Il populismo gesuitaIl filo rosso che unisce Perón, Fidel, Chávez e Papa Bergoglio

I grandi “Líder” del Sudamerica non sono tutti uguali, ma hanno molto in comune. Come sostiene il professore di Storia dell’America Latina Loris Zanatta, l’idea alla base è quella di costruire una società organica e collettivista come quelle delle ambiziose “Missioni del Paraguay”

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“Il populismo gesuita Perón, Fidel, Bergoglio”: il titolo dell’ultimo libro di Loris Zanatta può suonare discretamente provocatorio, ma in realtà il contenuto lo è anche di più, visto che nella serie tra Castro e Francesco è inserito con ampio spazio anche Hugo Chávez. Attenzione: non è un pamphlet semplificatorio di quelli secondo i quali, un po’ sbrigativamente, «l’attuale Papa è comunista».

Semmai, potendo sintetizzare l’analisi di Zanatta, è il contrario. Comunista in senso stretto si è definito Fidel Castro, ma dopo avere in qualche modo «scippato» l’etichetta ai comunisti storici cubani. Perón si è autodefinito «giustizialista», Chávez ha parlato di «bolivarismo» e «socialismo del XXI secolo», altri hanno usato definizioni più o meno anfibie tipo Teologia della Liberazione o «Comunismo di Destra», Francesco ha parlato di «umanesimo organico».

Ma alla fine, insiste Zanatta, tutto viene dalla stessa fonte: quell’idea di costruire un tipo di società organica e collettivista come quella che i Gesuiti avevano realizzato nelle loro “Missioni del Paraguay”.

Professore di Storia dell’America Latina all’Università di Bologna, Loris Zanatta ha scritto in quantità su vari temi poi confuiti in questo saggio: dalla storia
dell’America Latina, al peronismo, e a Evita Perón, passando per il populismo e la storia della chiesa in Argentina nella fase di formazione di Bergoglio. Ma il più recente era stata una biografia di Fidel Castro per Salerno il cui titolo a sua volta era stata una provocazione simile: “Fidel Castro. L’ultimo re cattolico”. «A cosa serve una nuova biografia di Fidel Castro che non ne riveli aspetti segreti, si domanderà a questo punto qualcuno? Ce ne sono già tante!», riconosceva nell’introduzione. «La risposta sta nel titolo: l’ultimo re cattolico».

Come spiegava Zanatta, «non è una formula a effetto per stupire o irretire, né uno spot commerciale per vendere». È proprio la chiave che permette di spiegare il personaggio. L’autore si premurava di tranquillizzare castristi e anticastristi: «Castro fu un comunista, un marxista-leninista. Si definì così e non c’è motivo di cambiargli l’identità che scelse». Ma lo storico, secondo Zanatta, non può limitarsi a riferire la storia come la raccontano i suoi protagonisti, o se no scadrebbe al livello di un mero cronista.

Deve anche interrogarsi sul perché un personaggio del genere non lascia indifferente, ma impone a tutti di scegliere tra la simpatia o il rifiuto. «Se una figura storica assume tali connotati è perché incarna, spesso idealizzato, un ideale universale in cui tanti si identificano e che tanti altri osteggiano». Fidel Castro da un certo punto della sua vita iniziò a proclamarsi comunista. Ma era già arrivato al potere, e si era formato in un mondo impregnato dalla cattolicità ispanica. Suo padre era venuto a Cuba da soldato spagnolo per combattere gli americani. E Fidel aveva studiato dai Gesuiti.

«La storia non si ripete mai uguale a se stessa, ma non è mai nemmeno del tutto nuova: si fa con gli ingredienti che il passato lascia in dote», ricordava Zanatta. Dunque, «non è strano che il monarca comunista del XX secolo sia erede ideale dei monarchi cattolici del passato».

Crebbe su un’isola che fu Spagna per secoli, in un ambiente familiare e sociale ispanico e cattolico. La sua reazione sprezzante alla diffusione, a Cuba e in America Latina, dei valori e delle pratiche del liberalismo anglosassone e protestante è un tratto comune a una tradizione latinoamericana a cui il dittatore cubano si inscrive a pieno titolo.

