Nono inningGrosso guaio a Nocciolina-Land

Il cibo costituisce un diversivo indispensabile nel baseball: l’industria americana delle arachidi sta cercando di capire come gestire i milioni di noccioline che non verranno vendute e mangiate tra i vari inning, promuovendo un consumo domestico

Sport bizzarro, il baseball. Con le sue partite che possono durare un’eternità, le sue uniformi un po’ retrò e le sue regole che una volta capite sono al limite del banale, ma capirle la prima volta, beh, provateci che poi ne riparliamo. Nonostante tutte quelle che – per noi – sono stranezze belle e buone, a partire dagli anni ’60 dell’Ottocento il baseball è stato (ed è ancora) un fenomeno sociale e culturale fondamentale per la storia degli Stati Uniti, specialmente dopo l’avvento del professionismo, con cui la competizione divenne più intensa e il sistema di partite più regolato. Il baseball svolse una funzione cruciale nell’appagare quel bisogno di appartenenza e quel senso di identità che ardevano nei cuori americani: all’inizio furono infatti specialmente le squadre locali a definire il carattere delle singole comunità urbane, fornendo ai cittadini il senso di radicamento e le memorie collettive condivise che in molti non sentivano e che erano, di fatto, assenti.

La connessione tra le squadre e le città/quartieri di riferimento venne favorita grazie alla partigianeria delle frange più calde dei tifosi, che contribuì a far salire vertiginosamente il livello di eccitazione e aggregazione all’interno degli stadi. Non solo un semplice sport inteso come ‘pratica fisica’, bensì anche uno spettacolo che verteva e verte sul localism: sono qui allo Yankee Stadium perché amo gli Yankees e vivo New York, appartengo a tale luogo sia geograficamente che psicologicamente, e lo dimostro stando qui. Con gli anni recarsi allo stadio è diventato una specie di rituale che va ben oltre la visione della partita: ci si va per divertirsi, per stare un po’ sbracati, per bere birra e fare due chiacchiere con i vicini. Non a caso, Homer Simpson sostiene sia impossibile guardare una partita da sobri, e quando purtroppo gli tocca ammette sconsolato che «non mi ero mai reso conto di quanto fosse noioso questo sport».

Non per niente la più celebre definizione del baseball è «America’s favorite pastime»: un passatempo per chi lo gioca, ma pure per chi lo guarda. Basta osservare i tifosi di baseball in tv: un incessante andirivieni di gente che sbevazza o cerca di evitare di sporcarsi la maglietta mentre addenta hot dog, i nachos e le tanto amate noccioline, per non morire di tedio nel corso di incontri che possono durare fino a quattro ore. Ovviamente la struttura della partita basata su nove riprese o inning e i suoi tempi dilatati si presta bene a un simile scopo: le fasi del gioco e le pause alternano momenti barbosissimi ad altri invece veramente elettrizzanti, durante i quali un paio di lanci come dio comanda riescono a invertire il corso di partite che sembrano straperse.

Il cibo, quindi, costituisce un diversivo indispensabile nel baseball e nei 162 match che si disputano ogni stagione, spalmati nell’arco di sei o sette giorni a settimana. A oggi, in un anno normale, le squadre di baseball della Major League avrebbero già giocato ormai quasi 80 partite; nell’aria si respirerebbe l’ansia tipica in vista dell’All-Star Game di metà luglio; i cronisti sportivi avrebbero riempito pagine e pagine con discussioni circa le rotazioni dei lanciatori utilizzando acronimi indecifrabili; i vicini di casa si sarebbero tolti il saluto perché in disaccordo sul battitore designato. Peccato che il 2020 non sia affatto un anno normale: dopo mesi di incertezza, la scorsa settimana il commissario della Major League Rob Manfred ha annunciato che il baseball – il cui campionato è ora sospeso causa pandemia di Covid-19 – tornerà con una stagione abbreviata di 60 partite che inizierà il 23 o il 24 luglio, seguita da un mese ‘regolare’ (che suona parecchio ottimista) con i playoff post-stagione. Tutte le partite, chiaramente, si giocheranno in stadi vuoti a porte chiuse e senza tifosi, cosa che influenzerà non soltanto i giocatori e il personale presente sul campo – nondimeno, qualcuno sostiene che gli arbitri saranno felici che la loro vista, il loro giudizio o la loro idoneità mentale non verranno messe sotto processo in diretta ogni due notti per sei mesi consecutivi.

