Il ballettoIl tormentone di TikTok con Trump e la Cina, spiegato in 13 comode puntate

Tra abusi di potere, offerte di acquisto da parte della Microsoft e accuse mai provate, la questione tra la Casa Bianca e il social network riguarda sia i rapporti degli Stati Uniti con Pechino sia le prossime elezioni presidenziali

Gli ingredienti per essere la telenovela dell’estate ce li ha tutti: un brutto, biondo e cattivo (Donald Trump), un’azienda sotto attacco (TikTok), un’altra pronta ad approfittarne (Microsoft) e pure un po’ di balletti (sempre gli utenti di TikTok). La guerra attorno al social più amato dalla Generazione Z si consuma tra Ferragosto e l’inizio dell’autunno, tra una Cina che prova a riprendersi dal Coronavirus prima di tutti e un’America che si prepara a scegliere il suo nuovo leader. Va avanti a puntate, che abbiamo cercato di riassumere qui. Senza rischio di spoiler, visto che come andrà a finire non lo sa proprio nessuno.

1) TikTok è l’unico grande player non occidentale in Occidente
Negli ultimi 10 anni abbiamo riso e scherzato sempre con cose prodotte dai quattro dell’Ave Maria: Mark Zuckerberg (Facebook, Instagram, Whatsapp); Jeff Bezos (Amazon, Twitch); Tim Cook (Apple); Sundar Pichai (Google, Android). Tutti abitanti della Silicon Valley, tutti accusati di abuso di posizione dominante. TikTok sembra l’unico player capace di poter spezzare il monopolio americano, grazie al suo respiro internazionale, i suoi manager occidentali e le sue sedi europee.

2) Sta crescendo parecchio
Il social come lo conosciamo è nato nel 2018, dalla fusione tra la cinese TikTok e la vecchia Musical.ly, app di sincronizzazione video-audio creata da due cinesi. È stato scaricato da quasi 2 miliardi di persone e incoronato come il social più amato dalla Generazione Z. Killer application, come dicono quelli del settore: la scarsità di parole nella creazione dei contenuti, e quindi di barriere linguistiche; il sistema di editing video migliore al mondo, che in poche mosse permette di creare clip da 15 a 60 secondi abbinate a musica, effetti sonori e filtri. Fatturato previsto nel 2020: 25 miliardi di dollari.

3) E sta diventando pure adulto
Ne avevamo scritto qui. Sta passando attraverso la fase “alternativa”: quella fase imprescindibile per tutti i social che vogliono durare minimo un decennio. Nel pieno della sua perfezione, quando però rischiava di assomigliarsi tutto tra balletti e lip-sync, il social ha iniziato a “verticalizzare”. Negli ultimi mesi al suo interno sono nate nuove community, strette attorno a singoli interessi. C’è chi insegna storia, chi propone ricette, chi parla di fisco.

4) Ha addirittura preso in giro Trump
Nelle verticalizzazioni c’era chi ha portato avanti delle mobilitazioni a sfondo politico. È un fatto che una delle operazioni più virali della storia di TIkTok sia stata la trollata contro Trump. A migliaia avevano prenotato dei posti per un comizio del Presidente Usa, per poi ovviamente non presentarsi. Cosa che avrebbe molto fatto arrabbiare l’uomo più potente del mondo.

5) Ed è finito nel mirino di Trump, che ce l’ha con la Cina
Il Presidente, nel tentativo di costruirsi un nemico grande e grosso, sta portando avanti una crociata contro le aziende cinesi, che a suo dire sarebbero il cavallo di Troia dei leader di Pechino per acquisire informazioni e dati sugli americani. Lo ha fatto prima con Huawei, ora con TikTok e Wechat.

6) Nella guerra è finito WeChat, che è quasi più importante di TikTok
Wechat è il Whatsapp cinese. Lanciato nel 2011, ha 1,2 miliardi di utenti. E soprattutto, è l’app fa da ponte tra i cinesi e il resto del mondo. È la piattaforma più usata sia per comunicare che per fare pagamenti dai cinesi sparsi per il pianeta e da tutti gli imprenditori che fanno affari con Pechino.

