Carte scoperteMerkel ha svelato il bluff della politica italiana: basta complotti e trame, è ora di governare

La crisi obbliga a una generale assunzione di responsabilità, sulla base della quale le nostre classi dirigenti saranno giudicate. Il problema è che i tempi dell’emergenza economica e dell’Europa, per l’ennesima volta non collimano con i tempi e riti dei partiti

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Prendere posizione non è facile per un Paese come l’Italia, che dell’ambiguità e dei doppi giochi sui tavoli internazionali ha fatto molto a lungo un’arte. Quella stagione, tuttavia, pare finita. L’intervista collettiva con cui Angela Merkel ha squadernato il suo programma per l’imminente semestre di presidenza europea preannuncia un “tempo della trasparenza” al quale noi (e buona parte del Vecchio Continente) volenti o nolenti dovremo adeguarci.

È’ chiaro il rischio del post-pandemia, chiari i numeri della crisi che già ci avvolge, ma finalmente sono chiari anche gli strumenti che da metà luglio potrebbero diventare operativi. Dunque, quando Frau Merkel dice: «La decisione sull’utilizzo del Meccanismo europeo di stabilità spetta all’Italia» non è tanto per ribadire una banalità (ovvio che spetti a noi, a chi se no?) quanto per dirci: da adesso si gioca a carte scoperte, la scelta è vostra, fatela.

Il problema italiano è che i tempi dell’emergenza economica e dell’Europa, per l’ennesima volta non collimano con i tempi della politica. Le elezioni regionali di settembre sono percepite dai partiti come l’ennesima “madre di tutte le battaglie”, anche se in gioco non c’è moltissimo, visto che su sei governatorati in scadenza soltanto due sono giudicati contendibili: Puglia e Marche, posti importanti per carità, ma non esattamente la California o la Baviera.

Sembra piuttosto infantile aspettare il verdetto su Michele Emiliano e Luca Ceriscioli per decidere se vogliamo i 36 miliardi di finanziamenti Mes per la sanità e come intendiamo stare nella partita da duemila miliardi dei Recovery Found europei. E sarà difficile spiegare ai nostri partner che, davanti alla prospettiva di un calo del Pil senza precedenti e di due milioni di disoccupati in più entro fine anno, la politica italiana giudica prioritaria una tornata elettorale di serie B.

Il tempo della trasparenza europea, peraltro, se sfruttato potrebbe essere una grandissima occasione per tutti. Da moltissimi anni lamentavamo l’opacità delle istituzioni dell’Unione e il loro oscuro perdersi nei dettagli sulle misure delle zucchine e delle vongole, mentre il benessere dei popoli affondava. Vero o non vero che fosse, a questa narrazione hanno aderito tutti: le destre per sostenere l’irriformabilità di un sistema nato male, le sinistre per giustificare la loro costante perdita di consenso a vantaggio del populismo.

Ora che la musica cambia in modo radicale, adesso che sono chiari i rischi e le misure a disposizione per scongiurarli, per entrambi i fronti ci sarebbe un’utilissima occasione di riposizionamento, anche per evitare di coronare i rispettivi sogni di potere alla guida di un Paese ridotto in macerie e comunque travolto dai debiti.

La sollecitazione a decidere di Angela Merkel contiene, in fondo, anche questa implicita domanda: che Italia immaginate fra sei mesi, fra un anno, fra due? Cosa si potrà fare di questa Nazione se, qui e ora, non parte una consistente operazione di salvataggio del lavoro, dei redditi, dell’impresa, degli investimenti, del sistema sanitario?

Non sono interrogativi che riguardano solo la coalizione di governo, anzi. Pesano anche sull’opposizione, che da molto tempo – sondaggi alla mano – sostiene di rappresentare la maggioranza dei cittadini e chiede il voto per trasformare il consenso virtuale in svolta elettorale. La logica del “tanto peggio tanto meglio” non può spingere ad affondare un Paese pur di conquistarlo: cosa si prenderebbero, poi? Un’Italia in agonia, resa ingovernabile dalla rabbia sociale e dalla mancanza di risorse?

Il nuovo gioco a carte scoperte dell’Europa, insomma, obbliga a una generale assunzione di responsabilità, sulla base della quale le nostre classi dirigenti saranno giudicate. Ed è immaginabile che il giudizio peggiore riguarderà i “forse”, i “non ora”, i “ne discuteremo” e tutte le espressioni vaghe che la nostra politica si è abituata a usare nel tempo per tenere insieme i suoi governi perennemente fragili. In passato c’è stata molta indulgenza per queste tattiche dilatorie, ora ce n’è assai meno. Sarà meglio che le nostre leadership ne tengano conto ogni volta che, in risposta alle sollecitazioni, dicono “vedremo”.

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