In più, Fidel Castro innestò un tale retaggio sul tronco del nazionalismo cubano di José Martí, e ne tradusse i principi adattandoli alla dottrina marxista. Versione secolarizzata della tradizione cristiana, quello cubano era dunque il popolo eletto redento dal peccato capitalista seguendo il messia Fidel che lo conduceva alla vittoria contro il Faraone di Washington e alla Salvezza.

I pilastri etici e materiali dell’antiliberalismo castrista, dunque, per Zanatta sono gli stessi della cristianità ispanica.

Il primo è la fusione tra politica e religione: compito dello Stato, per Fidel Castro, è convertire i cittadini all’unica vera fede, all’ideologia del regime, attraverso una capillare catechesi; lo Stato è il primo apostolo. Il secondo pilastro è l’impermeabilità al pluralismo: nazione e popolo erano per Fidel organismi viventi, il cui stato naturale è l’unanimità e l’armonia; includono tutti e a tutti assegnano funzioni, ma dissenso e conflitto sono patologie che li minano: vanno perciò estirpati. Il terzo pilastro è il corporativismo: la società castrista, come quella cristiana della colonia, è formata da corpi, le organizzazioni di massa in cui ogni cubano è inquadrato; l’individuo ha solo i diritti che l’appartenenza a un corpo gli conferisce; altrimenti è escluso.

È un ordine sociale dove l’individuo è sottomesso alla collettività, su cui veglia, garante dell’ortodossia e dell’unità di fede, la Chiesa, ossia il partito; e su di esso il re, Castro stesso, investito di poteri temporali e spirituali.

Per questo motivo, sosteneva Zanatta, al di là dei pur numerosi scontri contingenti, alla fine la Chiesa ha sempre avuto un occhio di riguardo per quel dittatore comunista che però aveva studiato dai Gesuiti.

Lo si vide perfino con Giovanni Paolo II, che pure il comunismo nella sua Polonia lo aveva affrontato con forza. Lo si vede più che mai con Papa Francesco, che a sua volta è latinoamericano e gesuita. Alla fine, in questa analisi, erano le “Missioni Gesuite del Paraguay” il vero modello del collettivismo castrista.

Per parlare di questo libro ci siamo dilungati sul libro precedente, proprio perché la stessa analisi è appunto applicata a Perón e a Chávez, per costruire il paradigma che porta fino a Bergoglio. «È il filo gesuita, custode di una poderosa visione del mondo che impregna l’universo morale e materiale dell’America Latina. Suo cardine è l’utopia cristiana, il sogno del Regno di Dio in terra, impermeabile alla corruzione del mondo e della storia: suo modello la cristianità coloniale. Stato cristiano dove si fondevano unità politica e unità spirituale, suddito e fedele».

Sulle “Missioni gesuite in Paraguay” nel 1986 Roland Joffé fece un film famoso con Robert De Niro, Jeremy Irons e un giovanissimo Liam Neeson, e con una altrettanto famosa sigla di Ennio Morricone che infatti ha fatto sì che “Mission” tornasse ora in tv dopo la sua morte. È un grande e sontuoso spettacolo, che propone problemi filosofici non banali su violenza e non violenza, e che all’epoca fu presentato anche come chiara metafora sulla Teologia della Liberazione in America Latina.

In effetti la storia è però piena di licenze storiche e poetiche: a partire dalla battaglia finale sulle canoe, che in realtà non avvenne nel 1750 ma nel 1641, e aveva visto non la sconfitta ma la vittoria dei guarani inquadrati dai missionari. Con armi da fuoco: perché anche quella dei guarani seminudi e armati solo di frecce dopo un secolo e mezzo di governo missionario è licenza storico-poetica.

