La grande menzognaLa politica italiana resiste al Mes perché non vuole rinunciare al capro espiatorio dell’Europa cattiva

Politici non solo populisti e sovranisti addebitano i tagli alla sanità e alla scuola all’ottusità delle regole europee o alla crudeltà delle tecnocrazie brussellesi. In realtà la nostra classe dirigente non sa fare a meno di addossare le colpe sulle istituzioni comunitarie

Afp

Se si legge la guerra al Meccanismo europeo di stabilità come una semplice questione di puntiglio, cioè come l’indisponibilità del Movimento 5 Stelle (e, dall’altra parte, della Lega e di Fratelli di Italia) a rinnegare l’antico pregiudizio verso il Fondo Salva Stati, non si capisce la profondità dell’abisso politico che anche l’impasse sui 36 miliardi di crediti a tasso zero finora sdegnosamente rifiutati lascia intravedere e in cui non solo i cosiddetti “populisti” in Italia sono da tempo precipitati.

Il Mes è da sempre l’odioso simulacro dell’Ue e il sospetto sulle condizioni nascoste di questo strumento espressamente incondizionato esprime un pregiudizio più generale sul rapporto tra il declino italiano e le regole del processo di integrazione europea – dagli “stupidi” parametri di Maastricht fino al Fiscal Compact – che rappresentano da almeno un quarto di secolo i feticci polemici della recriminazione nazionalista. 

Da ben prima che dilagasse un consenso nominalmente populista e sovranista, cioè da ben prima che si affermasse un sostanziale “monopolarismo” anti-europeo di marca nazionalista, la politica italiana ha identificato nell’Europa il freno e l’ostacolo tanto alla sua crescita, quanto alla sua libertà. L’Europa “austera” e “liberista” è stata imputata di attentare al welfare state, all’occupazione e allo stesso patrimonio nazionale e questa qualificazione ideologica è stata del tutto indipendente dalla realtà delle politiche predicate e praticate dalla “cattiva” Germania e promosse dalle istituzioni europee. 

In Italia ci si è inventati un’Europa thatcheriana che non è mai esistita, si sono imputate ossessioni da Stato minimo a Paesi che hanno una spesa pubblica primaria sostanzialmente uguale e superiore a quella italiana e si è descritto il mercato comune come una giungla di darwiniana violenza, mentre questo mercato è l’unica oasi “socialista” del mondo, in cui il welfare assorbe quasi un terzo del Prodotto interno lordo e nei Paesi cosiddetti frugali, cioè tra i guardiani inflessibili dei conti pubblici, una percentuale mediamente superiore a quella italiana. 

L’Europa non è stata maledetta perché era la succursale ideologica del Cile di Pinochet, ma perché raccontava e dimostrava che proprio la solidarietà, la creazione di lavoro, il benessere diffuso, la sicurezza sociale esigono una spesa pubblica responsabile, un mercato concorrenziale e la minimizzazione di quel sistema di rendite pubbliche e private, che è strutturalmente legato al funzionamento della politica democratica. L’Italia è arrivata all’appuntamento dell’euro e poi di Maastricht dopo che la deriva della politica partitocratica l’aveva prima educata e poi abituata esattamente al contrario.

Il rapporto con l’Europa è stato l’oggetto di un esperimento ideologico fallimentare sul piano degli esiti (l’Italia continua a perdere posizioni), ma di straordinario successo sul piano politico-culturale. L’Europa è la menzogna per eccellenza della politica mainstream, a cui tutti, in questi anni, tranne rarissime e isolate eccezioni, hanno reso il proprio omaggio. Non solo Grillo, Salvini e Meloni. Ma anche Berlusconi, Prodi, Renzi. L’Europa, per altri versi, è lo “specchio rotto” del declino italiano, il modo con il quale cancellare con l’immagine anche la realtà di quella questione politicamente fondamentale, che è il rapporto con la verità. 

Nella pedagogia politica rovesciata della lunga stagione del declino, tutti i campioni della politica italiana hanno presto o tardi ripudiato “i no che aiutano a crescere” e prediletto “i sì che aiutano a vincere”. Continuiamo a sentire politici non solo populisti e sovranisti addebitare i tagli della sanità e della scuola italiana all’ottusità delle regole europee o alla crudeltà delle tecnocrazie brussellesi. Anche da parte di quelli cosiddetti “ragionevoli”, che oggi approvano la nuova versione del Mes proprio perché dimostrerebbe che l’Europa è finalmente cambiata, dando ragione e soddisfazione alle recriminazioni italiane.

Lo straordinario successo di pubblico e di critica, che questa catastrofe educativa diventato pensiero politico mainstream trova nel Mes, dimostra che in fondo c’è del metodo in questa follia, c’è qualcosa di più dell’orgoglio ferito nel dovere cedere sul fondo “che ha rovinato la Grecia”. C’è il timore che qualcuno inizi a intravedere nella verità ufficiale dell’Italia politica sull’Europa l’ombra della menzogna dell’Italia politica su se stessa.

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