Revival improduttiviIl modo giusto di avere più Stato nell’economia italiana esiste

Siamo tra i paesi europei in cui il pubblico entra meno nei mercati nazionali, ma un maggiore ruolo non può consistere nella nazionalizzazione di aziende moribonde e politiche assistenzialiste a macchia di leopardo. Piuttosto, servirebbero equity e fondi di investimento per sostenere i più virtuosi, come succede in Francia

Photo by Pavel Nekoranec on Unsplash

In Italia c’è voglia di Stato. Di nuovo, come quarant’anni fa. Come nella moda o nella musica, gli italiani sembrano amare i revival anche in campi più istituzionali, come la politica e l’economia.

Dopo la forte disaffezione verso il ruolo del pubblico negli anni ’90, dopo i decenni delle Partecipazioni Statali e della Cassa del Mezzogiorno, erano arrivati gli scandali di Tangentopoli a mettere il carico da undici su una sfiducia arrivata ai massimi.

E come spesso accade nel nostro Paese, dove la politica segue l’opinione pubblica, la quale a sua volta si fa influenzare dai politici, in un inconsapevole balletto continuo, all’epoca vennero quindi le dismissioni e le privatizzazioni, spesso però non seguite da liberalizzazioni.

Sia per quella stagione che per altre scelte precedenti, oggi siamo tra i Paesi europei in cui lo Stato ha meno le mani in pasta nell’economia nazionale.

Gli asset in mano allo Stato italiano sono solo il 29,9% del Pil a livello di stock. È una delle percentuali più basse del Continente. Anche senza guardare a quelle astronomiche di Norvegia e Finlandia e dei Paesi scandinavi in generale, è evidente come rimaniamo ben al di sotto della media Ue del 43,3%, superata anche dai vicini francesi, con il 48,5%, e quasi raggiunta dai tedeschi, con il 42,2%.

Ci supera anche la Spagna, con il 36,4%, e persino, pur di poco, il “liberista” Regno Unito.

Dati Eurostat

A distinguerci dagli altri, in particolare, quel tipo di asset che più di tutti rappresenta il ruolo del pubblico nell’economia, ovvero le quote di partecipazione in imprese, l’equity. Che nel nostro caso non superano il 9,6% del Pil, mentre in media nella Ue si arriva al 17,9% e soprattutto al 19,1% e al 20,5% in Germania e in Francia.

Ovvero, in questi Paesi le aziende di Stato, o comunque le quote di queste aziende, hanno ordini di grandezza più che doppi che in Italia, rispetto al Pil.

In Francia non parliamo solo di telecomunicazioni, energia, nucleare, difesa, le cosiddette aree “strategiche”, che in parte anche in Italia sono in mano pubblica, ma anche di assicurazioni, finanza (Dexia), automotive (PSA e Renault). In Germania basti pensare a Fraport, che gestisce aeroporti in mezzo mondo.

Non solo, in Francia lo Stato ha quote in fondi di investimenti che corrispondono al 6,1% del Pil. In Germania ci si ferma all’1,3%, ma è comunque molto di più rispetto al quasi inesistente 0,2% italiano. Si tratterebbe invece di un importante strumento per aiutare le imprese emergenti, per indirizzare un Paese per esempio verso la digitalizzazione, per realizzare in modo più moderno quella politica industriale che tutti chiedono come un mantra e che effettivamente, anche alla luce di questi dati, è mancata.

Non è un caso che, un po’ in sordina, la Francia sia diventata negli ultimi anni un paradiso per le startup, attraverso veicoli che hanno mitigato quello che è invece un problema annoso per tutte le piccole e medie aziende in Italia, cioè la capitalizzazione.

Dati Eurostat

Nel nostro Paese si è preferita, almeno in termini relativi, la strada del credito alle imprese, che lascia salva la proprietà esclusiva dei proprietari, ma che indebita le aziende, e che infatti arriva come stock complessivo in mano allo Stato al 6,2% del Pil, più che in Francia, Germania, Spagna.

