Bielorussia e i suoi fratelliLa strategia di Bruxelles per attrarre nella propria orbita i Paesi ex sovietici extra Ue

Oltre a Minsk, dal 2009 l’Unione europea ha promosso il Partenariato orientale per coltivare buoni rapporti con Armenia, Azerbaigian, Georgia, Moldavia, Ucraina. Negli ultimi anni è diventata il primo o secondo partner commerciale di questi Paesi, ma c’è ancora molto da fare dal punto di vista dei diritti umani. E non sono mancate le tensioni con la Federazione russa che vuole mantenere l’influenza sui suoi ex Stati satellite

Un impegno costante. Solo così si può descrivere l’azione dell’Europa ai suoi confini orientali, tornati ora al centro della scena dopo la rivolta di Minsk contro il dittatore Aljaksandr Lukashenko, presidente del Paese ininterrottamente dal 1994. Sin dalla caduta dell’Unione Sovietica nel 1991 l’Unione ha sempre cercato di coltivare buoni rapporti con Paesi come Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldavia e Ucraina. Democrazie giovani e desiderose di uscire dall’influenza russa che hanno cercato nell’Unione un partner sicuro a cui rivolgersi: non è un caso, infatti, che tutti questi Stati abbiano stretto con Bruxelles accordi bilaterali e abbiano spesso scelto il Continente come primo partner di esportazione. 

Per questo sin dal 2009 l’Unione europea ha promosso il Partenariato orientale, un protocollo d’intesa che avvicinasse questi Paesi al Continente in materia economica, politica e culturale. Le riforme e i risultati raggiunti nei “20 obiettivi per il 2020” mostrano come questi Stati abbiano esaudito molte richieste di Bruxelles, anche se resta molto da fare. Un esempio è proprio la Bielorussia che, nonostante abbia reso l’Unione il suo secondo partner commerciale dopo la Russia, ha evidenziato importanti lacune in materia di diritti politici e civili, allontanandola ulteriormente dagli standard europei.

Azerbaigian
Il rapporto tra l’Unione e l’Azerbaigian è di lunga data: dal 1999 Baku ha stretto importanti accordi con l’Europa, come l’Accordo di Partenariato e Cooperazione e la Politica Europea di Vicinato (PEV), oltre al già citato Partenariato Orientale. Inoltre, è molto probabile che Bruxelles e Baku stringano presto una nuova intesa, dopo quello stipulata nel 2018. Il giusto coronamento per un rapporto che negli ultimi anni si è intensificato, anche se latitano ancora le riforme chieste dall’Europa al governo del presidente Aliyev, che guida il Paese con piglio autoritario dal 2003. Lo mostra l’Indice partenariato orientale del 2017, pubblicato dal Civil Society Forum, che evidenzia come l’Azerbaigian abbia ancora alcune importanti sfide da vincere come la crescente corruzione, il dilagare dell’economia sommersa, l’inefficienza del sistema sanitario ed educativo e infine la debolezza dei sistemi finanziario e giudiziario.

Questioni in sospeso a cui vanno necessariamente aggiunte anche la mancata trasparenza del sistema politico (come dimostrato dalle elezioni legislative dello scorso febbraio vinte in maniera schiacciante dal partito del presidente ed aspramente contestate dagli osservatori internazionali) e la violazione sistematica dei diritti umani. Nonostante il rilascio di alcuni oppositori rinchiusi nelle carceri, il governo di Aliyev è stato duramente criticato dagli organismi internazionali per le pesanti limitazioni alle libertà di associazione, espressione e riunione. L’ultimo esempio risale allo scorso luglio, quando il presidente ha duramente criticato gli oppositori del Partito del Fronte Popolare dell’Azerbaigian, subendo un richiamo dal Dipartimento di Stato americano, che ha invitato le autorità azere a «non usare la pandemia per silenziare l’opposizione civile e democratica del Paese».

Ucraina
L’accordo di associazione tra l’Unione e l’Ucraina risale al 2017. Negli ultimi anni Kiev ha fatto notevoli passi avanti in ambito sanitario, previdenziale e scolastico ma non basta. Secondo l’Europa è infatti necessario un ulteriore sforzo da parte delle autorità ucraine per quanto riguarda le riforme giudiziarie e per arginare la corruzione: nella classifica di Transparency International sulla percezione dei fenomeni corruttivi l’Ucraina è appena 126ª su 180 Stati.

