La penisola dei famosiI cento anni di Franca Valeri sono l’occasione per essere un po’ più sofisticati e meno allocchi

Per qualche motivo se sei noto devi avere la soluzione a tutto e il tuo parere vale più di quello di altri, anche se la fama è dovuta ai gorgheggi, a come sai soffriggere i calamari o alle foto di Instagram. I personaggi pubblici non capiscono il mondo meglio di altri, e noi non dovremmo indignarci se non lo capiscono

Immagine tratta dal trailer di Piccola posta

«Nani, anima che disastro come te canti male stamattina, no i se’ più vocalizzi, sono gargarismi…»: “La moglie del tenore” è lo sketch che chiude la raccolta di Franca Valeri intitolata “Tutte le commedie”, appena pubblicata da La tartaruga. Franca Valeri oggi compie cento anni, al termine della tre giorni di gogna d’un tenore che ha stonato su un palco che non era il suo. Poi dice che la vita non è sceneggiatrice.

Il centesimo compleanno della Franca avrebbe meritato (minimo) una settimana di festeggiamenti, e invece chiude la tre giorni in cui tutto – i giornali, i social, le conversazioni orecchiate – ci ha chiarito che, sessantacinque anni dopo, ancora non abbiamo capito Filumena Cangiullo.

“Piccola posta” era il film del 1955 in cui la Valeri trentacinquenne interpretava una mitomane (sì, insomma: un’italiana) tenutaria di posta del cuore. Le lettrici smaniose scrivevano a Lady Eva Polavski. La voce fuori campo così ce la introduce: «Settimanalmente, ella narra ai suoi lettori delle sue toilette, della sua vita elegante tra ricevimenti e cacce alla volpe».

Naturalmente non c’è nessuna caccia alla volpe, ma un appartamento di periferia dove la signorina Cangiullo vive con la madre («mammà»), spera di farsi sposare da un veterinario che neanche s’accorge delle sue profferte, e accoglie il bel ragazzo che le porta le lettere al giornale con «Si capisce, er solito discobbolo».

Insomma, non è che la scissione tra personaggio pubblico e identità reale sia cosa nuova. E non si capisce neanche perché, da chi diventa personaggio pubblico non per le sue capacità di capire il mondo, dovremmo pretendere che lo capisca.

Chiederemmo a Maradona come risanare l’economia? A Carla Fracci se maggioritario o proporzionale? A Carlo Cracco come regolamentare l’immigrazione? Sono domande retoriche, perché nel sistema degenerato in cui abitiamo la fama è garanzia d’onniscienza, e sono abbastanza certa che, indagando negli archivi dei giornali, troverei qualcuno che ha chiesto a una ballerina cosa fare del sistema elettorale e a un calciatore se fosse il caso di stampare moneta.

Al massimo facciamo conto sulla continenza dell’intervistato e, quella miracolosa volta in cui l’allenatore del Liverpool dice in conferenza stampa che non è il caso che chiedano a un allenatore come risolvere il problema del virus, linkiamo il video in eterno, lodandolo – lui sì che conosce i suoi limiti – senza farci venire il dubbio che forse starebbe a noi non chiedere a miss Italia come conseguire la pace nel mondo, e se ce lo dice senza che nessuno gliel’abbia chiesto non dovremmo ascoltarne la risposta.

E quindi, quando Bocelli dice una cosa imbecille sul virus, non ci viene in mente di passare ad altro – ha detto una scemenza, ne dicono tante ogni giorno quelli che parlano di cose non di loro competenza, è una tradizione, l’anno prossimo sarà il quarantennale di quel film in cui Nanni Moretti sbottava perché tutti pensavano di poter parlare di cinema e lui mica parlava di astrofisica, è tutta la vita che sentiamo non astrofisici dire scemenze sull’astrofisica e mica ce ne meravigliamo, no? A meno che non siano famosi.

Perché, nella nostra testa di smaniose che scrivono a lady Eva acciocché lei, che non riesce a risolvere la propria zitellaggine, risolva la nostra, nella nostra testa bacata, se uno è famoso per i gorgheggi, o per i palleggi, o per come soffrigge i calamari, allora saprà risolvere tutti i mali del mondo.

Nella nostra testa bacata, se sei famoso per qualunque ragione, fosse pure farti le foto su Instagram, o sfilare in abito da sera, o avere gli occhi viola, allora hai la soluzione a tutto e il tuo parere vale più di quello altrui.

Ne sghignazziamo quando di questo meccanismo sono preda gli altri – quelli che vanno a visitare gli Uffizi solo perché ci è andata una ragazza famosa, quelli che scrivono a lady Eva senza sapere che si chiama Filumena – ma neanche ce ne accorgiamo quando ci caschiamo noi.

Quando Bocelli dice che per lui il virus non c’è, e noi vogliamo che tutto il mondo sappia quanto ne siamo sdegnati. (C’entra anche quel deleterio illusionismo che è la comunicazione orizzontale: Bocelli ha diritto di dire la sua in Senato? E allora io ho diritto di sdegnarmi su Twitter, perdindirindina. Non mi chiuderete la bocca, poffarbacco. Mai che capiscano che li si invita a tacere per amore del senso del ridicolo, mica della censura).

Dice la voce fuori campo che apre “Piccola posta”: «Questo film è dedicato alle anime semplici, alle domestiche innamorate, alle cassiere solitarie che passano da sole la domenica, alle zitelle che arrivate a cinquant’anni sperano ancora di trovare l’anima gemella, ai commessi viaggiatori in cerca di avventure galanti che credono che esista il perfetto manuale del conquistatore».

Il problema è che noialtri ci sentiamo più sofisticati delle domestiche, delle cassiere, persino dei commessi viaggiatori; e poi ci dimostriamo ogni giorno altrettanto allocchi. Il problema è che Franca Valeri l’aveva capito un secolo fa, e noi ancora no.

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