Piattaforma NazarenauL’alleanza tra Pd e Cinquestelle si fonda su precisi valori comuni: il vertice fa quel che gli pare

Dalla Libia alle regionali, il Partito democratico ormai ha adottato lo stile grillino anche nella vita interna. Il segretario può farsi beffe persino delle decisioni da lui stesso votate in Assemblea nazionale

Andreas SOLARO / AFP

Non è chiaro il genere di accordo elettorale di cui starebbero discutendo Nicola Zingaretti, Giuseppe Conte e Beppe Grillo, in vista delle regionali. Già qualche settimana fa, sulla Stampa, Ilario Lombardo aveva scritto di un appello all’unità che il «garante» dei cinque stelle avrebbe dovuto lanciare in questi giorni. 

E ieri Claudio Tito su Repubblica si è spinto più in là, parlando di una sorta di «desistenza» (smentita da Zingaretti) che scatterebbe nelle regioni in cui i due partiti correranno ognuno per conto proprio, dove il capo-comico inviterebbe gli elettori grillini a votare la lista del Movimento 5 stelle ma il candidato alla presidenza del Partito democratico. 

Saranno contenti i candidati presidente del movimento, nonché militanti e rappresentanti locali, le cui decisioni verrebbero ancora una volta ignorate o rovesciate. Del resto, questo è ormai il vero terreno comune su cui Partito democratico e Movimento 5 stelle sembrano essersi incontrati, un modello di governance del partito che si riassume nel principio secondo cui il vertice fa quello che gli pare, senza sentirsi in dovere non dico di rispondere, ma nemmeno di informare nessuno.

Per quanto riguarda le scelte strategiche dei cinquestelle non pare davvero necessario portare degli esempi in tal senso, anche perché si farebbe prima a portare esempi in senso contrario (e anche per questi bisognerebbe accontentarsi, come fulgide dimostrazioni di democrazia interna, delle votazioni sulla piattaforma gestita dall’Associazione Rousseau, cioè da Davide Casaleggio e tre soci).

La novità – si fa per dire – è che il Partito democratico sembra avere ormai definitivamente adottato lo stesso sistema. Il caso più clamoroso è stato il recente voto parlamentare a favore del rifinanziamento della cosiddetta guardia costiera libica, dopo che l’Assemblea nazionale – cioè il massimo organo democratico interno – aveva approvato una mozione che chiedeva l’esatto opposto. Approvata, attenzione, all’unanimità. Qui sta infatti il nuovo modus operandi della maggioranza zingarettiana, che ha trovato il sistema per non perdere un confronto: approvando prima di tutto cuore la proposta in Assemblea e facendo poi l’esatto contrario in Parlamento. E chi s’è visto s’è visto.

La scelta sarebbe probabilmente passata inosservata, se sabato non fosse intervenuto su Repubblica Roberto Saviano, con un duro atto d’accusa rivolto a Zingaretti, proprio a partire dalla scelta di ignorare la decisione dell’Assemblea. La risposta al suo intervento, correttamente pubblicata sul quotidiano il giorno seguente, era firmata Luigi Di Maio. E già questo la dice lunga. 

Ma le proteste dei militanti e dello stesso Saviano sui social network hanno costretto infine Zingaretti a tornare sull’argomento nel pomeriggio di domenica, con un lungo post su facebook in cui ha spiegato le ragioni del voto a favore del rifinanziamento della missione libica, senza mai citare il voto dell’Assemblea del Pd. Né ha ritenuto di dire una parola in proposito la presidente della suddetta Assemblea, Valentina Cuppi, cui pure si è rivolta con una lettera aperta la deputata Giuditta Pini, prima firmataria dell’ordine del giorno sulla Libia unanimemente approvato e poi allegramente ignorato.

Che non si tratti di un caso isolato, per quanto grave, ma di un vero e proprio modus operandi lo dimostra il fatto che la stessa cosa era accaduta anche con la precedente Assemblea nazionale di novembre, quella in cui la stessa componente di Matteo Orfini aveva presentato degli ordini del giorno in cui si chiedeva, tra l’altro, l’abrogazione dei decreti sicurezza e l’approvazione dello ius culturae. Ordini del giorno, va da sé, prontamente accolti dalla maggioranza.

Anzi, proprio in quell’occasione, dal palco, Zingaretti si mise a urlare, testualmente: «E noi chiederemo, è ovvio, e faremo con i nostri gruppi parlamentari perché si metta in agenda, e noi ci batteremo per farlo approvare perché gli italiani sono molto più avanti del Parlamento, lo ius culturae e lo ius soli, come grande scelta di campo del Partito democratico, ma certo che lo faremo, e combatteremo in aula!». Era il 17 novembre 2019. Di tale virulenta battaglia in aula, ovviamente, nessuno ha più avuto notizia.

Che dire? Quando si prova a far notare simili incongruenze, s’incontrano di solito due obiezioni. La prima è che il Partito democratico non governa da solo e non può fare tutto quello che vorrebbe. Proprio la vicenda del rifinanziamento della missione libica, e prima dello ius culturae, mostra tuttavia come il problema non sia che non può, ma che non vuole. 

Al punto che non solo non ci prova neanche, ma è disposto persino a farsi beffe delle stesse decisioni democraticamente adottate al proprio interno, pur di tenere il punto e non cambiare niente. E poi, cari democratici, scusate tanto, ma se il motivo per cui non potete fare tutte le belle cose che altrimenti fareste è che governate in coalizione con quei cattivoni dei cinquestelle, per quale ragione, di grazia, vorreste presentarvi con loro a tutte le prossime elezioni, arrivando persino a definire tale alleanza il «nuovo centrosinistra», come ha fatto Zingaretti? 

D’altra parte, e a conferma della tesi, quale congresso ha mai sancito una simile svolta? Certo non quello da cui è stato eletto l’attuale segretario, che all’accusa di voler fare esattamente questo ha sempre replicato indignato, per l’intera campagna congressuale, che si trattava di calunnie messe in giro per screditarlo. Tanto è vero che ancora oggi, di fronte alla critiche, non manca mai di ricordare che lui questo governo neanche lo voleva. Il che è verissimo.

Ma è piuttosto curioso che a ricordarlo sia chi propone di trasformare l’attuale maggioranza nella coalizione elettorale di domani. Insomma, delle due l’una: o l’alleanza non funziona, e allora si eviti di ripresentarla alle elezioni, oppure funziona, rappresenta un modello da esportare alle regionali come alle politiche, ma allora chi la propone poi non può replicare a ogni obiezione che lui non la voleva mica, che lui non c’entra niente, che lui neanche si chiama Pasquale.

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