Spiagge in erosioneL’Italia sta consumando troppa sabbia

Negli ultimi cinquant’anni le nostre coste si sono ridotte di quaranta milioni di metri quadrati, colpa soprattutto dell’eccessivo consumo di suolo e dell’urbanizzazione sfrenata. Per il settore edile scavare mari, fiumi e lagune è da tempo un’operazione indispensabile per ricavare materia prima, ma il problema ambientale rischia di diventare insostenibile

Filippo MONTEFORTE / AFP

«A Cecina, provincia di Livorno, la spiaggia sta invadendo la pineta alle sue spalle. La sabbia si sovrappone allo sterrato e gli alberi, che senza il terreno adeguato crollano in riva al mare». La scena è descritta da Enzo Pranzini, professore dell’Università di Firenze, dove insegna Dinamica e difesa dei litorali.

I tronchi sulla spiaggia di Cecina non sono l’unico caso di erosione delle coste italiane. Anzi, un recente rapporto di Legambiente rivela che quasi il 50 per cento delle nostre coste sabbiose è soggetto a erosione: un fenomeno che negli ultimi 50 anni ha portato via 40 milioni di metri quadrati di spiagge. «I cambiamenti costieri – si legge nel dossier – dal 1970 a oggi sono dovuti al grande consumo di suolo, alla costruzione di edifici e infrastrutture, e al cambiamento climatico».

Le spiagge in erosione vengono alimentate dal ripascimento – il ripristino naturale o artificiale delle coste, quindi di tratti sabbiosi marini, lagunari, fluviali. Estrarre e muovere grandi quantità di sabbia è un’operazione necessaria, ma delicata.

«Oltre all’interferenza con l’ecosistema da cui si prende la sabbia, ad esempio forme di vita animali e vegetali che vivono sui fondali – dice a Linkiesta il professor Pranzini – prendendo la sabbia dagli alvei dei fiumi si può scoprire la falda idrica sottostante, che entra in contatto con agenti inquinanti. Oppure se si porta la sabbia in un posto per il ripascimento bisogna usare la sabbia giusta altrimenti si altera l’equilibrio ambientale».

L’esempio che fa Pranzini è quello delle tartarughe marine, le cui uova si schiudono sotto la sabbia, e nasceranno maschi o femmine in base alla temperatura: se si porta una sabbia diversa da quella già presente, magari di un colore differente, viene intaccato il sex ratio di quella specie. «L’erosione può arrivare a minacciare anche l’agricoltura – spiega Pranzini – se la perdita di barriere naturali fa filtrare acqua salata più facilmente nell’entroterra, rendendo il suolo inadatto alla coltivazione».

Alcuni fiumi italiani hanno registrato, negli anni, un abbassamento del fondo di oltre dieci metri. Questo in molti casi ha portato ad accentuare verso valle la propagazione delle piene, a destabilizzare i ponti vicini e le difese spondali, e a sua volta ha contribuito a velocizzare l’erosione costiera.

Ma la sabbia di mari, fiumi, lagune, viene consumata anche in moltissimi altri settori: è l’elemento naturale più usato dall’uomo dopo dopo acqua e aria.

Vetri delle finestre, schermi degli smartphone, bicchieri, pannelli solari, chip per i computer, la sabbia è uno dei componenti chiave per tutti questi prodotti. E soprattutto è uno degli elementi principe dell’edilizia: è usata nelle costruzioni per produrre il calcestruzzo e l’asfalto di strade, case, palazzi. L’edilizia è il comparto che utilizza più sabbia in assoluto, ma viene usata quasi solo la sabbia marina, perché si compatta meglio: occorrono 200 tonnellate di sabbia per costruire una casa di medie dimensioni, 3mila tonnellate per costruire un edificio grande come un ospedale e 30mila tonnellate per fare un chilometro di autostrada.

Il problema è che la sabbia è una risorsa rinnovabile che l’uomo consuma più rapidamente di quanto il pianeta sia in grado di produrne: si forma in un processo lento, dall’erosione della pietra, che viene poi trasportata dalle acque dei fiumi e, in un periodo che varia tra i cento e i mille anni, raggiunge l’oceano. Lo scorso novembre, infatti, la Bbc ha pubblicato un lungo articolo dal titolo inequivocabile: “The World is running out of sand”, il mondo sta esaurendo la sabbia.

«Dal 1985 – si legge nell’articolo – l’uomo aggiunto 13.563 chilometri quadrati di terra artificiale alle coste del mondo, un’area grande circa quanto la Giamaica, e la maggior parte è stata costruita con enormi quantità di sabbia. Ma non possiamo estrarre quasi 50 miliardi di tonnellate l’anno di un qualsiasi materiale senza immaginare un enorme impatto sul pianeta, quindi sulla vita delle persone».

