Italia 2030Bisogna fare attenzione ai prossimi quattro mesi perché plasmeranno i prossimi quattro anni, dice Giuseppe De Rita

Il presidente della Fondazione Censis: «O abbiamo il coraggio di metterci nelle mani di chi pompa valore nella catena aprendoci alle grandi dinamiche internazionali, o restiamo soli. Una classe dirigente che pensa di tamponare con bonus, cassa integrazione e distribuzione a pioggia di denaro non crea nulla. Se continuiamo così in autunno, sarà una tragedia»

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Guardare ai prossimi quattro mesi, per pensare davvero – e bene – ai prossimi anni. È la prospettiva di Giuseppe De Rita, sociologo e presidente della Fondazione Censis, e non è così a corto raggio come può sembrare. Non è soltanto uno sguardo all’immediato, all’autunno che si prospetta caldissimo per l’economia e la società italiane, quando molti dei nodi intrecciati dalla pandemia verranno al pettine e si sovrapporranno ad una incertezza ancor più grande sulla sanità pubblica in vista dell’inverno. No, non è solo un occhio ai concreti guai della prossima ora, perché è condito da una speranza di più ampio respiro. Che si apra spazio per una classe dirigente nuova e vera, capace di mescolare senso delle istituzioni e un’idea di governo concreta, ancorata all’esigenza dei settori dell’economia che trainano il nostro sistema.

De Rita parla dal palco del Jardin de L’Ange, nel centro di Courmayeur, in occasione dei 30 anni della Fondazione Courmayeur Mont Blanc – che presiede – e con un intento piuttosto impegnativo. “Come saranno i prossimi tre anni”, il titolo dell’incontro aperto a un pubblico che mescola turisti e imprenditori. Per molti un azzardo, immaginare un futuro così in là, proprio ora che navighiamo nel mare dell’incertezza più oscura. «Non lo è, se si affronta con serietà», spiega De Rita a Linkiesta. «Ragionare su 20, 30 anni da oggi sarebbe sì retorica, ma del resto io negli anni ’50 pensavo l’Italia del 1975, ci sono rimasto scottato nel fare previsioni. Oggi la situazione è così dura, sul piano politico come su quello economico, che bisogna pensare a risolvere i problemi attuali, ma con una visione».

Non una visione sottomarina, di certo. Un Paese che si interroga su quali progetti presentare a Bruxelles per utilizzare i 208 miliardi del NextGenerationEu non può ripescare il tunnel sotto lo Stretto di Messina. «Inseguendo il mito di un progetto che ha già visto un primo studio di fattibilità negli anni ’90, e che è destinato a una nuova bocciatura in Europa. Così stiamo vendendo fumo, e lo stesso facciamo se ci impuntiamo sui grandi progetti calati dall’alto. Io penso che tra settembre e dicembre vedremo il via di nuova stagione di economia sommersa. In cui tutti sgomiteranno, fregandosene di tutto».

Contante, furbizie, evasione fiscale pur di sopravvivere. «Fossimo intelligenti, dovremmo gestire i processi che si scateneranno in questi quattro mesi, quando si aprirà questa fase di economia sommersa di sopravvivenza, di furbizia. Incanalando energie dove servono. Dovremmo puntare a rafforzare quattro pilastri, quattro filiere che possono permetterci di ricostruire l’Italia su solide basi. Il settore enogastronomico, quello del lusso, quello dei macchinari, il turismo. Attenzione: non riprendendo – con l’alibi dell’impreparazione e dell’emergenza – le vecchie abitudini».

A De Rita viene subito l’esempio della scuola, a proposito di sistema impreparato e di care, vecchie abitudini. «Il problema della scuola non si affronta con assunzioni e soldi a pioggia, ma con un ripensamento del paradigma. Il tema resta il rapporto tra domanda e offerta, che non funziona e crea la non credibilità del sistema scolastico. Non è con slogan come “ora facciamo la scuola digitale” che si cambiano le sorti dell’istruzione».

