La conta in SenatoConte prolunga lo stato d’emergenza, ma traballa lo scostamento di bilancio

Palazzo Madama con 157 voti dà l’ok alla proroga fino al 15 ottobre, ma con specifici paletti su cosa potrà fare il governo. Serviranno decreti, e non più dpcm, per istituire le zone rosse e limitare le libertà. Oggi si vota l’ulteriore deficit di 25 miliardi, per il quale serve la maggioranza assoluta. Amendola convoca la prima riunione dei tecnici sul Recovery Fund

Tiziana FABI / AFP

Né il 31 dicembre, né il 31 ottobre. Lo stato di emergenza verrà prorogato fino al 15 ottobre. Due settimane in meno rispetto alla data proposta inizialmente dal governo: un compromesso frutto di una mediazione tutta interna alla maggioranza su cui il governo ha trovato la quadra del voto in Senato. La risoluzione è passata con 157 voti favorevoli, ma il prolungamento è puntellato di precisi paletti su cosa potrà fare e non fare il governo.

«Il virus continua a circolare. La proroga dello stato di emergenza è inevitabile» sulla base di valutazioni «meramente tecniche», ha ripetuto in Senato il presidente del Consiglio in aula. Conte ha elencato le conseguenze di una eventuale cessazione dello stato d’emergenza: niente poteri di coordinamento della Protezione Civile, niente commissario straordinario per comprare i banchi delle scuole, niente comitato tecnico scientifico, niente erogazione delle pensioni dilazionate negli uffici postali, niente prescrizioni su divieto di assembramento e distanza di un metro, niente noleggio di navi e traghetti per la sorveglianza sanitaria dei migranti che sbarcano. Una questione, quest’ultima, ripetuta più volte rivolgendosi ai banchi della Lega, che lo ha accusato di volere «i pieni poteri». In un ribaltamento delle parti rispetto a un anno fa.

«Siamo veramente convinti di voler interrompere queste attività?», ha chiesto Conte. «Manteniamo un cauto livello di guardia potendo così intervenire con speditezza in caso di peggioramento della situazione. Vi posso assicurare che da parte del governo non c’è intenzione di drammatizzare né alimentare paure ingiustificate nella popolazione». Né, ha aggiunto, questa decisione, è «lesiva della nostra immagine all’estero come Paese non sicuro. Non c’è questo rischio, anzi è vero il contrario: garantiamo un Paese più sicuro per tutti».

Sui paletti per definire il perimetro dei poteri del governo, però, il negoziato nella maggioranza è proseguito fino all’ultimo momento, prima di approdare nella risoluzione presentata in Senato. Nella risoluzione si prevedono «misure limitate nel tempo e proporzionate al livello di pericolo», e poi l’uso di «norme primarie», cioè decreti legge e non dpcm, quindi con un coinvolgimento attivo del Parlamento, per istituire zone rosse e limitazioni alle libertà personali. E anche indicazioni sullo svolgimento delle elezioni regionali, cercando luoghi alternativi alle scuole per le urne. L’aula di Palazzo Madama ha dato l’ok anche alla parte della risoluzione dell’opposizione, che chiede il parere dei presidenti di Regione nel caso di eventuali provvedimenti che riguardano uno specifico territorio. Un modo per rassicurare i partiti di maggioranza e placare le opposizioni sul piede di guerra.

Il 29 luglio si passa al voto della Camera, prima della ufficializzazione in consiglio dei ministri. E nello stesso giorno, il Parlamento voterà il terzo scostamento di bilancio da 25 miliardi per approvare il decreto d’agosto. Ma in questa votazione gli equilibri avranno certamente geografie diverse, con numeri più che ballerini in Senato, dove l’approvazione è appesa a una manciata di voti.

Per approvare l’ulteriore deficit è necessario ottenere la maggioranza assoluta di 160 senatori. Tre in più rispetto al voto ottenuto sullo stato d’emergenza. Dal gruppo Misto, potrebbero correre in soccorso i fuorusciti degli altri partiti. Anche perché le opposizioni, che finora hanno votato gli altri scostamenti di marzo e aprile, pongono specifiche condizioni. E mentre Matteo Salvini si è finanche rivolto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per esprimere «sconcerto e preoccupazione» sulla volontà di prolungare lo stato di emergenza in assenza di giustificazioni sanitarie e giuridiche, dal governo invece si tende la mano alla parte “ragionevole” dell’opposizione. E cioè a Forza Italia. Ipotizzando anche di affidare a Renato Brunetta la presidenza di una delle commissioni monocamerali che dovranno dare al governo le linee di indirizzo sull’uso dei fondi europei del Next Generation Eu.

Il 28 luglio si è tenuta la prima riunione del Ciae, il Comitato interministeriale affari europei, che avrà la regia del Recovery Fund. «Siamo di fronte a un’opportunità storica di riforma e sviluppo del nostro Paese», ha detto Conte nel discorso introduttivo, chiedendo a ministri ed enti locali «puntualità nell’elaborazione del piano» ma anche «capacità amministrativa nel mettere a terra questo piano, nel perseguirlo, rispettare i cronoprogrammi, riuscire a implementarlo nei tempi giusti». Il premier ha precisato la volontà di «interloquire con il Parlamento», ma nella consapevolezza che la responsabilità nell’elaborazione dei progetti «spetta al Governo». Si lavorerà anche ad agosto. «Abbiamo tempi strettissimi», ha precisato Conte. «Si inizia subito».

L’obiettivo è presentare i progetti entro il 15 ottobre 2020 in modo da poter aspirare al prefinanziamento del 10% predisposto per chi presenta i piani in questa prima finestra. E in supporto dei ministeri ci sarà una task force tecnica per l’elaborazione dei progetti secondo le linee guida della Commissione europea.

Nel pomeriggio del 29 luglio il ministro Enzo Amendola ha già convocato la prima riunione dei tecnici del comitato di valutazione con i delegati dei ministri. Ma prima bisognerà passare dalla conta dei voti dello scostamento di bilancio.

E giovedì 30 luglio il Senato tornerà a votare sull’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini per il caso Open Arms, richiesta dal tribunale dei ministri di Palermo. I renziani si erano astenuti in giunta, sostenendo che dovevano «leggere le carte». Renzi lo ha ribadito nuovamente: «Leggiamo le carte e poi decidiamo». E anche in questo caso la geografia del voto potrebbe cambiare di nuovo forma.

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