I lupi di PechinoLa diplomazia europea in lotta contro i Wolf warrior cinesi

La pandemia è stata uno spartiacque per le ambizioni della Cina nel mondo e ha segnato un profondo cambio di strategia per la potenza asiatica: la parola d’ordine è difendere i propri interessi con azioni di propaganda molto aggressive, utilizzando i propri ambasciatori all’estero per estendere la propria influenza. Anche a costo di dare ragione alla narrativa trumpiana

VALERY HACHE / AFP

Alla Cina interessa l’Europa, e si muove per difendere i suoi interessi grazie a una fitta rete di operativi che agiscono sotto la luce del sole o quasi. Stiamo parlando della pattuglia di ambasciatori e diplomatici nei Paesi occidentali, Europa in testa, che negli ultimi mesi si è fatta notare per la sua aggressività, innervosendo diverse cancellerie europee, colte alla sprovvista dai metodi di propaganda di Pechino.

I media cinesi, e in generale la stampa internazionale, hanno già trovato un nome per questa nuova generazione di diplomatici: Wolf Warriors, lupi guerrieri. Un nome preso in prestito da due blockbuster che hanno sbancato i botteghini della Repubblica popolare raccontando le gesta di agenti cinesi contro pericolosi mercenari occidentali.

Come hanno sottolineato diversi analisti questa nuova aggressività mette in soffitta il vecchio adagio di Deng Xiaoping «Nascondi la tua forza, aspetta il tuo tempo». I diplomatici sembrano invece aver abbandonato la cortesia e la ricerca del compromesso in favore dell’intimidazione, spinti anche dalla presidenza di Xi Jinping. «La pandemia ha esercitato un’enorme pressione sul governo cinese», spiega a Linkiesta Mareike Ohlberg, analista del German Marshall Fund, «in queste particolari circostanze il Partito comunista si preoccupa meno di cosa pensano i Paesi stranieri e più di creare diversivi in patria facendo appello al nazionalismo». 

Le nuove spinte che superano il pensiero di Deng derivano anche da una certa difficoltà della Cina ad essere riconosciuta come un attore globale. Nadège Rolland, del think tank americano National Bureau of Asian Research ha spiegato in un recente dossier che tutti gli sforzi comunicativi di Pechino non hanno sortito gli effetti sperati visto che negli ultimi 10 anni la Repubblica popolare non è riuscita a ribaltare le narrazioni negative che la riguardano. 

Per questo il Partito comunista ha deciso di cambiare strategia. La spinta a praticare il pensiero di Xi è arrivata dal ministro degli Esteri. Lo scorso anno Qang Yi ha riunito il corpo diplomatico cinese a Pechino e ha chiesto ai suoi inviati di essere più assertivi, di rappresentare appieno gli interessi del Paese e di difendere il governo dalle critiche. In pratica di mostrare «uno spirito combattente».

Gli ultimi mesi sono stati il banco di prova per questo “spirito combattente”. La comunità internazionale ha criticato più volte il comportamento di Pechino per i campi di rieducazione in Xinjiang, per la repressione a Hong Kong e soprattutto per la gestione della pandemia. 

Mentre l’occidente chiedeva indagini e risarcimenti per il mancato contenimento sanitario, i diplomatici di stanza in Europa hanno cominciato a combattere sui social media, in tv, e a pubblicare editoriali assertivi nei principali quotidiani. Il primo ad agire è stato Zhao Lijian, portavoce del ministero degli Esteri cinese, che a marzo ha rilanciato una teoria del complotto secondo la quale sarebbero stati gli americani a portare il virus in Cina nell’ottobre del 2019.

Il suo collega a Washington, l’ambasciatore Cui Tiankai, ha preso le distanze, ma ormai la linea era tracciata. Subito dopo il contenimento del contagio in patria, e il conseguente diffondersi del Covid-19 nel resto del mondo, la Cina ha messo in piedi una vasta operazione di contro-narrazione sul virus.

Ties Dams, analista del think tank olandese Clingendael Institute racconta a Linkiesta che «la pandemia ha spaventato il Partito comunista cinese abbastanza intensamente. Una combinazione di panico e aggressività ha cercato di cambiare la narrativa da “come ha potuto la Cina lasciare che questo accadesse” a “Cina contro occidente”». In pratica, il governo di Pechino ha scelto di essere visto come un bullo anziché come un fallito.

In una serie di cablogrammi consultati nei mesi scorsi da Reuters si legge come il corpo diplomatico europeo sia molto preoccupato da questo cambio di passo contro i governi che criticano la gestione dell’epidemia da parte delle autorità cinesi. Un diplomatico tedesco ha raccontato al Financial Times che i colleghi cinesi «hanno iniziato a parlarci con un tono che con ogni probabilità avrebbero usato solo con paesi piccoli o deboli».

La Francia è stato uno dei primi Paesi ad accorgersi del cambiamento di tono di Pechino e della strategia del Wolf warrior. Ad aprile l’ambasciata cinese a Parigi ha pubblicato un articolo che criticava duramente la gestione dell’emergenza da parte delle autorità sanitarie francesi. L’ambasciatore cinese Lu Shaye è stato subito convocato dal ministero degli Esteri, ma alla fine non ci sono state particolari conseguenze. Una decina di giorni dopo, sullo stesso sito, è comparso un altro affondo contro l’occidente colpevole di essere invidioso «del socialismo con caratteristiche cinesi che ha dimostrato capacità superiori nella gestione dell’emergenza». 