Torniamo ai quattro pilastri. «O abbiamo il coraggio di metterci nelle mani di chi pompa valore nella catena, anche aprendoci alle grandi dinamiche internazionali, o restiamo soli. Una classe dirigente che pensa di tamponare con bonus, cassa integrazione e distribuzione a pioggia di denaro non crea nulla. Se continuiamo a fare così in autunno, sarà una tragedia». Qualcosa, però, si crea: «Il consenso del presidente del Consiglio. Negli ultimi anni anche “grazie” al grillismo, noi abbiamo perso, nella classe dirigente, il senso della responsabilità istituzionale. E così rieccoci ai bonus».

Lezioni di buon vivere civile, dalla pandemia non ne abbiamo apprese. Niente che possa sopravvivere ai momenti di massimo terrore per la nostra pelle. «Ciascuno di noi si è dovuto porre un problema personale, la responsabilizzazione individuale è diventata centrale nel momento dell’acuirsi della crisi sanitaria. Ma è un fenomeno legato soltanto alla paura, per una minaccia fortissima nei confronti della vita. Scemata quella, scema anche quel senso di responsabilità verso gli altri, che poi è il vero senso dell’etica e che non c’è stata negli ultimi 40 anni in questo Paese. All’apice di questa grande assenza è arrivato Grillo, ha detto “vaffa” ed ecco che abbiamo raggiungo il massimo della negazione di quella idea di responsabilità. Perché il “vaffa” spazza via tutto».

L’ultimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese – chiuso pre-emergenza Covid – ci descriveva con fortunatissima espressione «società ansiosa di massa macerata dalla sfiducia». Un popolo così preso dal furore di vivere da essere capace di attaccarsi a creativi stratagemmi individuali, in un vortice di «formidabile resilienza opportunistica». Il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, ha manifestato – al Foglio – ottimismo per una «resilienza italiana» di altro tenore. Quella che si vede nella produzione industriale rianimatasi oltre le aspettative, e nei 2/3 delle imprese che mostrano reattività e capacità di immaginare il futuro.

«Io sono un teorico della resilienza italiana. L’Italia resiste a ogni cosa», ci dice De Rita giù dal palco dell’Ange. «E ha un fondo di bontà anche quella opportunistica, perché è sempre un meccanismo di sopravvivenza. Primum vivere, deinde philosophari». Nel mezzo, ci sarebbe da governare. Quando gli ansiosi di massa sfiduciati si scontrano con la più grande delle ansie – un combinato micidiale povertà-malattia-sofferenza-morte -, il buio è talmente oscuro che una guida capace davvero di illuminare la strada diventa vitale.

Si governa con il consenso. «E questo segue anche meccanismi di accentuazione degli eventi. I grillini erano su un altro evento, la lotta alla casta. Giuseppe Conte si è posto sul Covid e, negli ultimi tempi, come interlocutore nei rapporti con Bruxelles. Matteo Salvini ha perso qualcosa in questa fase perché la questione dei migranti è scesa nella scala delle priorità? Forse. Quanto a una Lega post Salvini, Luca Zaia basta per un consenso nazionale, che vada oltre il suo Veneto? Io credo che ci sarebbe la possibilità di scatenare un’onda sul tema del saper governare. In un Paese non governato da almeno 20 anni, con il vuoto di pensiero nei corridoi e nei gabinetti dei ministeri, arriva il momento in cui di fronte a una figura che promette governabilità, che propone un’idea di governo, ecco che l’onda del consenso si genera».

Ma c’è chi è capace di proporre quell’idea, nella generazione adulta di oggi? O, se c’è, si nasconde? Lo chiediamo a De Rita mentre l’incontro si chiude e già il pubblico dell’Ange si disperde per le vie del centro di Courmayeur. «Io ho 88 anni. Siamo ancora qui noi, quelli della mia generazione. Che ha fatto l’Italia con i soldi del Piano Marshall, con i grandi progetti, con la prima Iri. Siamo qui a dire “guardate dove ci avete portato adesso, voi che dicevate che non sapevamo governare”. Il nuovo? Ci sono i 40-50enni bravi, ma fanno altro, vanno all’estero, si occupano di grandi processi internazionali. E così non resta nessuno con il gusto che avevamo noi, di vedere le cose dal di dentro». Forse la più urgente correzione di rotta da apportare.

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