Falce e capolaratoI lavoratori stagionali in Europa non hanno diritti

Un milione di cittadini dell’Unione che lavorano nei campi sono precari, hanno salari bassi e vengono sfruttati. Sono in gran parte rumeni, bulgari e polacchi. Il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione per tutelarli davvero

Afp

L’agricoltura europea è dipendente dai migranti stagionali. Molti di loro sono cittadini europei che arrivano per lavorare ogni anno nei campi del Continente: sono tra gli 800 mila e 1 milione: 370 mila in Italia, 300 mila in Germania, 276 mila in Francia e 150 mila in Spagna.

La pandemia ha dimostrato che i settori essenziali come l’agricoltura non si possano fermare, ma ha toccato anche un nervo scoperto: la salute e i diritti dei lavoratori stagionali. Coldiretti fornisce stime sull’importanza degli stagionali stranieri nelle campagne italiane: circa 100 mila rumeni, 13 mila polacchi e 12 mila bulgari che da soli rispondono al 27% del totale delle giornate lavorate in agricoltura. 

In questa stima mancano tuttavia i lavoratori provenienti da Maghreb e Africa sub sahariana, invisibili perché senza contratto di lavoro e ridotti in schiavitù dal caporalato. In molti casi i rapporti di lavoro sono sommersi e lasciano spazio allo sfruttamento: «Stimiamo che circa 4 milioni di lavoratori dell’agricoltura operino in condizioni di illegalità, lavoro precario e sfruttamento, che si tratti di stagionali, a cottimo o forme di altri contratti insicuri», ha affermato Stephen Gilmore, portavoce di Effat, il sindacato europeo dei lavoratori agricoli. 

 «Il problema della manodopera in agricoltura riguarda l’intera Unione Europa», afferma Coldiretti , che denuncia «la mancanza di quasi 1 milione di lavoratori agricoli stagionali per le campagne di raccolta nei principali paesi. Dalla Germania all’Inghilterra dalla Francia alla Spagna ma anche Austria, Danimarca, Finlandia e Norvegia che hanno richiesto ufficialmente al governo ucraino un corridoio aereo per i lavoratori agricoli».

In Francia l’80% dei lavoratori contrattualizzati in agricoltura sono stranieri. Si tratta di lavoratori marocchini, tunisini, polacchi e rumeni – riporta France Culture –  impiegati soprattutto nella viticoltura e assunti con contratti da  4 a 6 mesi.

Lo studio condotto dall’Organizzazione mondiale del lavoro nel 2014 in Spagna, dove il mercato agricolo assorbe soprattutto manodopera proveniente da Ecuador, Marocco, Romania, ha invece sottolineato una differenza fondamentale tra i migranti Ue ed extracomunitari: i cittadini europei, come rumeni e polacchi, non hanno costi amministrativi aggiuntivi come permessi di soggiorno e certificati medici.

Secondo il rapporto non è possibile calcolare lo stipendio medio di un lavoratore stagionale: se i lavoratori guadagnassero il minimo di 39.5 euro al giorno per sei giorni, ogni mese sarebbero pagati 980 euro. Ma la remunerazione dipende sia dalla situazione del territorio, delle aziende e dalla presenza di fenomeni criminosi come il caporalato: in Italia molti migranti lavorano nelle campagne fino a 10 ore al giorno per pochi euro all’ora.

La pandemia ha messo a rischio la libera circolazione dei lavoratori anche nei settori considerati essenziali. A marzo Christiane Lambert, presidente della Fnsea (sindacato agricolo francese), ha stimato che fossero necessari 200 mila posti di lavoro per far fronte alla domanda di manodopera del settore agricolo.

Numeri simili ad altri Stati europei, come la Germania, dove la richiesta del settore è di 300 mila braccianti per la raccolta degli asparagi. Cambiano i frutti, resta lo stato di necessità: anche il Regno Unito ha autorizzato l’entrata di lavoratori per raccogliere fragole e lamponi, con voli diretti dalla Romania.

La libera circolazione dei lavoratori è uno dei pilastri dell’Unione europea. Secondo i dati del Parlamento Europeo 23 milioni di cittadini dell’Ue vivono e lavorano in un Paese diverso da quello di origine. Invece 1,5 milioni sono i lavoratori transfrontalieri. Già dal 30 marzo, nel vivo della pandemia, la Commissione aveva previsto alcune linee guida per permettere ai lavoratori stagionali di passare le frontiere, chiuse fino al 15 giugno,  per evitare la carenza di manodopera.

Gli Stati membri hanno siglato accordi bilaterali per evitare la crisi del mercato occupazionale agricolo. Ma con l’apertura delle frontiere e l’ingresso degli stagionali sono scoppiate anche le tensioni, come dimostra il caso Mondragone, dove decine di lavoratori bulgari sono risultati positivi al coronavirus.

La crisi della manodopera sembra scongiurata ma le condizioni di lavoro  sono precarie e drammatiche. L’allarme è arrivato dal sindacato europeo Effat che ha denunciato il rischio di «accampamenti informali come potenziali hotspot per la pandemia, i cui effetti sarebbero devastanti e scatenerebbero l’emergenza sanitaria per intere regioni.

La condizione di povertà e marginalizzazione di questi migranti li rende ancora più vulnerabili agli effetti di questa pandemia globale». Tre i punti fondamentali per il sindacato: alloggi dignitosi e sicuri, uno stipendio equo e garanzie sanitarie. Un intervento difficile da attuare perché le responsabilità di accoglienza e contrattualizzazione ricadono sui singoli imprenditori. 

Il 19 giugno il Parlamento europeo ha adottato con 594 voti a favore, 34 contro e 38 astenuti, una risoluzione per tutelare i diritti dei lavoratori stagionali. I deputati europei chiedono agli Stati membri di attuare misure per estendere i diritti sociali anche a chi ha solo un contratto temporaneo e non risiede nel paese dove lavora.

«Secondo il diritto dell’Unione Europea questi lavoratori devono essere trattati con pari dignità e diritti dei locali»: si tratta del fondamentale principio di uguaglianza di trattamento e non discriminazione che garantisce pari opportunità occupazionali ai cittadini europei.

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