Senza vergognaUna difficile ma doverosa classifica degli hamburger dei fast food

Lo strappo inconfessabile a una dieta morigerata, l’amante bravissimo a letto che non esibiremmo mai in pubblico perché non sa coniugare correttamente il congiuntivo: i best of definitivi di una assaggiatrice seriale di polpette americane

Prima di immergersi in un universo fatto di polpette di carne bovina macinata, salse di vario genere, panini al latte e patatine fritte, è necessario aprire ben tre parentesi.

Una graffa: il vero – dove per ‘vero’ s’intende quello 100% americano, porco, veloce, economico, che nulla ha a che vedere con le successive influenze gourmet – hamburger si trova solo nelle catene di fast food, molte delle quali sono arrivate pure in Italia, ma che per la stragrande maggioranza battono ancora bandiera statunitense.

Una quadra: gli hamburger dei fast food non ambiscono a essere – e infatti non sono – sani, equilibrati, ipocalorici, anzi. Volete un consiglio? Diffidate da chiunque vi fa simili promesse. L’hamburger del fast food è lo strappo inconfessabile a una dieta morigerata, il segreto un po’ sconcio che teniamo nascosto in fondo al cassetto sotto alla pila delle mutande brutte, l’amante bravissimo a letto che non esibiremmo mai in pubblico perché non sa coniugare correttamente il congiuntivo.

Una tonda: si tratta di una classifica abbastanza personale (sfatiamo il grande non detto delle classifiche pubblicate dai giornali, quasi tutte si basano sulla sensibilità e sui gusti di chi le scrive), frutto di diversi viaggi e di un anno di permanenza negli Stati Uniti. Assaggiare hamburger è diventato per me una specie di missione e – nonostante sia ben lontana dal coprire qualsiasi insegna esistente – redigere liste dei migliori un dovere morale, manco fossi il Rob Fleming dei panini in uno spin-off di Alta Fedeltà.

8_White Castle

È la seconda più antica catena americana di fast food (dopo la A&W Restaurants), con il primo punto vendita aperto a Wichita, Kansas, nel 1921. È anche il fast food de La febbre del sabato sera, dove gli amici di Tony Manero facevano gli scemi e lo prendevano in giro per la sua voracità. Gli hamburger di White Castle sono quadrati, e a voler essere precisi non si chiamano nemmeno hamburger, bensì Sliders: se non vi piacciono cipolle e cetrioli sottaceto siete finiti, perché al loro interno – oltre alla carne ed eventualmente formaggio o bacon – non troverete nient’altro. C’è di buono che sono parecchio economici (beh, vorrei pure vedere), ma la soddisfazione, ecco, qui non è pervenuta.

7_Checkers

Ne avevo uno vicino a casa, a New York, e il mio coinquilino ne andava matto: dopo aver assaggiato il loro Cheese Champ, mi sono domandata diverse volte il motivo di questa sua insana passione, dal momento che il tanto amato panino non era nulla di speciale. O, meglio: una volta scartato pare buonissimo (il peso e lo spessore sono più che soddisfacenti), peccato per la quantità eccessiva di cipolle e lattuga sminuzzata sopra alla carne, al punto che – se lo si capovolgesse e si rimuovesse il fondo – il tutto potrebbe passare per un’insalata condita con un disco di manzo. In sintesi: non degno del titolo ‘Champ’.

6_McDonald’s

La mia impressione è che McDonald’s, per lo meno in Italia, stia cercando di riposizionarsi in un’area più vicina alla salubrità, con risultati – sia di percepito che puramente gustativi – mediocri. Mi spiego meglio: le operazioni filo-fighette (le varie My Selection, per intenderci) m’hanno lasciata tiepida; i McWrap mi sembrano un tradimento; l’aggettivo Crispy inserito un po’ ovunque mi confonde. Troppa roba insomma, e a farne le spese è il povero Big Mac, la cui qualità – ahimè – è decisamente peggiorata. La solfa cambia negli Stati Uniti: il

Quarter Pounder with Cheese rimane un ottimo panino, che mi piacerebbe fosse presente anche qui da noi al posto delle derive sopracitate, con buona pace di Vincent Vega e Jules Winnfield.