Un esempio dell’uso massiccio della sabbia negli ultimi decenni è quello degli arcipelaghi a largo di Dubai: solo la costruzione di The World ha richiesto 450 milioni di tonnellate di sabbia. In Italia non si fa un uso così intensivo della sabbia. Come dice il professor Pranzini: «Si pensi che il porto di Rotterdam è stato ampliato con oltre 200 milioni di metri cubi di sabbia, in Italia se n’è presa dal mare, da quando abbiamo iniziata a prenderla, solo 21,5 milioni di metri cubi».

Ma i rischi sono comunque già visibili. Il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini dice a Linkiesta: «Il problema del prelievo delle sabbie è collegato allo sviluppo economico e urbano di un paese. In Italia è andato avanti senza sosta dal secondo dopoguerra fino agli anni ‘80 o ‘90, quando abbiamo iniziato a regolamentare».

La chiave di lettura che ne dà Zanchini è proprio di tipo giuridico: «Bisognerebbe regolamentare anche tutti i settori in cui viene utilizzata la sabbia. Banalmente, se nella costruzione di una strada il bando richiede, in maniera generica, un materiale che abbia un certo tipo di caratteristiche, non c’è differenza tra chi propone di usare la sabbia dei fiumi e quindi crea un problema ambientale, e chi usa materiali riciclati. Invece questi ultimi dovrebbero essere espressamente preferiti».

Ma ridurre i processi di estrazione della sabbia non è facile anche perché, come ha ricordato Zanchini, «soprattutto in alcune zone del Mezzogiorno, purtroppo, i processi edilizi sono controllati dalla criminalità organizzata. E le sabbie estratte illegalmente, con operazioni più difficili da tracciare».

Oltre al danno ambientale c’è proprio quello economico. Lo dice a Linkiesta Rossella Muroni, deputata di Liberi e uguali in Commissione Ambiente: «Scavare è un grande affare per i privati che registrano grandissimi proventi, perché l’edilizia muove l’economia. Ma i costi sostenuti per lavorare il suolo pubblico sono bassissimi. Quindi non rappresenta un rientro economico per il territorio che viene danneggiato».

La soluzione, oggi dibattuta da più parti nel mondo dell’urbanistica e dell’ingegneria, è una riduzione dei processi di urbanizzazione. Proposta che trova il parere concorde della deputata Muroni: «Abbiamo un paese troppo urbanizzato, con un disperato bisogno di mettere in sicurezza il patrimonio edilizio e ambientale. L’80 per cento delle case degli italiani è a rischio idrogeologico o sismico o per le alluvioni. Ci trasciniamo ancora dietro questo mito dell’edilizia che, è vero, ha creato tanta ricchezza, ha garantito l’ascensore sociale per decenni. Però ora non ce la possiamo più permettere».

Il danno ambientale è prodotto anche da amministrazioni che non hanno prestato attenzione al tema. L’ultimo “Rapporto cave” di Legambiente mette in luce «la mancanza di piani cava in Veneto, Abruzzo, Molise, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Calabria, Provincia autonoma di Bolzano, Basilicata e Piemonte (dove sono previsti Piani Provinciali), mentre nella maggior parte delle Regioni sono inadeguati i vincoli di tutela e mancano obblighi di recupero contestuale delle aree».

È anche per questo motivo che l’associazione ambientalista ha creato l’Osservatorio Paesaggi Costieri Italiani, con il supporto scientifico di ricercatori e docenti di diverse università italiane (Pescara, Ancona, Bari, Ascoli, Firenze, Genova, Messina, Trento e Venezia) e di enti di ricerca, con l’obiettivo di aumentare l’attenzione nei confronti delle aree costiere e dei fenomeni di trasformazione in corso.

Muroni ha voluto sottolineare la difficoltà nel far passare il messaggio “green” nei corridoi di una politica in cui «manca la consapevolezza dei rischi ambientali». A novembre 2018, a pochi mesi dall’inizio dell’attuale legislatura, alcuni parlamentari leghisti – primo firmatario Guido Guidesi – avevano presentato una proposta di legge dal titolo “Disposizioni per la manutenzione degli alvei dei fiumi e dei torrenti”: la relazione sosteneva che «la causa di tanti disastri sta, purtroppo, nella mancata pulizia degli alvei dei fiumi e dei torrenti che provoca l’innalzamento degli alvei, dovuto alla cronica deposizione dei sedimenti e di trasporto solido».

«In pratica vorrebbero dare alle Regioni mano libera per dragare i fondali, mascherando queste operazioni come necessaria manutenzione», dice la deputata Muroni. Ma l’idea di dragare i fiumi ha trovato contraria la maggioranza degli esperti del settore, che contestavano sia l’affermazione sull’innalzamento degli alvei sia l’idea di risolvere un problema scavando i fondali.

E mentre la politica costruisce la sua coscienza ambientale, l’innovazione tecnologica cerca una soluzione al problema ambientale: è già possibile creare sabbia artificiale usando materiali riciclati, e in laboratorio è possibile riprodurre sostanze in grado di replicare – o quasi – le caratteristiche della sabbia marina. Ma ancora non sono opzioni particolarmente convenienti ed è difficile produrre le quantità di sabbia richiesta dal mercato. La soluzione dell’enigma è ancora molto distante.