Le parole sono importantiPerché dovremmo chiamare il climate change “crisi climatica”

Dalla scelta dei termini a quella delle immagini, per affrontare l’attuale sfida ambientale bisogna cambiare prospettiva per far capire al grande pubblico il pericolo del non agire per il nostro Pianeta

Pixabay

“Cambiamento climatico” potrebbe diventare un’espressione vintage o, addirittura, da rottamare.

Questo perché, se è vero che non esistono parole totalmente neutre, è altrettanto vero che alcune, più di altre, riescono a restituire meglio la portata del fenomeno che nominano. Una voce sempre più emergente nel mondo della comunicazione e dell’informazione ritiene che quando si parla della causa degli stravolgimenti ambientali sarebbe meglio definirla diversamente. A “cambiamento climatico” bisognerebbe preferire “crisi climatica” o “emergenza climatica”. Oppure, alzando di più il tiro, “cancro climatico”.

Questi termini, secondo tale corrente di pensiero, potrebbero incentivare la percezione di qualcosa che sta avvenendo qui ed ora, cioè di un fenomeno con una rapidità di evoluzione che difficilmente riusciamo a cogliere. Scegliere dei “nomi” alternativi, allora, restituirebbe la dimensione emergenziale che ciò che stiamo vivendo implica e comporta. Nomi che, a livello percettivo, avrebbero una valenza diversa e che potrebbero rappresentare la bussola in grado di farci orientare meglio nella realtà. Facendoci agire di conseguenza.

«Il modo con cui chiamiamo le cose ha, necessariamente, degli effetti di senso sulla nostra percezione della realtà, perché ritaglia delle precise aree semantiche, delle sfere di comunicazione, che vengono attivate dalla nostra mente ogni volta nominiamo quel determinato oggetto o concetto – sottolinea Federica Turco, semiologa dell’Università di Torino – Spesso questo avviene in maniera stereotipata e corrispondente a dei modelli culturali, cioè a delle configurazioni discorsive ricorrenti, rette su strategie narrative con cui noi costruiamo la nostra visione del mondo». Proprio per questo, la scelta di un’espressione per definire un concetto non sarebbe mai banale né, tantomeno, trascurabile.

Su questo tema si è espresso anche il quotidiano inglese Guardian, che ha scelto di investire in una precisa linea editoriale. Dallo scorso anno ha aggiornato la sua style guide, spingendo i redattori a scegliere termini in grado di descrivere l’attuale problema ambientale in un certo modo. Da allora, anziché “cambiamento climatico”, concetto considerato dalle sfumature troppo gentili e passive, viene preferito “emergenza climatica” o “crisi climatica”. A “global warming” si antepone “global heating” che in inglese enfatizza l’urgenza del problema. Parallelamente molti scienziati del clima così come gli alti rappresentanti delle organizzazioni delle Nazioni Unite sempre più spesso si affidano a un linguaggio più vigoroso e diretto per descrivere la situazione in cui ci troviamo. Non è un caso se il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, parla di «crisi climatica», definendola «una minaccia esistenziale diretta».

Secondo la semiologa Turco, nell’ambito della comunicazione ambientale esiste storicamente una tipologia creata a partire dal linguaggio usato: commovente o drammatico se tenta di instaurare con il suo spettatore un coinvolgimento emotivo. Accusatorio, quando assume un tono di denuncia, scioccante, quando va a giocare sul tema della paura. Infine ironico, quando i toni sono leggeri e/o comici e didattico, quando c’è una volontà di trasmettere dei contenuti che si presume il destinatario non conosca.

«Mi sembra che il passaggio da “cambiamenti climatici” a “crisi/emergenza/cancro climatico” ritagli esattamente un cambiamento d’approccio di questa natura: avviene uno spostamento da un piano, per così dire, didattico e quasi scientifico – l’idea di cambiamento climatico è qualcosa che possiamo corredare di dati, statistiche, che ci fa venire in mente la scienza e l’evoluzione della sua conoscenza – ad un approccio scioccante e accusatorio, insinuando il dubbio della colpa: chi è il responsabile di questo “cancro” che sta divorando il nostro pianeta? La domanda è ovviamente puramente retorica, perché ciascuno di noi sa che la responsabilità è appunto nostra, dei nostri comportamenti, della nostra superficialità, forse anche del progresso che va dunque ad assumere un carattere disforico. Nell’eterna lotta, quindi, tra natura e cultura, il “cancro del clima” ci dice che la cultura sta vincendo e che non vorremmo che fosse così, vorremmo che fosse la natura, alla fine, a spuntarla».