I problemi di Kiev non hanno però fermato l’impegno delle istituzioni europee, che dal 2014 hanno investito oltre 15 miliardi di euro per sostenere l’Ucraina nelle riforme necessarie. L’aiuto dell’Unione ha permesso all’attuale presidente Zelensky e ai suoi predecessori di stabilizzare l’economia ucraina, aiutando le piccole e medie imprese, rivitalizzando il sistema sanitario e la rete infrastrutturale, messa a dura prova dal conflitto civile che vede ancora oggi la parte orientale del Paese in mano ai separatisti filorussi.

Georgia
Dal 2016, anno in cui è stato concluso l’accordo con l’Unione Europea, la Georgia ha fatto enormi passi in avanti. Grazie ai 120 milioni di euro annui che garantisce Bruxelles il governo di Tbilisi ha potuto rafforzare la sua economia, sostenendo le piccole e le medie imprese e rafforzando il sistema agricolo, che vale circa il 6% del PIL interno. Come in Ucraina anche in Georgia l’accordo con Bruxelles ha favorito una liberalizzazione dei visti, che ha permesso ai cittadini georgiani di muoversi liberamente nell’Unione per un periodo di 90 giorni sui 180 totali.

Il dialogo tra le istituzioni europee e il governo di Tbilisi risulta proficuo in molti campi ma il Paese sembra ancora indietro nella lotta alla corruzione e all’interferenza del sistema politico nella magistratura. Inoltre, come evidenziato dal report dell’Unione Europea, la Georgia dovrà ancora impegnarsi molto per favorire l’indipendenza dei media e l’uguaglianza di genere. Uno sforzo necessario se il Paese deciderà un giorno di aderire all’Unione Europea, un desiderio espresso già nel 2011 dall’ex presidente Mikheil Saakashvili.

Armenia
Gli obiettivi dell’accordo tra Bruxelles e Yerevan, firmato nel 2017, erano chiari: creare un miglior clima per gli investimenti e responsabilizzare maggiormente la società civile. Un piano da 185 milioni di euro che, nonostante sia un Paese storicamente rivolto più ad est che ad ovest, ha permesso la modernizzazione della società in Armenia, che ha proprio nell’Unione il suo principale mercato di esportazione. Il supporto di Bruxelles è stato decisivo tanto a livello politico, visto il sostegno alle riforme nel settore della giustizia e della governance democratica, quanto logistico. Grazie all’Europa lo stato armeno si è potuto dotare di moderne carrozze per la metropolitana e ha migliorato la qualità dell’acqua potabile per più di un milione di persone nella capitale. Molto però resta ancora da fare, soprattutto per l’ambiente e il rilascio dei prigionieri politici.

Moldavia
Tra Europa e Moldavia si registrano alti e bassi. Da quando è stato firmato l’Accordo di associazione nel 2016 il rapporto tra Bruxelles e Chisinau non è mai stato semplice. La prova sta nel congelamento degli aiuti europei diretti in Moldavia a causa dell’inefficienza del sistema politico e giudiziario, legati agli interessi di un potente oligarca, Vladimir Plahotniuc. Una volta allontanato dal governo, il Paese è lentamente transitato verso un governo più stabile e filoeuropeista e Bruxelles ha ripreso a erogare gli aiuti, essenziali per uno Stato tra i più poveri del Continente. Grazie all’Europa il governo moldavo ha potuto migliorare l’efficienza energetica del Paese e portare l’acqua potabile anche in città prima sprovviste come Cahul, nel sudovest del Paese. L’aiuto di Bruxelles è arrivato anche durante l’epidemia di coronavirus, quando il governo di Chicu ha ricevuto 87 milioni di euro di aiuti, che si sono aggiunti ai 100 milioni ricevuti dalla Russia. Un’ambiguità di fondo che Chisinau potrebbe trovarsi presto a dover risolvere, se un giorno decidesse di aderire all’Unione.