Nel tempo, a livello europeo, anche a causa di un’accelerazione imposta dalla crisi finanziaria del 2008/09, vi è stata tra l’altro una crescita del valore dell’equity e delle quote di fondi d’investimento in mano agli Stati, che tra il 2008 e il 2019 è passato dal 15,8% al 20,7% del Pil. Qui a trainare sono soprattutto la Francia e la Germania, dove l’equity è cresciuto rispettivamente dal 21,9% al 26,6% e dal 13,4% al 20,7%.

Persino la Spagna, che nel 2008 e 2009 aveva livelli simili ai nostri, ha visto un incremento superiore al nostro (in termini relativi è forse uno dei maggiori). Oggi equity e quote di fondi in mano allo Stato sono in Italia il 9,8% del Pil, in Spagna il 15,7%.

Dati Eurostat

In Spagna (come in Italia) vi è un forte ruolo del governo centrale, mentre in Francia e Germania, e soprattutto in quest’ultima a causa della natura federale, il peso delle autorità regionali o della previdenza sociale è più ampio, con una diversificazione dell’assetto proprietario, anche all’interno della stessa impresa partecipata.

Dati Eurostat

Questi dati ci dicono alcune cosa importanti. Innanzitutto che siamo come una famiglia indebitata che ormai si è venduta gran parte dei gioielli e ha ancora poco da liquidare. Effettivamente, a parte le immancabili caserme dismesse da mettere sul mercato di cui si discute a ogni dibattito, rimane o il Colosseo o, più probabilmente, il risparmio privato su cui contare.

Ma a parte queste considerazioni, da non dimenticare in epoca di crisi, questi numeri sono la conferma di quello che molti lamentano da anni, ovvero una latitanza dello Stato dall’economia, per mancanza di visione oltre che di risorse.

Il punto è che molti di coloro che giustamente criticavano queste mancanze pensano di poterle colmare ora con interventi in piena crisi, ma soprattutto con nazionalizzazioni di aziende morte o moribonde. Da Alitalia in giù, gli appelli all’intervento dello Stato e della Cassa Depositi e Prestiti, che sfidando le leggi della fisica qualcuno crede infinita, si moltiplicano.

Il problema è che un conto è avere creata un’azienda, nel momento in cui magari vi era necessità strategica e domanda, e poi essersi tenuti una golden share, o essere intervenuti nel momento in cui questa, pur fondamentalmente sana, entrava in una fase di maturità del mercato in cui operava, per consentire un rinnovamento, investimenti per renderla più produttiva, come accaduto appunto in Francia. Un altro è fare i pompieri dell’ultimo minuto, arrivare a finanziarla quando ha perso mercato e posizioni ed è alla fine, senza avere mai partecipato alle strategie che l’hanno portata a quell’esito.

È un po’ come pensare, per fare un paragone, che possa essere la stessa cosa non essere mai entrati nell’euro e uscirci ora, dopo vent’anni. Non è solo questione di tempistiche, ma di condizioni strutturali completamente diverse.

Questo neo-statalismo che seduce sia la sinistra ritornata old style che la destra sempre più sociale e sovranista sembra perfettamente incastonato nella tradizionale preferenza italiana per l’emergenza piuttosto che per la pianificazione, per il soccorso invece che per la prevenzione, per cui si predilige occuparsi di capitali e capitalismo solo quando ci sono di mezzo “famiglie da salvare” e che “devono mettere il pane in tavola”.

Gli interventi richiesti, in gran parte dei casi, non sarebbero politica industriale, ma assistenzialismo a macchia di leopardo, senza una precisa strategia, che difficilmente potrebbe cambiare i fondamentali della crescita.

Forse ci si potrebbe concentrare invece su una parte di quello che la Francia già fa, come si è visto, sull’assistenza allo sviluppo di realtà sane e d’eccellenza, già esistenti o nascenti, con la creazione o la partecipazione dello Stato in fondi d’investimento che facciano decollare chi ha veramente le qualità e il talento per poterlo fare. In Italia, per fortuna, sono ancora in tanti.

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