Il diritto del fine vitaSull’eutanasia è tempo che il Parlamento approvi una legge

La sentenza che ha assolto Mina Welby e Marco Cappato per aver aiutato Davide Trentini a morire non “scavalca” il potere legislativo delle camere, anzi. Ancora una volta, le invita a superare i limiti anticostituzionali di norme ormai anacronistiche

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Negli ultimi anni, è ripetutamente accaduto che alcuni dei “paletti” in senso lato bioetici della legislazione italiana, di quella più antica come della più recente, siano stati divelti da pronunce giudiziarie e da decisioni della Corte Costituzionale.

Dai casi di Eluana Englaro e Piero Welby a quelli di dj Fabo e Davide Trentini, la materia del fine vita è stata sostanzialmente reinterpretata alla luce dei principi costituzionali e, con la legge sul cosiddetto testamento biologico, è stato il Parlamento a operare ex post un primo parziale riadattamento del dettato normativo, sotto la spinta delle sentenze dei giudici e del giudice delle leggi.

Però molta strada deve ancora fare il Parlamento per “aggiustare” la norma penale in tema di istigazione e aiuto al suicidio, che le disobbedienze civili di Marco Cappato e Mina Welby hanno messo non solo politicamente, ma anche giuridicamente in mora: questa norma, infatti, non è stata ritenuta dai giudici degli imputati applicabile a casi propriamente eutanasici, quando cioè in un suicidio assistito l’aiuto prestato non è a chi, semplicemente, “vuole morire”, ma a chi “vuole morire bene, anziché male”, essendo affetto da patologie irreversibili, gravemente invalidanti e portatrici di intollerabili sofferenze.

Qualcosa di analogo è avvenuto anche in materia di fecondazione assistita – il contenuto della legge 40/2004 – che non rimanda, come l’aiuto al suicidio, al Codice Rocco, ma al tentativo relativamente recente di disciplinare restrittivamente l’attività della medicina procreativa, a fronte di una supposta insufficienza della disciplina deontologica. Sono state infatti le sentenze della Consulta, non le norme votate dalle camere, a eliminare il divieto di diagnosi pre-impianto, il divieto di accesso alla PMA per le coppie fertili, ma portatrici di patologie genetiche e il divieto di fecondazione eterologa.

In tutti questi casi – sul fine vita, come sulla procreazione assistita – la critica più ricorrente ha finito per vertere sulla violazione del principio della separazione dei poteri, ovvero sull’usurpazione del potere legislativo da parte del potere giudiziario. Detto in termini brutali – sostengono i critici – non possono essere i giudici, né i giudici delle leggi a cambiare o a cancellare le norme considerate anacronistiche, perché questo costituirebbe un attentato alla sovranità democratica del Parlamento.

La preoccupazione di salvaguardare l’equilibrio dei poteri dagli sconfinamenti di quello giudiziario è tutt’altro che infondata, in un Paese in cui l’indipendenza della magistratura sembra spesso sostanziarsi in un “controllo di legalità”, esercitato in nome di un’ideale del tutto politico di giustizia. Ma nei casi della giurisprudenza in materia bioetica il fenomeno è molto diverso e in fondo molto più fisiologico, perché non attiene alla rivendicazione dei giudici di esprimere e rappresentare la “volontà del popolo”, bensì di rileggere in termini dinamici, cioè storici, il rapporto tra principi costituzionali, le norme del diritto positivo e le loro rispettive interpretazioni.

Sui temi eticamente sensibili della procreazione e del fine vita tribunali e Corte Costituzionale hanno dispiegato, contro norme limitative della libertà di cura e dell’autonomia individuale, la forza espansiva dei principi costituzionali, interpretati sulla base di una realtà culturale e sociale estremamente più sensibile ai diritti personali.

Mutatis mutandis si tratta della stessa dinamica che portò la Corte Costituzionale nel 1968, ribaltando peraltro una sua precedente sentenza di pochi anni prima, a dichiarare l’incostituzionalità del reato di adulterio, che a norma dell’art. 559 del codice penale puniva solo la moglie adultera e non anche il marito. L’articolo 29 della Costituzione non era nel frattempo mutato, ma si era imposta una interpretazione dell’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi che, dopo pochi anni, avrebbe portato al nuovo diritto di famiglia e, presumibilmente, di fronte all’inerzia del Parlamento, avrebbe dato luogo a ulteriori pronunce della Consulta.

Da questo punto di vista, c’è poco da stupirsi che sia ragionevolmente eccepita la portata di norme il cui campo di applicazione sia concretamente esteso a casi non prevedibili dal legislatore, cioè ad esempio, a proposito dell’aiuto al suicidio, al caso in cui il suicida sia una persona a cui siano da anni meccanicamente o farmacologicamente surrogate le principali funzioni vitali. Allo stesso modo, non è sorprendente che nel caso della fecondazione assistita si contesti la possibilità di imporre con la forza della legge restrizioni considerate indebite e inaccettabili sotto il profilo deontologico e della autonoma relazione terapeutica tra medici e pazienti.

Nello stesso tempo, è bene che il legislatore non si accomodi nell’inerzia, aspettando che siano i giudici a sbrogliare i nodi che politicamente si considerano impossibili da sciogliere. In particolare, l’assoluzione di Mina Welby e Marco Cappato non rende meno, bensì più urgente l’approvazione di una legge sull’eutanasia. L’autodeterminazione dei pazienti nelle scelte di fine vita deve essere riconosciuta in termini positivi, in un quadro di chiarezza e certezza del diritto.

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