La pandemia e gli stoltiQuelli che il virus ha fatto anche cose buone

È possibile trasformare un’emergenza sanitaria in un’occasione per “ritrovare se stessi” ? Per Bernard-Henri Lévy, autore di “Il virus che rende folli” (La Nave di Teseo) si tratta solo di un’ennesima dimostrazione di egoismo e scollamento dalla realtà da parte delle persone

Vincenzo PINTO / AFP

Ma c’è un’altra frase che mi è diventata insopportabile.

È la citazione di Pascal, balbettata fino alla nausea: «Ogni infelicità degli uomini viene da una sola cosa, dal non sapersene stare in pace, in una camera».

Ed è il modo in cui questa citazione è diventata un viatico per un’altra popolazione di penitenti, o la stessa, che scopriva di aver commesso un secondo errore: aver devastato il pianeta, va bene; aver permesso la globalizzazione delle catene dell’alimentazione e della salute, va bene; aver aumentato il numero dei viaggi aerei, che sono stati un attentato in termini di emissioni di anidride carbonica e un crimine climatico, sicuro; ma anche, essendosi proiettati nel mondo, essersi allontanati da se stessi, dalla propria verità interiore e dal tempo lungo cui aspiravano – a cui “il lockdown” avrebbe opportunamente posto rimedio.

Quella citazione, per cominciare, era incompleta.

I felici della reclusione – gli entusiasti degli asili modello Normandia – dove i fortunati coltivano il loro giardino, e gli altri, tutti gli altri, i reclusi nella gioia e nel buonumore che avevano la fortuna di non vivere né in una RSA, né alle Vele, né a Scampia, né in un bilocale rumoroso pieno di bambini, i neourbani che vedevano nel pensiero di Pascal un invito a riscoprire le felicità semplici, le delizie del tempo che non passa, la gioia dei gesti quotidiani ritrovati, ma soprattutto a riconcentrarci ad ascoltare noi stessi, non sapevano leggere una frase per intero e avevano omesso due cose.

Primo, per Pascal, “stare in pace, in una camera” non era una sinecura, ma una forma di ascetismo, un mettersi alla prova, un’esperienza metafisica dolorosa, quasi insopportabile, perché in grado di metterci di fronte alla nostra finitudine.

Secondo, questa prova consisteva nel non fare nulla, rigorosamente nulla, e certamente non dedicarsi alla cucina, al giardino, a ridicoli passatempi, a costruire modellini in cartapesta della torre di Pisa o del Colosseo in bagno, agli aperitivi su Zoom con abbondanti sorsate di birra, ai trikini, a postare le foto di se stessi in quel dolce far niente sullo stesso account Instagram su cui si condividevano, la settimana prima, i selfie delle vacanze.

Questi entusiasti si erano giusto dimenticati che questa prova era, per Pascal, la prova non solo del nulla, ma delle vertigini e dell’orrore infinito di quel nulla.

E, soprattutto, questi pascaliani della domenica, anzi per cui è sempre domenica, queste anime morte e resuscitate, queste vecchie anime perdute che, promesso, non si sarebbero mai più messe a girare come trottole, e che vedevano nel lockdown l’opportunità di calmarsi, di ricaricare le batterie e di riconnettersi, come diceva Valéry, con “l’Armonioso Sé”, questi pentiti del divertimento, che si meravigliano per dei vecchi jeans e un maglione logoro che non volevano più togliersi e che li avrebbero aiutati nella bella, nobile, esaltante impresa di essere finalmente se stessi, veramente se stessi, ben focalizzati su se stessi e su ciò che di buono e prezioso c’è in noi stessi, tutti questi dimenticavano un’altra frase di Pascal, che è correlato all’altra: l’io è odioso.

Proprio così!

Che il lockdown fosse necessario dal punto di vista sanitario è una cosa.

E, per spirito repubblicano oltre che per rispetto del personale sanitario oberato di lavoro ed esposto al rischio più di chiunque altro, ho trascorso queste settimane nel rispetto delle regole da esso imposte.

