Inside MinskChi sono le tre donne che sfidano la dittatura di Lukashenko in Bielorussia

L’ex militare al potere dal 1994 ha il 3% dei consensi, ma il sesto mandato consecutivo sembra assicurato visto che le presidenziali non hanno avuto alcun controllo trasparente. Il problema vero per il leader nazionalista sono iniziati con gli scontri in piazza una volta chiuse le urne

Afp

Stallo alla bielorussa. Tre donne contro Lukashenko. Sotto l’ex militare, al potere da un quarto di secolo, la Bielorussia è stata a lungo l’«ultima dittatura» del continente. Fuori dall’Unione europea, che ha fallito la missione di traghettarla alla democrazia, è avvenuto il contrario: quel format – autoritario e illiberale – ha attecchito all’interno dell’humus comunitario, in Ungheria e Polonia. Questa domenica si torna alle urne: in ballo, alle presidenziali, c’è un pezzo di futuro. 

Il consenso reale attorno allo «zar di Minsk» è ai minimi storici. Un sondaggio online di un giornale locale l’ha attestato attorno al 3%. Avete letto bene: tre per cento. Fossimo in una democrazia, leggeremmo in quel dato la caduta dell’uomo forte, ma la Bielorussia non è una democrazia. Il copione della notte delle elezioni era già scritto: Alexander Lukashenko si intesterà la vittoria e resterà solo al comando. Il punto è cosa succederà dopo.

Questa non è stata una campagna elettorale come tutte le altre. C’è la storia da copertina, ed è un inedito, delle tre sfidanti al femminile che uniscono gli sforzi, con una foto iconica ripresa dalla stampa occidentale. Si titola sulle «donne che fanno tremare Lukashenko», ed è vero, ma quella è la punta dell’iceberg. Mettiamo i loro nomi agli atti: Svetlana Tikhanovskaya, Maria Kolesnikova, Veronika Tsepkalo. 

La front-runner è Tikhanovskaya, 37 anni, che ha raccolto la candidatura del marito Sergei Tikhanovsky, un vlogger dissidente, cui è stato impedito con la forza – cioè il carcere – di correre. Hanno mandato i figli all’estero, per proteggerli dalle minacce contro la famiglia. Ci sono storie simili dietro le altre: Kolesnikova ha sostituito un altro volto dell’opposizione bandito dalla gara, Viktor Babariko, mentre anche Tsepkalo ha preso il posto del coniuge Valery, volato a Mosca con i bimbi per sfuggire all’arresto. Il suo programma è liberare tutti i detenuti politici e riconvocare libere elezioni entro sei mesi. 

Un tridente coraggioso. Il presidente in carica le ha accolte con machismo: «La nostra costituzione non è fatta per le donne, la nostra società non è maturata al punto di votare una donna». Peccato che abbia impostato la campagna sulla difensiva. Ha speso gli ultimi giorni visitando basi militari e sfilando in mezzo alle divise, mentre la televisione di Stato insisteva su immagini di truppe in assetto antisommossa e cannoni ad acqua. Messaggio esplicito: non tollereremo manifestazioni. Lo «zar» ha paura.

Fa bene. Il 30 luglio, a Minsk, l’opposizione ha radunato la più grande folla dai tempi del crollo dell’Urss. Si parla 63 mila persone. Una protesta di massa che non si vedeva da decenni. Una prova di forza, mentre in altre occasioni – per esempio nel 2010, con 600 arresti – le dimostrazioni venivano sciolte sotto le manganellate della polizia. Negli stessi giorni, il governo ha stretto sulla pubblica sicurezza, ufficialmente dopo la cattura di 33 mercenari russi inviati per «destabilizzare il Paese». 

Non è l’unico fronte per Lukashenko, 65 anni. Gli è costata credibilità la gestione della pandemia. Prima ha minimizzato l’emergenza sanitaria come «psicosi», poi è risultato positivo (ma asintomatico, giura lui) al Covid-19. Non deve aver funzionato la sua terapia, antiscientifica e negazionista, a base di vodka e saune. Senza adottare restrizioni, la Bielorussia ha contato finora 68 mila contagi e meno di seicento morti. 

La visita in Russia dall’alleato storico Vladimir Putin, a inizio luglio, riassume la politica degli scorsi 26 anni di Lukashenko, l’unico deputato bielorusso a votare contro lo scioglimento dell’Unione sovietica nel 1991. Avvicinamenti, ondivaghi, all’Unione europea per bilanciare l’innegabile dipendenza economica da Mosca, cui ora si offre come ultimo viatico per la cooperazione con l’Occidente. 

Un equilibrio minato dal malcontento montante in casa. I buoni uffici in passato avevano funzionato: le sanzioni europee del 2006 e del 2010 erano state in buona parte abbuonate nel 2016, mentre a febbraio Mike Pompeo era stato il primo segretario di Stato americano a visitare la Bielorussia. In quest’ottica, il Cremlino preferirebbe che il presidente uscisse indebolito dalle urne, per riavvicinarlo alla sua orbita. 

Il sesto mandato dal 1994 sembra nel cassetto. I sondaggi indipendenti sono proibiti per legge: se l’esito falsato riflettesse le cifre della propaganda mediatica, sarebbe una vittoria con il 72,3%, mentre l’opposizione spera almeno di riuscire a strappare un secondo turno. La sfidante Tikhanovskaya predica prudenza: evitare proteste per salvare i sostenitori dalla violenza delle forze armate. Ma promette ricorsi legali. 

«Non si può negare che la nostra gente voglia cambiare – ha detto Tikhanovskaya, intervistata da Euronews –. Potrebbe non accadere in un paio di giorni, forse a settembre, ottobre o novembre, ma la nostra gente non vuole più questo presidente. Vogliamo elezioni veramente democratiche e, in caso contrario, contesteremo legalmente i risultati della commissione elettorale. Se le persone dopo elezioni truccate decidono di voler difendere i propri voti uscendo per le strade, non posso vietare loro di farlo. Chiedo alla polizia e all’esercito di non sparare a persone pacifiche». 

All’indomani dello scrutinio, le piazze si sono riempite ancora. Il dominus ha minacciato di aprire il fuoco. Se non lo farà, sarà logorato dal dissenso. Se acconsentirà a sparare un solo colpo, potrebbe essere la sua morte politica. In tutto ciò, l’esercito gli resterà fedele, lo silurerà o sposerà la transizione? In ogni caso, la Bielorussia è a un appuntamento con la Storia.

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