7) Trump ha messo al bando TikTok e WeChat
Il 6 agosto, il Presidente ha emesso un ordine esecutivo in cui dice tre cose. Primo, le due app servono a catturare tantissimi dati sugli utenti che le usano. Secondo, che con quei dati il Partito comunista di Pechino potrebbe rubare segreti industriali, spiare e ricattare cittadini americani e dipendenti federali. Terzo, che per evitare tutto questo, ogni azienda o privato americano non dovrà fare affari od operare transazioni con le aziende che gestiscono TikTok o WeChat. Quarto, che entro 45 giorni TikTok dovrà cedere le sue attività statunitensi a un’azienda Usa. Altrimenti l’app sarà vietata in America.

8) Le accuse non sono provate
In una realtà come la Cina è obiettivamente difficile pensare che un’azienda da 2 miliardi di utenti non abbia qualche legame con il governo di Pechino e con i suoi servizi di sicurezza (dinamica che peraltro è stata dimostrata ampiamente per i social americani). Ma l’ordine esecutivo di Trump è senza precedenti. Impulsivo, confuso, rabbioso, sarebbe privo di qualsiasi esplicita motivazione sui rischi di sicurezza nazionale. «È interamente basato su speculazioni, congetture e la solita retorica anti-cinese», ha fatto sapere una fonte dirigenziale di TikTok.

9) E non ci sarebbe nessuna indagine
Normalmente se il governo federale avvia un’inchiesta del genere, informa l’azienda coinvolta con una citazione o altro tipo di documento, chiedendo alla società di fornire un memoriale con la sua versione dei fatti e la sua risposta alle accuse. Normale diritto di replica. A volte gli investigatori convocano persino i rappresentanti della società in un incontro informale, in cui li mettono al corrente dell’incombente azione legale. In questo caso, fanno sapere da TikTok, non è avvenuto niente e l’ordine esecutivo è partito senza nessuna indagine, accusa circostanziata, preavviso o concessione di diritto di replica.

10) TIkTok pensa di impugnare il provvedimento
La procedura sarebbe illecita e configurerebbe violazioni costituzionali. È molto probabile che TikTok possa vincere un’eventuale ricorso contro l’ordine esecutivo. Ma è certo che quel ricorso sarà figlio di altre decisioni, più politiche e più generali all’interno della più ampia guerra tra Usa e Cina.

11) Ma intanto soffre
Secondi il New York Times, molte aziende hanno già sospeso i contratti di sponsorizzazione già firmati con gli influencer Usa, in attesa di capire come evolverà la situazione.

12) A comprare TikTok si è fatta avanti Microsoft
L’operazione ha l’appoggio politico di Trump ed è sensatissima per l’azienda guidata dalla Ceo Satya Nadella. Da anni Microsoft è fortissima nel mercato dei software da ufficio. Ma è piuttosto scarsa nei servizi per i consumatori diretti (ricordate il social So.cl, la piattaforma Skype, i telefoni Windows Phone o il motore di ricerca Bing?). Per colmare quel buco, da qualche anno sta facendo una campagna acquisti non male. Tra le altre cose ha comprato il videogioco Minecraft, il social LinkedIn e la piattaforma programmatori GitHub. Adesso punterebbe alla divisione americana di TikTok, e soprattutto alla sua allettantissima community di 100 milioni di giovanissimi utenti americani. A farsi avanti sarebbe stata anche Twitter (c’è chi parla anche di Netflix) ma a oggi l’acquirente più probabile pare Microsoft. L’operazione sarebbe valutata fino a 50 miliardi di dollari.

13) C’è il pericolo di una nazionalizzazione dei social
Difficile prevedere gli esiti della guerra. Improbabile che Trump “chiuda” il social, inimicandosi 100 milioni di americani in vista delle elezioni di novembre. Difficile pure che Pechino rinunci alla sua divisione estera più importante, specie dopo aver già dovuto rinunciare a quella indiana (avvenuta anche lì per screzi con il governo). Di sicuro, lo scenario peggiore per quello che è stato il sogno di internet e dei social network è quello di un trionfo sovranista. Ovvero di una “nazionalizzazione” dei social, di una lista nera da parte dell’America in cui far rientrare tutti quei social, piattaforme e app che non sono a controllo americano, e dell’istituzione di un monopolio in Occidente dei big della Silicon Valley.

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