Ovviamente il caso francese non è stato isolato. Già qualche mese prima Gui Congyou, ambasciatore cinese in Svezia, aveva risposto in modo molto aggressivo alle critiche sul rispetto dei diritti umani nel suo Paese. «Il governo cinese», aveva detto Congyou in un’intervista al Göteborgs-Posten, «non permette a nessun Paese, organizzazione o persona di danneggiare gli interessi nazionali della Cina. Prenderemo contromisure». 

Il branco di Wolf warrior è entrato in azione anche in altri Paesi. Nel Regno Unito l’ambasciatore Liu Xiaoming ha minacciato gravi conseguenze per il governo di Londra se quest’ultima avesse trattato Pechino come un attore ostile – ostilità simboleggiata dal bando di Huawei deciso dal governo Jonhson. Nei Paesi Bassi Xu Hong ha promesso ritorsioni per una mancata fornitura di macchinari di un’azienda olandese, mentre a Cipro il diplomatico Huang Xingyuan ha tessuto le lodi nella gestione cinese dell’epidemia criticando le menzogne dell’occidente. 

Nemmeno la Germania, partner economico chiave di Pechino in Europa, è stata risparmiata. Tra i cablo nelle mani di Reuters ce n’è uno interessante che riguarda una lettera inviata dal ministero dell’Interno tedesco alla parlamentare dei Verdi Margarete Bause. Nella missiva si legge che diversi diplomatici cinesi hanno approcciato funzionari del governo tedesco per chiedere dichiarazioni pubbliche positive sulla gestione cinese dell’epidemia. Un fenomeno, ha scritto il quotidiano Die Welt, confermato anche dall’Ufficio federale per la protezione della Costituzione: «Funzionari cinesi stanno perseguendo una politica di propaganda rispetto alla pandemia».  

Anche Slovacchia e Slovenia sono state costrette a chiedere aiuto. Lubiana e Bratislava si sono appellate alla Commissione europea per respingere le pressioni della Cina sul tema dei diritti umani. Nelle carte ci sarebbe scritto addirittura: «Aiutateci, non abbiamo il potere politico di resistere alla pressione cinese».

Il punto è che Bruxelles sembra in affanno. Negli ultimi mesi un paio di episodi hanno fatto suonare diversi campanelli di allarme. Il primo riguarda le polemiche per la pubblicazione del report del Servizio europeo per l’azione esterna su disinformazione e pandemia nel quale la posizione critica sulla Cina sarebbe stata ammorbidita. Il secondo ha a che fare con la presunta censura avallata dalla delegazione diplomatica dell’Unione in Cina su un editoriale apparso sul China Daily in occasione dell’anniversario delle relazioni diplomatiche tra Pechino e Bruxelles. 

Diversi funzionari europei non hanno nascosto le preoccupazioni. Un diplomatico tedesco ha candidamente ammesso: «Non abbiamo la struttura o la cultura per ricambiare l’assertività o partecipare con efficacia ai giochi di potere come invece fa la Cina». Paradossalmente, però, l’azione dei lupi guerrieri potrebbe avere effetti benefici. Ne è convinta Ohlberg: «Ironicamente i Wolf warrior hanno aiutato la coesione europea». Dopo Francia e Svezia «ora più Paesi stanno guardando con disincanto alla Cina e tra i governi c’è una maggiore volontà di rispondere».

Per l’analista tedesca la necessità primaria è quella di avere una maggiore solidarietà europea. Ma soprattutto maggiore consapevolezza delle potenzialità dell’Unione. «Al governo cinese piace minacciare i paesi con l’interruzione dell’accesso al mercato cinese, o lo stop agli investimenti. Ma la maggior parte dei governi europei sopravvaluta la propria dipendenza dal mercato cinese», ha continuato Ohlberg, «Inoltre anche la Cina beneficia di alcune interdipendenze economiche e sarebbe danneggiata nel dar seguito ad alcune delle sue minacce. In questo senso una valutazione più realistica dell’effettiva interdipendenza mostrerà alla maggior parte dei Paesi europei che in realtà hanno molta più influenza di quella che pensano».

Certo i pericoli non mancano, come spiega ancora Ties Dams: «Il grande rischio per l’Europa è che, a poco più di 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino, torni ad essere il terreno di scontro di due imperi in lotta. Washington cerca di trasformare la Cina nel nuovo impero del male. E ironia della sorte, penso che la crisi del coronavirus abba dimostrato che la Cina è disposta a recitarne la parte». 

A questo punto sorge spontaneo chiedersi se questi lupi guerrieri abbiano ottenuto dei risultati. Per Andrew Small, senior policy fellow dello European Council on Foreign Relations, l’azione dei diplomatici «funziona bene con il pubblico e i netizen cinesi che chiedono questa posizione da tempo», ma tutto si ferma a questo e alla possibilità per loro di fare carriera nel Partito comunista. Anche se le critiche interne a questo approccio non mancano: «Mentre alcuni funzionari hanno abbracciato il modello e hanno visto la loro stella sorgere, come Zhao Lijian, molti altri diplomatici e intellettuali sono a disagio con l’approccio dei Wolf warrior e sono stati esplicitamente critici», aggiunge Small. 

Per ora, guardando il fronte esterno, l’approccio è stato disastroso: «Quello cinese in realtà è stato un approccio autodistruttivo: le aggressioni hanno portato a visioni critiche della Cina». Il rischio che che l’azione dei Wolf warrior aiuti indirettamente Washington.«Pechino deve stare molto attenta», ha concluso Dams, «perché il grande rischio è quello di spingere gli Stati europei ad aderire alla narrativa trumpiana della Guerra fredda più di quanto avrebbero voluto».

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