Se dovesse propendere per una definizione, la semiologa non si affiderebbe a espressioni “enfatizzanti”. Questo perché non ritiene possano avere un effetto positivo. «L’idea di cambiamento climatico, per quanto preoccupante, ci pone in una posizione attiva: se non vogliamo che questi cambiamenti siano infausti, possiamo e dobbiamo fare, noi per primi, qualcosa. Le espressioni disforiche, invece, ci tolgono questa priorità e ci pongono in una posizione passiva, gli effetti del cancro non possiamo che subirli, prenderne atto, tutt’al più rassegnarci e sublimare il dolore prendendo un antidolorifico. In termini semiotici potremmo dire che si passa da una posizione di soggetti ad una di spettatori. E temo che gli effetti di lungo periodo non siano quelli sperati».

Le opinioni, anche su questo tema, sono divergenti, soprattutto nel mondo della comunicazione e dell’informazione. «Sempre di più ci rendiamo conto che “cambiamento climatico” non funziona perché è troppo neutro. I cambiamenti climatici sono sempre esistiti: ma quello che stiamo vivendo ora ha proporzioni e velocità mai viste», sottolinea Nicolas Lozito, giornalista del Messaggero e curatore della newsletter “Il colore verde”, incentrata sulla comunicazione green. Lui ha scelto di adottare il termine “crisi climatica” perché: «rende maggiormente l’idea che ci sia da agire». C’è poi chi suggerisce l’utilizzo di determinate espressioni come “cancro climatico”, «che personalmente mi sembrano esagerate – continua Lozito – Di certo “surriscaldamento globale”, coniato nel 1975 dallo scienziato americano Wallace Broecker, ha ormai i suoi limiti. Confonde molto, perché rende il tema una questione di meteo – “sento o non sento più caldo quest’estate?” – anziché di clima. E gli scettici festeggiano di fronte a questa ambiguità».

Secondo il giornalista italiano, ci sarebbe un altro grande limite nel racconto del clima che cambia. «Non salvo il pianeta perché uso la borraccia o lo spazzolino di bambù, purtroppo. Per mitigare gli effetti della crisi climatica devo essere un bravo cittadino: non basta scegliere, ma bisogna agire. Anche delegando, anche con piccole azioni. Agire non significa diventare necessariamente un attivista, ma bisogna avere consapevolezza che il nostro semplice cambio nei consumi e nelle comunicazioni non basta». Infine, nel raccontare il clima, secondo Lozito, non bisogna dimenticarsi di prestare maggiore attenzione a chi lavora “dietro le quinte” cioè a scienziati, imprenditori, inventori, cooperanti. «Spesso i media si scatenano sugli attivisti e i green influencer, ma è come guardare una partita di calcio solo per sentire la voce del telecronista».

«Sebbene i sondaggi dicano che le persone tendenzialmente sappiano cosa è il climate change, non sembra esserci una reazione proporzionata alla gravità della situazione – sottolinea Letizia Palmisano, giornalista ambientale, social media e influencer strategist – È difficile concretizzare come pericolo reale un concetto, specialmente se proiettato nel futuro. Per questo, la comunicazione sul climate change deve partire da esempi concreti perché gli effetti già li stiamo vivendo».

Secondo Palmisano bisogna comunicare e rappresentare ciò che le persone possono subire sulla propria pelle in termini di salute, di peggioramento della qualità della vita, di possibili danni economici. «Importante è ricordarsi che una grande fetta di persone non si informa in maniera attiva scegliendo di leggere un giornale o guardando un telegiornale. Per questo è bene per noi informatori essere presenti lì dove le persone passano il tempo. Un esempio? I social network! A chi non è mai capitato di leggere una notizia perché apparsa sulla propria bacheca? L’elemento chiave è l’immagine, che deve catturare l’attenzione. Magari mostrando esempi di cosa già oggi sta accadendo nel mondo».

E così arriviamo alla seconda questione, quella delle rappresentazioni – non scritte – da scegliere e proporre ai lettori. Il Guardian ha deciso di cambiare le immagini di cui si serve negli articoli sul tema ambientale: non più fotografie generiche di boschi bruciati o ghiacci che si sciolgono, ma altre che rivelano i risultati del problema sull’essere umano. Perchè? Per scongiurare il rischio di proporne altre che avrebbero rappresentato un problema non umano né particolarmente urgente, risultando così remote e astratte.

Una ricerca condotta dall’organizzazione britannica Climate Visuals, cui il Guardian si è affidato, ha scoperto che le immagini che manifestano emozioni umane rendono la storia proposta più rilevante per chi le osserva. Le immagini avrebbero così il potere di dare forma al modo in cui il problema climatico viene compreso. «Per questo – sostiene Lozito – sarebbe importante mostrare l’impatto diretto delle questioni ambientali sulla vita quotidiana delle persone e cercare di indicarne la portata».

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