai singoli paesi: e nell’ultimo documento non vi è traccia di suggerimento di una riforma della tassazione (come invece è per la Francia). Il taglio delle tasse con i soldi della Commissione non sembra quindi possibile.

Ad ogni modo, il fisco italiano secondo molti esperti ha bisogno di essere aggiornato. Il dibattito procede ormai da oltre un decennio e gli ultimi interventi strutturali risalgono a quindici anni fa. La prima Irpef nacque nel 1974, con 32 scaglioni, dal 10 al 72 per cento.

La realtà dei fatti però era diversa, come raccontano gli economisti Simone Pellegrino e Paolo Panteghini in un recente paper, e nel 1978 solo 18 – diciotto – contribuenti pagavano l’aliquota più alta.

Anche per questo gli interventi legislativi successivi hanno ridotto il numero degli scaglioni, fino ai cinque attuali. Per ritrovare gli ultimi rinnovamenti significativi bisogna tornare al 1996, con l’introduzione della riforma di Vincenzo Visco, e ai primi anni Duemila quando Giulio Tremonti firmò una riforma molto ambiziosa ma che si concretizzò solo in parte.

Ora la necessità di un nuovo intervento sembra mettere d’accordo tutti. Conte l’ha inserita nelle priorità per la ripresa; Ernesto Maria Ruffini, presidente dell’Agenzia delle Entrate, ha parlato della necessità di una riforma che renda possibile «un sistema fiscale grazie al quale ognuno si senta parte di una comunità»; e ultimo in ordine di tempo, Visco l’ha caldeggiata nella sua relazione annuale. Ma resteranno tutti d’accordo anche sui contenuti?

Le priorità della maggioranza

Roberto Gualtieri, in un’intervista al Foglio, intanto ha piantato i suoi paletti: «semplificazione, progressività, sostegno al lavoro, all’impresa e alla famiglia». Al ministero dell’Economia ci stanno lavorando e in settimana – secondo gli addetti ai lavori – dovrebbero ricominciare le riunioni politiche interrottesi a febbraio per l’emergenza del virus.

Marco Leonardi, economista e consigliere economico del ministro Gualtieri, descrive a Linkiesta il lavoro dei prossimi mesi: «Un piano definito ancora non c’è. Per ora le intenzioni su cui stiamo lavorando sono una revisione delle aliquote, perché c’è una distanza troppo ampia tra la seconda (27 per cento) e la terza (38), il riordino delle tax expenditures e gli aiuti fiscali alle famiglie con figli». E le coperture? Leonardi ci dice che la riforma dovrebbe richiedere al massimo 10 miliardi di euro per il primo anno.

Mettere d’accordo i quattro partiti di maggioranza però non sarà un’impresa semplice. Le ultime riforme del sistema fiscale si reggevano su governi espressi da un’unica area politica. Mentre il Partito democratico, il Movimento 5 Stelle, Leu e Italia Viva non sembrano disposti ad ampi compromessi, soprattutto quando si dovrà decidere chi avvantaggiare e chi svantaggiare tra i contribuenti.

Perché, nelle riforme strutturali, vincitori e vinti non mancano mai, anche se si fa finta di non vederli. Per capirlo, abbiamo chiesto ai responsabili economici dei quattro partiti di maggioranza le loro priorità. Il Partito democratico ha preferito non rispondere, per ora, perché non è ancora terminato il dibattito interno sull’argomento.

Note: per Leu ha risposto Maria Cecilia Guerra, sottosegretaria al Mef; per il Movimento 5 Stelle Laura Castelli, viceministra al Mef; per Italia Viva Luigi Marattin, vicecapogruppo del partito alla Camera.

Alcuni punti in comune ci sono. Tutti sembrano intenzionati a semplificare il sistema di tax expenditures e allo stesso tempo riformare gli aiuti fiscali alle famiglie con figli.

