Slow food Sei mesi di Terra Madre Salone del Gusto 2020

Evento dilatato nel tempo e nello spazio, progetti diffusi in tutto il mondo, piattaforma online un po’ vetrina e un po’ e-commerce: tutte le novità della grande fiera torinese, che nell’anno del Covid-19 proverà a ridisegnarsi in una veste ancora più internazionale. Più di lotta che di governo

Terra Madre Salone del Gusto 2020 si farà. E già qui c’è buona parte della notizia, visti i tempi che corrono e il susseguirsi di annullamenti delle grandi, medie e piccole manifestazioni planetarie. Ovviamente si farà in modo diverso, e il come Slow Food ha provato a raccontarlo nella conferenza stampa di presentazione di mercoledì 22 luglio, trasmessa anche in diretta streaming e disponibile su youtube. Un’ora e mezza di informazioni e interventi che chiariscono un po’ di cose e ne lasciano in sospeso altre, in atteso di un nuovo «momento di comunicazione» a settembre.

Per andare al sodo: Terra Madre Salone del Gusto 2020 si aprirà l’8 ottobre e durerà sei mesi invece dei soliti cinque giorni; non si terrà solo a Torino ma vedrà moltiplicarsi a centinaia gli eventi diffusi in tutto il mondo; userà le tecnologie digitali per videoconferenze e Food Talks (una specie di TED Talks in versione Slow Food); sostituirà il grande mercato del Lingotto con una piattaforma online che vorrebbe essere un po’ vetrina e un po’ e-commerce per gli espositori; conserverà pressoché intatti i laboratori del gusto, che si terranno a Eataly Lingotto a Torino, offrendo però anche la possibilità di frequentarli in remoto attraverso la consegna di kit di degustazione a casa degli interessati. Questa è la strada su cui si muoverà l’evento-simbolo di Slow Food, quello che tanto ha contribuito a costruire la dimensione veramente internazionale dell’associazione fondata da Carlo Petrini, oggi presente in 160 paesi nel mondo.

Provando a “tradurre” il progetto saltano all’occhio almeno due macrotemi. Il primo riguarda il fatto che dopo le criticità (forse sarebbe meglio dire il parziale fallimento) della sezione del mercato italiano nel 2018, l’annus horribilis che stiamo vivendo sembra aver fornito un assist calibrato al millimetro: fare molto più Terra Madre e molto meno Salone del Gusto, una tentazione che d’altronde si percepiva più o meno sottotraccia già alla fine della scorsa edizione.

Girare tra i banchi, assaggiare, fare qualche acquisto non erano più le attività preferite dei visitatori, e in fondo l’elemento novità su quel versante era già finito in soffitta da tempo. Invece scoprire i colori, i profumi, i sapori ma anche le lingue e i volti delle comunità che dal resto del mondo affluivano negli spazi dell’Oval era tutta un’altra cosa, e restituiva decisamente emozioni più intense. La vera evoluzione dell’evento, quindi, va ben al di là della sua dislocazione diffusa nello spazio e nel tempo: ha a che fare proprio con il nuovo peso concesso alla sua dimensione internazionale.

Il secondo macrotema riguarda invece un grande nodo irrisolto, ovvero l’impressione di avere sempre a che fare con una Slow Food di governo e una Slow Food di lotta, come fossero due anime della chiocciola in perenne (e inestinguibile?) contraddizione. I video-interventi di Jorrit Kiewik, direttore esecutivo di Slow Food Youth Network, Dali Nolasco Cruz, coordinatrice della rete indigena di Terra Madre per l’America Latina e i Caraibi, Kathryn Underwood, membro del board di Slow Food USA e Edie Mukiibi, vicepresidente di Slow Food International, hanno infatti riproposto con efficacia toni molto militanti, rispettivamente sui temi urgenti dell’ecologismo, sulla necessità di adottare una prospettiva «anticapitalista, antirazzista, anticoloniale e antipartiarcale», sul legame tra cibo e scontro razziale negli Stati Uniti, e sulle migrazioni dall’Africa verso l’Europa. Toni che in parte si sono ritrovati nelle parole conclusive di Carlo Petrini, il quale ha sottolineato la necessità di ripensare radicalmente le nostre economie a partire dalle filiere alimentari, produttive e distributive.

Ma che per alcuni potrebbero stridere con i discorsi – diciamo così – più venali, le partnership con l’industria agroalimentare (spesso o quasi sempre con la sua parte più illuminata, bisogna dirlo), e un atteggiamento istituzionale che a volte fa sembrare Slow Food più un’associazione di lobbying che di lotta politica di strada.

Forse servono entrambe le anime, ma resta il fatto che se questa presentazione ha lanciato un messaggio, quel messaggio ci sta dicendo che Terra Madre è di lotta, e il Salone del Gusto di governo. E fuori dai nostri confini sta vincendo la prima.

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