Una visione più documentata, anche se dichiaratamente antipatizzante, il lettore italiano la può avere da Indro Montanelli e Roberto Gervaso nel quarto capitolo di “L’Italia del Seicento”. Senza entrare troppo in dettaglio, Zanatta ricorda un punto centrale che è appunto alla base anche della critica di Montanelli e Gervaso e di cui si può rendere conto anche lo spettatore di “Mission”: i padri gesuiti difesero sì i guaranì da forme di sottomissione più violente e li introdussero alla civiltà occidentale e cristiana in forme che rispettavano la loro cultura, ma in quel secolo e mezzo praticamente non formarono un solo sacerdote indigeno, e neanche promossero forme di autogoverno. Come, appunto, secondo il sistema peronista-castrista-chavista, il “gregge” non doveva diventare protagonista ma doveva sempre restare agli ordini del «pastore» o «pastori» soli in grado di provvedere al suo bene.

«Non tutti i populismi latini sono gesuiti, né tutti i gesuiti sono populisti», avverte Zanatta. «In tutti i “populismi gesuiti” è però evidente l’impronta gesuita. Per tutti combattere la ricchezza, fonte di corruzione, è più importante che estirpare la “santa povertà”, garanzia di moralità».

Certo, «Papa Francesco non è un politico, ma un religioso. Non governa uno Stato, ma una Chiesa. Il suo magistero è morale e pastorale, non implica uno specifico regime politico, modello economico o ordine sociale». «Il suo “populismo gesuita”, dunque, non si presenta allo stato solido della materia ma a quello gassoso dello spirito».

Però “solidi” ne sono spesso gli effetti. «Come suole ripetere, non intende “occupare spazi” ma “avviare processi”. Come tale sarà più sfuggente e sfumato ma più profondo e incisivo. Più che nelle encicliche e nei discorsi redatti per le ricorrenze ufficiali, le sue tracce andranno cercate nei fatti e nei gesti, nelle parole occasionali e nelle platee predilette. Talvolta nei silenzi. Lui stesso ci avverte in tal senso: “Pensare chiaro, ma parlare oscuro”, recita una sua istruzione».

Ma quando dice che «il tempo è superiore allo spazio, l’unità al conflitto, la realtà all’idea, il tutto alla parte», quando esorta a «guardare alla realtà nella sua organicità, non in modo frammentato» perché «tutto è connesso», è chiara la denuncia del liberalismo disgregatore. «L’identificazione con la cristianità peronista e la “cultura” del popolo mise Bergoglio al riparo dalla sbornia marxista di tanti sacerdoti e teologi argentini e latinoamericani».

Ma nel senso che secondo lui non c’era bisogno di fare ricorso a Marx per condannare la «cultura coloniale» dei ceti medi o per identificare la democrazia con la «giustizia sociale» e non con il modo di organizzare i poteri, esercitare la rappresentanza o tutelare i diritti. Per Bergoglio. secondo Zanatta, «la “globalizzazione liberale” causa “frammentazione”, “perdita di identità”, “silenziosa rottura dei legami di integrazione e comunione sociale”», mentre il pluralismo va inteso come «pluralità nel mondo di popoli e “culture’ omogenei al loro interno, perché “il Signore ci chiede che siamo uno”».

«Quando dirigeva l’Università del Salvador, ricordano a Buenos Aires, era lapidario: accetto docenti d’ogni corrente, peronisti o comunisti non importa, purché non siano “liberali”». Oggi è attratto dall’ecologismo: ma a condizione che sia di tipo olistico, e non liberale. Dunque loda la «democrazia partecipativa» di Evo Morales in Bolivia e stigmatizza «la tentazione della democrazia formale» nel vicino Paraguay. Tace su Hong Kong, e lascia che un alto prelato argentino affermi che la Cina applichi «la dottrina sociale della Chiesa».

Si commuove per i migranti: «Se l’Occidente ha perso la fede, nulla è meglio di una robusta immissione di popolo incontaminato e impregnato di valori religiosi per sanarlo. Tali sono i migranti: la più potente forza per riconquistare il mondo secolare, lo strumento delle “periferie” per convertire il “centro”» Ma «non tutti i migranti suscitano uguale premura nel papa. Rare e tiepide sono le sue parole sull’immensa diaspora venezuelana, stentorei i silenzi sui cubani morti durante le avventurose fughe dall’isola. Sono, in tali casi, ceti medi caduti in rovina, popolo che abbandona la comunità in cerca di fortuna».

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