E anche sulla necessità di modificare il sistema delle aliquote sembra esserci un consenso almeno parziale tra le fila della maggioranza, vista la volontà del ministro Gualtieri.

Per quanto si tenda a credere che le tasse sul reddito in Italia siano estremamente alte, le entrate sono sostanzialmente alla pari di altri paesi europei. Il punto dolente non è quindi sul quanto, ma sul chi le paga.

Tax expenditures: un vero problema?

Quello delle spese fiscali, o in inglese tax expenditures, è un tema dibattuto letteralmente ogni anno. Tutti nelle intenzioni le vorrebbero tagliare e riordinare, ma concretamente spesso si va nella direzione opposta. Secondo l’ultimo rapporto del Ministero dell’Economia nel 2019 erano in vigore 142 deduzioni, detrazioni e sconti fiscali sull’Irpef, per un totale di 39 miliardi di mancato gettito.

Più che negli anni precedenti: nel 2018 sull’Irpef erano 121, nel 2017 133. Tuttavia il numero così elevato nasconde il fatto che la metà delle tax expenditures costa alle casse pubbliche meno di 100 milioni di euro ciascuna e solo sette richiedono oltre un miliardo.

E guardando a quelle più costose, le prime dieci spese fiscali coprono da sole l’80 per cento della spesa. In realtà quindi il problema potrebbe essere esagerato da media e politica, anche se una giungla tanto fitta di spese fiscali rischia di amplificare la complessità e mettere a rischio la trasparenza del sistema.

Sconti fiscali per i figli

L’altro fronte su cui la maggioranza è compatta sono le politiche fiscali per le famiglie, su cui si incrociano fisco e welfare. Oggi ai genitori sono destinate le detrazioni fiscali per figli a carico, che però escludono per principio gli incapienti (cioè chi non paga le imposte perché ha un reddito troppo basso), e alcune misure assistenziali insufficienti come il bonus bebè, il bonus latte e il premio alla nascita.

L’idea, di cui ormai si discute da alcuni anni, è riunire tutti gli aiuti in un unico assegno mensile per ogni figlio, fino ai 18 anni. L’operazione potrebbe costare alcuni miliardi di euro, tra i 4 e i 6 all’anno. Se ne era parlato molto nell’autunno scorso, ma alla fine nella legge di bilancio era entrato solo 1 miliardo destinato al 2021.

Adesso potrebbe essere arrivato il momento: la scorsa settimana se ne è discusso in preconsiglio e nei prossimi giorni l’assegno unico potrebbe arrivare in Consiglio dei ministri. A meno di nuovi rinvii.

Rivedere le aliquote

Ritoccare le aliquote degli scaglioni è un altro aggiustamento su cui la maggioranza potrebbe trovare una quadra. L’ampio balzo tra la seconda e la terza aliquota fa sì che esista un forte costo fiscale per chi, guadagnando di più, supera i 28mila euro all’anno.

In quel caso, su ogni euro guadagnato in più si vedrà la tassazione aumentare più del 40 per cento rispetto a prima. Ed è in questa fascia di reddito che si trova buona parte della classe media, che potrebbe trovarsi quindi scoraggiata a lavorare di più con una tassazione simile.

Le possibili proposte – abbassare la terza aliquota per ridurre lo scalino o introdurne una nuova a metà – costano tra i 5 e i 6 miliardi di euro e farebbero risparmiare circa 800 euro a chi guadagna tra i 40 e i 45mila euro all’anno.

Per quanto di forte valore simbolico, cambiare le aliquote è nei fatti un’operazione piuttosto semplice e frequente negli ultimi decenni (l’ultima nel 2007). Di certo non basterebbe a sciogliere i nodi che rendono inefficiente e iniquo il fisco italiano.

