La perdita di identitàCome ha potuto il Pd ridursi così (e che cosa potrebbe ancora fare per tornare in sé)?

Zingaretti ha consegnato il partito a Di Maio e Conte senza alcuna visione per il futuro del paese. L’alternativa era, e in teoria lo è ancora, quella di aprirsi all’esterno e di recuperare un rapporto con i riformisti su un programma di cambiamento

ERIC FEFERBERG / AFP

Gianrico Carofiglio in un tweet ha adoperato la sempreverde domanda retorica – «e tu che proponi?» – per snidare i critici dell’accordone tra Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti: «Alle persone di sinistra che (legittimamente) si indignano all’ipotesi di alleanze elettorali fra PD e M5S rammento una frase di Margaret Mead: ”Il profeta che ammonisce senza presentare alternative accettabili, contribuisce ai mali che enuncia”». La logica non vorremmo fosse un pochino subalterna all’esistente – questo passa il convento e i critici non hanno pietanze migliori da portare in tavola – ma ha un risvolto positivo, quello di sfidare tutti a “farsi profeta” di una linea politica diversa.

Il tutto sarebbe più agevole se vi fosse (stata) l’apertura di una libera discussione, una cosetta che nel Pd manca da tempo e con indubbia evidenza dalle ultime primarie di più di un anno fa vinte da Nicola Zingaretti contro Andrea Orlando, diventato poi suo vice. L’unico momento di discussione collettiva è stato il Convegno di Bologna nel novembre scorso promosso da Gianni Cuperlo che spostò un po’ a sinistra il baricentro teorico del Pd, ma senza che la cosa incidesse minimamente sulla pratica quotidiana del partito. Infatti fu in quella sede che Zingaretti scandì il suo non dimenticato «cancelleremo i decreti sicurezza» che sono ancora lì. Poi più niente.

Ora, di fronte a un cambio di linea mai deciso in alcuna sede formale e anzi contraddittorio con la piattaforma congressuale del segretario («Mai coi grillini»), si affastellano domande e inquietudini che andrebbero prese in considerazione, tanto più se, come sarebbe utile, esse venissero organizzate in un pensiero alternativo all’interno del Pd, dove invero qualcosa si muove, anche in concomitanza con la battaglia per il No al referendum antipolitico dei Cinquestelle contro la scelta di opportunità del Nazareno di votare Sì).

Il punto centrale ci pare essere quello di una crescente e persino inquietante perdita di identità del Pd che va di pari passo con la sua pressoché totale mancanza di autonoma iniziativa politica. Non stiamo parlando del governo, dove pure la soggettività del Pd è scarsa, al di là della brillantezza o meno dei singoli ministri: no, stiamo parlando del Partito Democratico in quanto tale. Irriconoscibile, indistinguibile, incomprensibile. Un volto nella folla di un mondo politico non empatico, introverso, autoreferenziale, conservatore dell’esistente. Un forza politica – parafrasando Mario Tronti – che segue l’opinione pubblica, diventando subalterni a quei partiti populisti che l’opinione pubblica solleticano.

Ed è probabilmente questa indistinguibilità che lo rende appetibile a un partito a-democratico e incolto come il Movimento Cinque stelle, che sceglie Zingaretti come ieri sceglieva Salvini, e anzi di più. Ci sarebbe, se non da offendersi, perlomeno da interrogarsi: questo è diventato il centrosinistra italiano? Alleanza strategica con Di Maio per fare che, esattamente? Per quale idea dell’Italia, precisamente? Mistero.

Piuttosto sembra di essere davanti a un piccolo cabotaggio per salvare il salvabile, come dando per acquisito che più di questo non si può fare signora mia, alla  rinuncia a pensare in grande, ad ambire a governare il Paese senza trucchetti politicisti e soggettivi annullamenti di senso di sé.

Più che salvare Vito Crimi, bisognetebbe guardare a energie, competenze e entusiasmi nuovi che esistono ma che dalla terrazza del Nazareno non si scorgono. E in questo percorso aprirsi all’esterno – altri che i mille Cencelli dei giochi di corrente e sottocorrente – e provare a recuperare un rapporto politico con i vari spezzoni riformisti, minoritari e spesso rissosi: un’alleanza democratica, riformista, di sinistra, radicale potrebbe valere, se saldata su una chiara piattaforma politica di cambiamento, molto di più di quella che assegnano oggi i vari Pagnoncelli ai singoli pezzetti del mosaico.

Quella che oggi è un’area asfittica, senza slancio, succube dei propri piccoli egoismi, potrebbe essere il fulcro dell’alternativa non solo a Matteo Salvini (anche basta con questo spauracchio) ma a una cosa più seria come il declino italiano, declino che potrebbe essere vicinissimo e che non potrà mai essere arginato da un impolitico come Giuseppe Conte. Un’alleanza di tipo nuovo, una novità politica. Non sarebbe interessante per milioni di italiani che oggi sbadigliano davanti ai tatticismi nazareni?

Poi, se dalla crisi del populismo grillino dovesse scaturire qualcosa di compatibile con il nuovo riformismo di questo tempo, meglio. Anzi, è un obiettivo da perseguire. Ma Di Maio va battuto politicamente, non salvato. Il Pd faccia il Pd, ritrovi l’ambizione di parlare a tutto il Paese e non allo zoccolo duro del venti per cento di cui si accontenta perché comunque garantisce una qualche rendita di potere. Cambi linea. Un po’ di tempo c’è. Dopodiché, caro Carofiglio, ben vengano i profeti, in questa valle di noia che sta diventando la sinistra italiana.

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