La giusta cornicePerché non è corretto parlare di una “seconda ondata” di coronavirus

Secondo il New Statesman, l’evoluzione dell’epidemia e le strategie dei governi per il contenimento del virus sono talmente variegate che converrebbe piuttosto fare riferimento a una “seconda fase”

Farooq NAEEM / AFP

Se sia giusto o meno parlare di una “seconda ondata” di coronavirus è materia di dibattito. Secondo un recente articolo del settimanale britannico The New Statesman, infatti, l’evoluzione dell’epidemia e le strategie dei governi per il contenimento sono talmente variegate che il termine rischia di essere fuorviante. Piuttosto, parlare di “seconda fase” sarebbe il modo più appropriato di trattare la questione.

Intanto, spiega lo Statesman, i numeri del contagio non sono gli stessi in tutto il mondo: negli Stati Uniti, ad esempio, una prima ondata di infezioni ha visto il suo picco alla fine di aprile, toccando quota 36mila unità, per poi scendere a 16mila all’inizio di giugno, e rialzarsi di nuovo a 44mila casi il 26 giugno. L’andamento è stato discontinuo in molti stati Americani: a New York e in Michigan, dopo il picco di aprile la discesa è stata stabile, mentre in Florida e in Texas, dopo una primavera relativamente tranquilla, i casi sono in rialzo proprio nell’ultimo periodo.

A livello internazionale ci sono almeno quattro diversi trend epidemiologici, spiega il giornale britannico. Oltre al trend degli Stati Uniti, ci sono paesi dove il picco è già stato raggiunto, ma la discesa dei contagi è ancora lenta, come il Regno Unito, la Russia, la Svezia e il Portogallo. Ci sono poi paesi dove la riduzione dell’epidemia è stata consistente a livello nazionale, ma stanno emergendo focolai che vanno contenuti, come in Cina, Germania, Corea del Sud e Italia. Infine, nei paesi più poveri, soprattutto in America Latina, l’ondata epidemica sta continuando a crescere senza interruzioni. È il caso in particolare del Brasile, dove a giugno l’epidemia si è stabilizzata prima di ricominciare a salire.

A livello globale, l’epidemia segue questa quarta tendenza, per cui sarebbe ingannevole parlare di una seconda ondata. Complessivamente, nel mondo il tasso di infezione è salito, si è stabilizzato a circa 80mila casi al giorno fra la fine di aprile e l’inizio di maggio, e poi ha ricominciato a crescere a maggio e giugno, raggiungendo un nuovo picco di 179mila casi alla fine di questo mese.

Lo stesso termine “ondata”, a ben guardare, è contraddittorio, spiega lo Statesman. La parola lascia intendere un ciclo di ripetizioni dell’epidemia destinate a ripresentarsi finché non si troverà un vaccino. Ma in verità, sulla base degli elementi e dei numeri che si hanno a disposizione, più che di una «ciclicità prevedibile», l’epidemia di coronavirus è caratterizzata da una «linearità imprevedibile».

A questo si aggiunga che nemmeno la «politica del coronavirus» tende a ripetersi. Se in alcuni paesi, come l’Italia e la Germania, il sostegno ai leader nazionali è cresciuto, altri hanno visto i propri punteggi nei sondaggi crollare miseramente. È il caso di Donald Trump negli Stati Uniti, ma anche di Jair Bolsonaro in Brasile. In più, in giro per il mondo si preannuncia un’estate calda e densa di proteste, che non solo pone dei rischi in termini di contagio, ma minaccia la stessa tenuta dei governi.

Le “ondate”, dunque, in politica non esistono, nonostante questa abbia un ruolo centrale nella gestione della pandemia. La stessa capacità di contenere il virus da parte della politica non è iterativa, osserva lo Statesman: se da un lato i governi stanno imparando a contenere in maniera più efficace il virus ed anche la capacità di tracciamento sta facendo molti progressi, d’altra parte non è scontato che lo spirito di cooperazione dei cittadini resti lo stesso.

Come si può essere sicuri che la popolazione continui a tenere un comportamento responsabile, mantenendo il distanziamento sociale e osservando le misure di sicurezza, se non si vedranno risultati concreti di protezione dalla crisi economica e lo scontento popolare dovesse aumentare? Le persone vorranno privarsi di nuovo delle libertà di cui sono tornate a godere? Secondo uno studio della Brookings Institution, riporta lo Statesman, negli Stati Uniti l’affaticamento psicologico dettato dal lockdown (che porterà ad affrontare con più leggerezza le misure di contenimento del virus) potrebbe portare ad un nuovo record di 450mila morti entro gennaio.

Infine, anche l’eventuale sviluppo di un vaccino non costituirà la fine di un ciclo, perché si potrebbero trovare diverse soluzioni, che richiederebbero tempo per essere affinate e distribuite. E poi il virus potrebbe mutare, richiedendo nuovi interventi e nuova ricerca. Dobbiamo aspettarci di fare una serie di passi sia in avanti che all’indietro, i quali avranno ripercussioni psicologiche notevoli. In altre parole, dovremo abituarci a convivere con il virus. Per questo, conclude il New Statesman, più che di una seconda ondata, bisognerebbe parlare di una “seconda fase” di Covid-19.