Il problema di cui nessuno parla

Ma c’è un altro elemento di cui si parla poco. Uno dei macigni più pesanti sull’efficienza e l’equità del fisco italiano è, secondo numerosi esperti, l’erosione della base imponibile dell’Irpef. Come se da una cisterna che distribuisce l’acqua a tutta la città ci fosse una perdita da cui il liquido non smette mai di defluire, nonostante le pompe per rifornirla siano sempre in funzione.

Ormai l’Irpef, nata come imposta generale sul reddito delle persone fisiche, include quasi esclusivamente le tasse pagate da dipendenti e pensionati. I primi nel 2018 hanno dichiarato il 53 per cento dei 880 miliardi di euro totali dei redditi Irpef, i pensionati il 29 per cento. Insieme fanno più di 8 euro ogni 10.

Il poco che rimane viene coperto da autonomi, piccoli imprenditori, i redditi da partecipazione e quelli da fabbricati. E su tutto il resto è applicato un impressionante coacervo di regimi speciali e sostitutivi: sulle attività finanziarie, su una parte degli utili dei piccoli imprenditori, sui redditi che derivano da affitti con cedolare secca, su quelli dei lavoratori autonomi fino a 65mila euro all’anno, sui proventi delle iniziative di welfare aziendale, sui premi di produttività, sui dividendi, e via dicendo.

Tutti guadagni esclusi dall’Irpef, sostituita con aliquote proporzionali (e dunque non progressive). Così facendo, gli effetti sono la perdita di gettito per svariati miliardi e uno schiacciamento della progressività sui soli dipendenti e pensionati, sostanzialmente gli unici che continuano a pagare a scaglioni.

La progressività del fisco, tra l’altro, è già di per sé decisamente minore rispetto a quanto comunemente si pensa: l’incremento dell’Iva e, appunto, dei regimi sostitutivi ha depotenziato il grado di progressività del sistema fiscale italiano, più di quanto si immagini.

Non a caso, spesso sono i più abbienti a godere delle aliquote “flat”: chi ha tra le proprie disponibilità un appartamento in affitto, o riceve dei dividendi azionari, oppure ancora investe e guadagna da attività finanziarie se la passa meglio economicamente della media.

La conseguenza è che il 70 per cento del risparmio fiscale dei regimi separati va a vantaggio del 20 per cento più ricco delle famiglie italiane. In parole più semplici? Si disincentiva il lavoro per incentivare le rendite, usando le parole dell’economista Ugo Colombino su Lavoce.info.

Proprio per questo però intervenire sull’erosione della base imponibile richiederebbe di fare dei passi indietro rispetto al passato: far ricomprendere nell’Irpef alcuni tipi di reddito incrementerebbe il peso fiscale su alcune categorie, che potrebbe non essere compensato appieno dalla riduzione delle aliquote. Vinti e vincitori, appunto, che però la politica italiana spesso non vuole fare. A costo di non decidere.

Una riforma vera?

Il sistema fiscale italiano per gli individui ha molti problemi. Non incentiva il lavoro, non è nei fatti progressivo quanto nelle intenzioni ed è decisamente caotico. Una riforma, dopo quasi 15 anni dagli ultimi interventi degni di nota, potrebbe risolverne alcuni.

Ma resta l’incognita: il 2020, anno in cui il reddito crollerà di circa il 10 per cento portandoci nella “90% economy” come l’ha chiamata l’Economist, è davvero l’anno giusto per una riforma fiscale?

Secondo Marco Leonardi, potrebbe essere un’occasione, dopo i tanti fallimenti del passato: «Il Recovery Fund potrebbe coprire molte spese per cui altrimenti la legge di bilancio 2021 avrebbe dovuto mettere soldi nuovi, che quindi rimarrebbero utilizzabili per la riforma. Il successo però non è scontato: dipende da quanta cassa integrazione dovremo ancora pagare nei prossimi mesi, da come fluttuerà lo spread, da quanto le entrate fiscale si ridurranno per il lockdown. È presto per dirlo, ma l’opportunità che ci dà l’Europa è ghiotta».

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