L’industria delle arachidi, tanto per citarne una, sta cercando di capire come gestire i milioni di noccioline che non verranno vendute e mangiate tra i vari inning. Secondo Sports Illustrated, in una stagione di Major League i tifosi in genere consumano circa 18 milioni di hot dog e da 4 a 7 milioni di sacchetti di arachidi, tanto che – per alcuni produttori – gli stadi di baseball rappresentano fino a un quarto delle vendite annuali. La pandemia non ha avuto un effetto significativo sull’agricoltura: le colture sono state piantate a maggio e raccolte tra settembre e ottobre, dunque mesi prima dell’attuale crisi; a cambiare, però, è stata la destinazione finale. I sacchetti di noccioline tostate riservati ai ballparks, infatti, ora giacciono invenduti nelle enormi celle frigorifere delle aziende produttrici: «Il baseball è una parte fondamentale della nostra attività, e in pratica adesso ci hanno lasciati qui, a conservare le noccioline», ha dichiarato al New York Times Tom Nolan, Vicepresidente delle vendite e del marketing di Hampton Farms, società con sede nel North Carolina nonché principale fornitore di noccioline con guscio degli gli stadi della Major League. Tradotto, nel giro di pochi mesi una domanda consistente, che per diverse aziende era la propria ragion d’essere, è completamente svanita.

Le arachidi in questione sono la varietà Virginia, che rappresenta circa il 14% di tutte le arachidi coltivate negli Stati Uniti: contrariamente a quanto il nome lasci presagire, le Virginia possono essere coltivate ​​in una manciata di altri stati, come il Nord e il Sud Carolina. Si tratta delle stesse noccioline disponibili gratuitamente da Five Guys, i cui gusci hanno disseminato i pavimenti di parecchi ristoranti della catena. Sempre stando al New York Times, il National Peanut Board (un programma sponsorizzato dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti per supportare ed espandere i mercati esistenti, svilupparne di nuovi e facilitare la produzione economica di arachidi) sta studiando un piano che prevede un uso massiccio di promozioni in-store per ricordare alle persone che le noccioline possono comunque essere gustate guardando le partite di baseball a casa propria, comodamente stravaccati sul divano – sì, pare una scemenza, ma vale la regola secondo la quale ciò che per noi è scontato non lo è per gli americani, e viceversa.

Della serie, bicchiere mezzo pieno, le vendite al dettaglio di arachidi Virginia sgusciate sono aumentate del 15% nel mese di maggio rispetto a un anno fa, il che potrebbe essere dovuto a una serie di fattori: la lunga conservazione, l’essere uno spuntino facile e veloce per i bambini temporaneamente a casa da scuola e (non è uno scherzo) una deliziosa sorpresa da lasciare fuori dalla porta per la fauna selvatica che è inaspettatamente ricomparsa in parecchie aree urbane. Il colpo inferto dalla mancanza del baseball all’industria è stato in parte attutito grazie al burro d’arachidi: «la domanda è andata fuori controllo e in alcune aree è cresciuta del 175%, senza mostrare segni di rallentamento» ha spiegato Rick McGee, Vicepresidente delle vendite industriali di Hampton Farms a Sports Illustrated. I motivi? La corsa iniziale verso alimenti a lunga conservazione che è partita a marzo; l’aumento degli acquisti ad aprile, in particolare da parte di famiglie con bambini; la crescita della disoccupazione, che ha portato le persone a rifugiarsi nel cosiddetto comfort food.

Per quanto riguarda le arachidi che erano già negli stadi prima della sospensione, un portavoce del Delaware North – società di servizi di ristorazione e hospitality che gestisce le concessioni per undici ballpark della Major League – ha dichiarato che 41mila libbre di cibo donate a marzo dalla compagnia includevano articoli (noccioline, ma anche hot dog, patatine e nachos) inviati alle squadre prima dell’Opening Day originariamente previsto a fine marzo. E almeno uno dei suoi stadi – il Truist Park di Atlanta, casa degli Atlanta Braves – ha usato le sue cucine e il cibo pre-acquistato per preparare pasti per gli operatori sanitari locali durante la pandemia. Benjamin Harrison, il primo presidente degli Stati Uniti a sgranocchiare noccioline in uno stadio di baseball nel 1892, ne sarebbe stato sicuramente orgoglioso.