Il fronte del bohIl Pd non sa che fare nemmeno sul referendum sul taglio dei parlamentari

Dopo aver votato tre volte contro in Parlamento, e poi averlo accettato nel programma di governo a condizione che venissero approvato dei contrappesi, adesso il partito di Zingaretti è diviso tra chi difende l’alleanza, chi pensa sia un pericolo per la democrazia (con Bettini in mezzo) e chi voterà No. In attesa di Prodi

Par condicio e libertà di coscienza: si increspano le acque nel Pd sul referendum del 20 settembre sul taglio del numero dei parlamentari perché prendono corpo le due richieste suddette, ingredienti piccanti di una inedita battaglia interna.

«Stiamo per mandare una lettera a Nicola Zingaretti per chiedere che nel partito siano concessi uguali spazi a tutte le posizioni, a partire dai dibattiti nelle Feste dell’Unità e nei circoli», ci ha detto Tommaso Nannicini, animatore del fronte del No.

Una battaglia persa in partenza? Anche se fosse, non è un buon motivo per non farla. Anche perché la situazione sta evolvendo di pari passo con il disastro dell’operazione politica messa in piedi al momento della formazione del Conte bis, quando il M5s pose al Nazareno fra le varie condizioni quella appunto di approvare la riforma costituzionale passata tre volte in éra gialloverde (con tre voti contrari del Pd) e bisognosa del quarto e decisivo sì. Che il partito di Zingaretti concesse a patto che contestualmente fossero approvati “contrappesi” a cominciare da una nuova legge elettorale di stampo proporzionale.

Peccato però che, almeno finora, di quest’ultima legge non c’è traccia, dopo il cambio di Matteo Renzi che è tornato sui passi del maggioritario. Trappola o meno, è un fatto che oggi il Pd  si ritrovi impantanato in una bella contraddizione: ha indicato (a noi sfugge esattamente dove e quando fu presa la decisione formale) il Sì al referendum ma si trova a sostenere una riforma contro la quale non solo aveva votato tre volte contro ma che riceverebbe anche oggi un suo quarto no, visto che della nuova legge elettorale non c’è traccia: tutto è possibile ma appare difficile che un accordo che non si è trovato in sei mesi si possa raggiungere in extremis.

Di questa difficoltà si è ben reso conto Goffredo Bettini che parlando con Repubblica ha detto che «senza una nuova legge elettorale, dimezzare il numero dei parlamentari può persino diventare pericoloso per il regime democratico».

Ora, può il Pd avallare una specie di golpe? «Il referendum interpella le coscienze individuali di tutti e ogni scelta è legittima», ha aggiunto Bettini: di fatto è lo sdoganamento della libertà di coscienza, che in questo contesto non è una mera applicazione di un diritto costituzionale, ma il segno di una difficoltà politica.

E infatti nei prossimi giorni i sostenitori del No sono destinati a crescere, al Nazareno e dintorni. La questione è destinata a fare di cartina al tornasole di una incipiente, per ora semi-sommersa, discussione sulla linea generale del partito, con i vari critici di Zingaretti e dell’asse con i grillini coagulati intorno a una battaglia addirittura per la democrazia e la rappresentatività, un tema di primaria grandezza su cui non si può giocare al tavolo verde degli accordi di governo come se nulla fosse.

E infatti ecco muoversi i vari Nannicini, Giorgio Gori, probabilmente Luigi Zanda, l’europarlamentare Daniele Viotti, con Gianni Cuperlo che si associa alla richiesta di una par condicio “interna”, mentre da fuori L’Espresso ha dato il via a una campagna per il No a cui si aggiungeranno il Manifesto e il nuovo Domani. Pronti a votare No vari padri nobili, da Pierluigi Castagnetti ad Arturo Parisi a Claudio Petruccioli (e chissà che farà Romano Prodi) o intellettuali come Claudia Mancina, Alberto Asor Rosa, Biagio De Giovanni, Mario Tronti. Se ne vedranno delle belle.

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