Ma godere di questo isolamento, abituarsi alla parola, non accorgersi della puzza che lo accompagnava, dimenticare che in Italia ad esempio, sono stati gli antifascisti, come Gramsci a Ustica o Carlo Levi in Lucania, a essere stati confinati in isole o villaggi-carcere, trovare delle virtù in questa cosa, congratularsi con se stessi per quest’avventura e per il rapporto con il mondo che instaurava, iniziare una qualsiasi conversazione con inutili gargarismi tipo “dove sei in lockdown?” o “che serie guardi?” e chiudere senza dimenticarsi di augurare una “buona continuazione del lockdown”, accettandolo come qualcosa di ovvio, e con il pretesto che ci permetteva di tornare all’essenziale, cioè all’analisi, al riapprendimento e all’amore di sé, la strana ingiunzione di mobilitarsi per la smobilitazione, di essere solidali e separati, di avvicinarsi l’uno all’altro rimanendo a casa – questo era, per almeno due ragioni, una grande indecenza.

Era un insulto per chi non aveva una casa in cui stare; era un insulto per i senzatetto di Place de la République, dove i volontari distribuivano cibo caldo a chi ne aveva bisogno, per i clandestini di Porte d’Aubervilliers, per i migranti; ed era una presa in giro per quei poveri tra i poveri che certamente hanno una casa – ma così precaria che, dalle favelas di Rio alle baraccopoli di Johannesburg, tutto quello che vogliono è solo uscirne.

E poi questa presunta saggezza ritrovata, questo invito a viaggiare nella propria stanza in cui si pretendeva convocare un’intera orchestra filarmonica di piccole nullità, di minuscoli piaceri e di tamburi di un narcisismo ben mitigato, questa idea che l’isolamento sia il momento dell’ora-o-mai-più per fare ordine in se stessi e ritrovare questo rapporto con se stessi che è, sic, la più ricca delle relazioni umane, tutto questo era l’esatto opposto di ciò che il mestiere dell’uomo ha di onorevole.

Andava contro la saggezza greca che ha fatto dell’uomo, fin da Aristotele, un animale politico. Andava contro Cartesio, che sapeva che l’esperienza del dubbio, della stufa, del rinchiudersi nel cogito, è, come quella di Pascal, un momento, e solo un momento, di una coscienza che deve, il più presto possibile, ritrovare il gusto per la scienza, la medicina, la morale provvisoria e definitiva, per la speculazione intellettuale, per il mondo.

Andava contro le conquiste della fenomenologia husserliana il cui insegnamento, rompendo con tutti gli essenzialismi del soggetto, si riassume nell’idea che la coscienza è sempre coscienza di qualcosa, che gli uomini sono interi nelle loro intenzionalità e che ciò che è interessante, in un soggetto, non è quello che è, ma quello che fa e il modo in cui, così facendo, abita il mondo, lo costituisce e ha uno scambio con esso.

I contenti del lockdown, queste donne e questi uomini che confidavano, sui loro blog, di non essere mai stati così felici, né così liberi, come da quando stavano rinchiusi, senza occupazione, quasi immobili, nelle proprie stanze e nella corrente del tempo, non avevano forse la sfortunata tendenza a parlare come il signor Simonnot delle Parole di Sartre, che era così felice, anche lui, di essere lì, proprio lì, in quel posto che era suo e che fortificava come il più prezioso dei beni che, quando non era lì, quando, per caso, andava da un’altra parte, immaginava i suoi colleghi esclamare: “Ma guarda, Monsieur Simonnot non è al suo posto?” Monsieur Simonnot è stato, per Sartre, un grande fenomenologo e pascaliano davanti all’Eterno, l’incarnazione del bastardo. La riduzione a sé, la certezza che il sé è uguale al sé e che l’io si limita all’io, il ripiegarsi su se stessi nell’autosoddisfazione e nell’autocompiacimento, tale era, per lui, la definizione stessa di “bastardo”.

da Il virus che rende folli, di Bernard-Henri Lévy, La Nave di Teseo, 2020, 10 euro

Il 27 luglio l’autore sarà ospite della Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, per uno spettacolo unico e in anteprima mondiale, nel cortile di Palazzo Reale a Milano. Introduzione di Maurizio Molinari, intervengono Andrea Bocelli e Nicola Lagioia.

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