5_Wendy’s

Pure gli hamburger di Wendy’s – che arrivò in Italia negli anni ’80 salvo poi sparire il decennio successivo con l’avvento di McDonald’s – hanno, come i rivali di White Castle, una forma quadrata. Il che, per quanto mi riguarda, non è esattamente la cosa più invitante del mondo. Ad ogni modo, la catena professa d’avvalersi di carne fresca da prima che ciò diventasse cool, e si sente: il Dave’s Double, il loro doppio cheeseburger, è succoso quanto basta e il sapore della polpetta non viene sopraffatto dagli altri ingredienti. Consiglio: se mai vi capiterà, non siate pavidi come me e ordinate il Baconator, il panino con la più alta concentrazione di bacon che l’umanità abbia mai partorito.

4_Burger King

L’origine di Burger King è da collocare a Miami, Florida, nel 1954; tre anni dopo sarebbe nato il Whopper, il signature-burger della popolare catena, richiesto – riportano sul sito istituzionale – «più di due miliardi di volte». Qui lo dico e qui lo confermo: il Whopper è un gran buon hamburger, checché ne pensiate. Giuste le dimensioni (leggi: non è affatto un panino microscopico), succosità che non tradisce le aspettative, ingredienti freschi. Ci tengo ad aggiungere che le patatine di Burger King sono sempre belle croccanti, una promessa che i feticisti del fast food come me sanno non sia facilissima da mantenere.

3_Five Guys

Five Guys nasce in Virginia, nel 1986, e dal 2018 è presente in Italia, con un punto vendita a Milano. Gli hamburger di Five Guys meritano ampiamente il podio, così come le loro patatine, perché senza rincorrere il mercato e le mode – a differenza di McDonald’s – puntano sulla qualità degli ingredienti, sulla semplicità e sulla personalizzazione. 15 condimenti che danno vita (ebbene sì, l’hanno calcolato) a oltre 250mila combinazioni; ottima carne condita e cotta come il dio degli hamburger comanda; pane morbidissimo ma non al punto di disfarsi rovinosamente dopo il terzo morso. Infine le patatine, presenti sia nella versione Classic che Cajun, più croccanti e saporite: specificare che ci andava a pranzo nientepopodimeno che Barack Obama a questo punto è superfluo.

2_In-N-Out Burger

Il compianto Anthony Bourdain l’aveva definito il miglior ristorante di Los Angeles; i fratelli Coen l’hanno citato ne Il grande Lebowski; i Ferragnez lo ordinavano con regolarità quando erano di stanza nella casa di lei a West Hollywood. In-N-Out Burger sa di West Coast almeno quanto le palmette stampate sui bicchieroni di Coca-Cola e sui contenitori di patatine, e i suoi hamburger sono una delizia. Le polpette di manzo vengono macinate all’interno delle strutture di In-N-Out e consegnate fresche, mai congelate, in ogni location: per tale motivo rimangono succose e si sposano divinamente con le due fette di formaggio fuso e i vari condimenti del celebre Double-Double – anelli di cipolle crude; pomodori carnosi; la cremosissima animal sauce, arricchita con sottaceti; croccante lattuga iceberg; – racchiusi tra morbidi panini tostati. C’è una ragione per cui In-N-Out è una sosta obbligata per chiunque visiti la costa occidentale: il suo hamburger è conveniente, accessibile, gustoso, ed è il cuore pulsante della California.

1_Shake Shack

A distanza di anni – più o meno una decina – ricordo ancora il primo morso che diedi al mio primo hamburger di Shake Shack, mangiato rigorosamente a New York, nella storica location presso il Madison Square Park. Avevo quasi le lacrime agli occhi per la commozione. E come me le devono avere avute in tanti, se questo carrettino che nel 2001 vendeva hot dog è oggi diventato una potenza quotata in borsa (la Shake Shack Inc.) che conta più di 250 punti vendita sparsi non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo. Il New York Times la definisce una «anti-chain chain», nel senso che Shake Shack demolisce uno dopo l’altro gli stereotipi legati a una catena di fast food: la carne utilizzata è di Angus, completamente libera da ormoni e antibiotici; ogni cosa è cotta al momento; il cliente non viene mai trattato sbrigativamente o malamente; la cura riposta nella preparazione del cibo e nei dettagli c’è, e si percepisce con chiarezza. Che dire dell’hamburger? Bisognerebbe domandarsi se è possibile descrivere e trasmettere un’esperienza paradisiaca, che comincia col pane – non è esattamente ‘pane’, è più una focaccina dolce con un piacevole retrogusto di burro – e continua con la succulenta polpetta, con il formaggio filante e con le verdure freschissime. Chi l’ha provato vive così, diviso tra il desiderio di mangiarlo di nuovo e il terrore che prima o poi sbarchi in Italia. Perché sa che allora sarebbe l’inizio della fine.

 

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