Shortermismo populistaAnche il calo delle nascite è un risultato del declino politico italiano

La ragione per cui non si fanno figli è la stessa per cui non si fanno investimenti: la scarsa fiducia verso chi ci governa. E con la regressione dell’antipolitica attuata dai grillini gli elettori non chiedono più asili, né scuole migliori, ma più pensioni o più redditi di cittadinanza

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Photo by Tommaso Pecchioli on Unsplash

La cronaca della morte annunciata dell’Italia prosegue con notizie sempre più luttuose sul fronte demografico, che sarebbe sbagliato considerare conseguenze di qualcosa di simile a un disastro naturale, come un terremoto o un’alluvione.

Nel 2019, avverte l’Istat, i nati in Italia sono stati 420.000, uno su sette da genitori stranieri. Non erano mai stati così pochi dall’Unità d’Italia. Sempre nel 2019 l’Italia ha perso complessivamente circa 190.000 residenti, non solo per lo sbilancio tra nati e morti ma anche per fenomeni migratori: sempre più emigrati e sempre meno immigrati.

Il Paese di cui i gemelli diversi della xenofobia grillo-leghista, Di Maio e Salvini, denunciavano l’invasione sta subendo, al contrario, un processo di spopolamento, che nelle aree interne del Sud tocca anche l’1% l’anno. Sarebbe facile leggere il rapporto tra declino economico e declino demografico come un rapporto tra la causa e l’effetto, mentre è molto più razionale, anche se contro-intuitivo e doloroso, ammettere che siano entrambi effetti del declino politico di un’Italia persa nel nirvana del “come se non ci fosse un domani”, che è da alcuni decenni il pensiero dominante e unificante di scelte pubbliche e private e che spiega la diffusa e ormai consolidata predilezione per lo shortermismo nelle scelte delle imprese, delle famiglie e degli individui.

La ragione per cui non si fanno figli è grosso modo la stessa per cui non si fanno investimenti, si usa il risparmio in un modo ossessivamente precauzionale e anti-produttivo, si ritiene il tempo di studio un tempo perso, si galleggia tra bassa occupazione e scarsa produttività, si concepisce la spesa sociale come una sorta di liberazione dal lavoro.

È vero che l’Italia è il Paese Ue che ha l’età mediana più elevata (cosa che è insieme effetto e causa della bassa natalità), ma non è solo l’età relativamente più alta degli italiani, ad esempio, a spiegare lo sbilancio mostruoso della spesa sociale sul lato previdenziale, né il favore che questo modello continua a ricevere anche nelle coorti generazionali che non ne ottengono benefici, ma danni. L’età mediana dei tedeschi è quasi pari a quella degli italiani, ma la Germania spende in pensioni in rapporto al Pil un terzo meno dell’Italia.

La natalità è un indicatore di fiducia, non solo un indice dell’efficienza del welfare pro family, che è a sua volta un termometro dell’umore (o del malumore) dell’elettorato. Elettori sfiduciati non chiedono più asili, né scuole migliori, ma appunto più pensioni o più redditi di cittadinanza. E non fanno figli, perché non vogliono gettarli in quell’inferno di soprusi e di violenze che immaginano la realtà dell’Italia sia irrimediabilmente diventata.

“Morto io, morti tutti”: non sembra esserci realtà oltre i confini biografici del presente. Il declino politico italiano non è iniziato semplicemente da una crisi di fiducia, dopo il primo quasi-default del Secondo Dopoguerra e l’ordalia di Tangentopoli. Inizia, più profondamente, dalla destituzione della fiducia come capitale politico fondamentale e dalla sua sostituzione con una sorta di ideologia negativa, per cui politicamente non si può che far torto o patirlo e ogni decisione politica non è che un “mors tua, vita mea”, cui sarebbe illusorio prestare una qualche etica del discorso e decisione e un qualche principio razionalmente condiviso.

La politica si riduce a un mix tossico di retorica e potere esattamente nel momento in cui diventa egemone il pensiero che non possa essere nient’altro che un mix tossico di retorica e potere. La demistificazione della “truffa democratica”, che è il cuore totalitario del racconto grillino, non restituisce la società a un equilibrio “naturale”, e non ne libera la volontà supposta generale, ma la polverizza in una ridda di pretese e disperazioni private all’assalto del cielo del potere.

Ed è esattamente quello che è avvenuto nella lunga marcia di avvicinamento all’egemonia populista, che prima ha cancellato il tempo (storico) e poi occupato lo spazio (spirituale) delle esecrate ideologie, in una sorta di regressione pre-politica delle identità collettive e individuali. Se si guarda fino in fondo in quell’abisso psico-politico che è il crollo delle nascite, insomma, si vede il trionfo suicidario del mainstream populista.

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